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L’intuizione di Darwin Stampa E-mail
Il 2009 è l’anno del padre dell’evoluzionismo. Convegni, pubblicazioni e mostre ne ripercorrono l’attualità del pensiero. Che grazie alle nuove scoperte scientifiche promette ulteriori frutti
di Federico Tulli

«Ho capito che d’ora in poi per spiegare la natura non è più necessario ricorrere a principi che la trascendono. Mi sembra di confessare un delitto». Così, in una lettera del 1844, Charles Darwin scriveva a un amico. La scoperta dei meccanismi di variazione e selezione che rendono conto dell’evoluzione delle specie, l’umana compresa, senza dover più ricorrere a cause finali e ad architetti celesti, provocò una profonda crisi interiore al naturalista inglese. E rivoluzionò per sempre le scienze naturali. «Il suo merito - racconta a left Telmo Pievani, docente di Filosofia della scienza all’università degli studi di Milano Bicocca e coordinatore del festival della Scienza di Genova - è quello di avere dato una cornice per la prima volta unitaria alla spiegazione biologica. Le scienze naturali prima di Darwin erano frammentate in tante sottodiscipline che non si parlavano.

Lui è stato il primo a formulare una teoria unica per spiegare il vivente. Una teoria storica di tipo evoluzionistico che mostra come tutte le forme viventi sono imparentate tra di loro». La novità non è tanto nell’idea di evoluzione, perché altri scienziati prima di Darwin avevano capito che l’evoluzione è un fatto: cioè che le specie si trasformano nel corso del tempo. L’autore de L’origine della specie ha scoperto la causa principale, il meccanismo fondamentale. È riuscito a spiegare qual è il motore di questo cambiamento, che è la selezione naturale. «La teoria dell’evoluzione - prosegue Pievani -. è cambiata molto rispetto alla formulazione di Darwin del 1859. Le scienze biologiche, ovviamente, sono progredite in maniera inimmaginabile per lui che non aveva idea di cosa fossero i geni o i cromosomi. Però il fatto ineludibile, che a qualcuno ancora dispiace ammettere, è che il nucleo centrale della spiegazione evoluzionistica è ancora quello darwiniano: mutazione e selezione, il tutto all’interno di un contesto ecologico in cui le specie si diversificano, si moltiplicano, si estinguono e danno origine alla diversità che osserviamo nel vivente». Ottobre, in Italia, è il mese dei festival dedicati alla scienza. Da questo fine settimana, in una sorta di staffetta del sapere, Bergamo passerà il testimone al capoluogo ligure.

«È un fenomeno tutto italiano che colpisce molto colleghi e visitatori stranieri che partecipano a questi festival», racconta Pievani. «All’estero, a parte qualche esperienza, a Edimburgo o in Germania, è raro che qualcuno presenti la scienza in modo “popolare”. Mettendola per strada, facendo entrare la gente nei laboratori e nei dipartimenti si scopre che nel nostro Paese c’è una domanda del pubblico molto qualificata. Il che contrasta con la mancanza di sensibilità che c’è nella classe politica e anche nella scuola dove l’educazione scientifica è ancora un tabù».

Il 2009 è l’anno del bicentenario della nascita di Darwin e si apre una nuova frontiera di studio: l’apporto dell’evoluzionismo alle scienze che studiano la mente umana. Col tempo si è capito che nell’evoluzione le “mutazioni” sono casuali e che, come dice il genetista Luca Cavalli Sforza, «esistono due trasmissioni. Una genetica, casuale, indipendente dalla nostra storia. E un’altra culturale, fatta di comportamenti, linguaggi, nozioni». «La scoperta della casualità, o meglio della “contingenza storica”, è molto emancipatrice - commenta Pievani, collaboratore di Cavalli Sforza in molti progetti di ricerca -. È una conquista importantissima perché fa capire che la nostra esistenza dipende da noi esseri umani e che non possiamo delegarla a una “volontà” che ci trascende. E questo ci rende liberi e anche responsabili del nostro destino». Il concetto di casualità è l’oggetto delle maggiori critiche da parte dei fautori del Disegno intelligente. «L’idea che in fondo siamo frutto di un disegno voluto sin dall’inizio è molto rassicurante, confortante. Non a caso – precisa il filosofo della scienza - il creazionismo è diventato uno strumento interreligioso che comincia a prendere piede in maniera pesante non più solo tra i protestanti e i battisti degli Stati Uniti, quanto nella religione cattolica in generale, nel mondo ortodosso, e anche in certo radicalismo islamico». Ma il creazionismo non ha nulla di scientifico. Anzi. E la mutazione genetica non è frutto di un lancio di dadi ma segue delle regole precise: «La mutazione è casuale nel senso che non avrà alcun legame con gli effetti che causerà.

Questo è il motore fondamentale dell’evoluzione, alimentato dalle differenze che sorgono nel singolo individuo biologico e che vengono fuori indipendentemente dagli effetti che avranno. È poi il contesto ambientale che “decide” quale di queste mutazioni avrà più successo di altre perché offre più chance di sopravvivenza ai chi ne è portatore». Da questo punto di vista il contributo più importante di Cavalli Sforza è, secondo Pievani, aver scoperto che la mutazione nella specie umana non è solo biologica.

«Da un certo punto in poi - sottolinea Pievani- a quella biologica se ne è sovrapposta una di tipo diverso, quella culturale, che oggi è responsabile dei maggiori cambiamenti nella nostra specie. Nell’essere umano c’è una fusione di biologico e pensiero che si influenzano a vicenda. In più, oramai, la selezione naturale agisce pochissimo e i fattori che su altre specie sono determinanti per l’evoluzione nell’uomo si sono fortemente indeboliti. Ora ciò che ci fa evolvere sono i fattori culturali e tecnologici e andiamo in una direzione che non possiamo prevedere». La chiave di questo passaggio è stata forse indicata dall’antropologo Claude Lévi-Strauss quando afferma che «un autentico pensiero e mentalità affettiva erano propri anche dei primitivi». Un sentiero, questo, poco praticato dalle neuroscienze, più concentrate sui meccanismi del pensiero razionale. «In questa disciplina - chiosa Pievani - è successa una cosa importante dal punto di vista evoluzionistico. Le neuroscienze hanno finalmente archiviato quel vecchio schema che diceva in sostanza che l’evoluzione umana è legata al controllo delle emozioni spingendoci sempre più verso le cosiddette “facoltà superiori” della mente: raziocinio, astrazione, razionalizzazione e così via. Oggi è chiaro a tutti che le emozioni sono strettamente intrecciate al nostro modo di pensare. E l’immaginazione è ancora più importante». Gli evoluzionisti si stanno arrovellando su un fenomeno ancora molto misterioso: la specie umana è nata in Africa circa 200mila anni fa e dopo non abbiamo più avuto una evoluzione anatomica significativa. «Da quel momento in poi biologicamente siamo rimasti molto stabili - osserva il docente di filosofia della scienza -. Però molto tempo dopo, circa 50mila anni fa, come se avessimo scoperto tutte di un colpo le nostre potenzialità, abbiamo cominciato a fare delle cose “strane” tipo dipingere le caverne, costruire calendari lunari e strumenti musicali. È stata la rivoluzione paleolitica. Ancora non si è capito perché è successo così, cioè perché avevamo biologicamente le potenzialità per farlo molto tempo prima e ci siamo arrivati così tardi.

L’ipotesi interessante è che questa rivoluzione non sia stata biologica, ma culturale. Le potenzialità biologiche emotive profonde le avevamo già ma le abbiamo scoperte molto dopo». Forse perché fino a quel momento la lotta per la sopravvivenza non le rendeva così indispensabili. «In quella rivoluzione, che ci ha fatto essere mentalmente umani, l’immaginazione è l’asse centrale - conclude il coordinatore di Genova Scienza -. L’uomo comincia a pensare cose che non esistono, a immaginare scenari che non sono la stretta quotidianità della sopravvivenza. Da qui si vede che il nostro retaggio emotivo non è una cosa che abbiamo superato ma è quella potenzialità stessa che ci ha fatto divenire umani». 

17 ottobre 2008

©Tachus

 
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