I media hanno perso credibilità e autorevolezza. La soluzione? Riannodare il rapporto perso con la società civile, restituendo identità a una categoria che dovrebbe operare a tutela della democrazia. L’analisi del presidente dell’Ordine dei giornalisti di Lorenzo Del Boca
Un’accelerazione sociologica imponente ha travolto la professione del giornalista mettendo in discussione certezze (anche contrattuali) che fino a poco fa sembravano solide e immutabili.
Chi opera nel mondo dell’informazione sa che i progressi della tecnologia rendono impossibile lavorare come i più avevano imparato. Niente può più essere come prima. Il fatto è che i continui aggiornamenti tecnici impediscono di avere dei punti di riferimento certi. E dunque non si riesce a comprendere quale sarà il mestiere di domani. Nel frattempo i giornali (soprattutto) con radio, tv e siti internet si dibattono alla ricerca di soluzioni parziali che consentano di andare avanti. Detto in altri termini. Un tempo il giornalista doveva cercare la notizia e, il più delle volte, aveva a disposizione un giorno intero per verificarla, approfondirla, scriverla con garbo, titolarla e portarla in tipografia. Va appena ricordato che se il “pezzo” non compariva sul giornale significa che il fatto non era ancora successo. Sarebbe accaduto l’indomani quando il quotidiano avrebbe riportato la cronaca dell’episodio. L’informazione arrivava una volta al giorno e occorreva andare a comprarla in edicola. Forse troppo poca (informazione) e troppo tardi.
Ma, adesso, è il contrario. È la notizia che cerca il giornalista e spesso lo trova impreparato. Prima il giornalista “gestiva” la notizia. Adesso è la notizia che cerca di “gestire” il giornalista. Non c’è più niente da cercare e da trovare perché tutto arriva, senza distinzioni gerarchiche, nei file dei colleghi che, a volte, piuttosto che scegliere e ordinare, svolgono un lavoro più simile all’insaccatore. Tanta quantità a scapito della qualità e il rifugiarsi nel gossip e nel talk show che trattando argomenti meno impegnativi, sembrerebbero anche meno “pericolosi”. I sociologi una risposta per superare la crisi ce l’hanno: occorre - dicono - applicarsi agli approfondimenti. La notizia in sé è già conosciuta, l’informazione serve a confermarla ma l’utente ha necessità di un valore aggiunto che la inquadri in un contesto adeguato e “spieghi” alcuni perché in modo da indicare una prospettiva e una chiave di lettura. Dunque, per i giornalisti, scuola e studio: maggiori conoscenze, migliore cultura, specifiche letture. Dal punto di vista teorico è indicazione irreprensibile però, all’atto pratico, non funziona.
Esempio. Cadono le due torri di New York. Proporre la cronaca dell’avvenimento a chi l’ha già visto una dozzina di volte in televisione sembra banale. E infatti lo è. Occorre dare qualche cosa di più. Ma che cosa può trovare di interessante un giornalista che sa del fatto alle 16 e fra le 19 e le 20 deve consegnare un pezzo di commento? Con le debite proporzioni, ogni volta, chi opera nell’informazione si trova in analoghe difficoltà. Che cosa spiego e che cosa commento? Senza contare che quel poco di “scoperta” di notizie e di commento vengono immediatamente colpite da indagini della magistratura con contorni anche intimidatori. L’Espresso pubblica il malaffare dell’immondizia di Napoli e i “responsabili” dell’approfondimento vengono perquisiti, minacciati, accusati di reati stravaganti secondo la logica della giustizia creativa.
Come uscirne? Credo che i giornalisti, da soli, non possano farcela. Troppo pochi e troppo deboli. Occorre costruire un’alleanza virtuosa con la cosiddetta società civile. Se vogliono un’informazione omologata, fatta di fotocopie e di banalità, possiamo andare avanti così… siamo sulla buona strada. Se invece vogliono il cane da guardia del potere devono rassegnarsi a vedergli mostrare i denti e a sentirlo ringhiare. Almeno un po’. 3 ottobre 2008
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