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Left n.40 del 3 ottobre 2008Ritratto di un’Italia che non legge e non si preoccupa della scomparsa dell’informazione
di Pino Di Maula

Sarà per colpa dei giornalisti, vuoi perché sono troppo precari, intimiditi e sottomessi o, al contrario, ipergarantiti e arroganti, in ogni caso appaiono sempre più distanti dal fatto, dalla notizia, e totalmente sfiduciati dai lettori. Sarà per mancanza di coraggio dei loro direttori. Sarà per eccesso di bramosia dei loro editori forti o dello scarso senso di realtà dei minori. Sarà. Di fatto meno di sei milioni di italiani comprano ogni mattina un quotidiano. In compenso, si fa per dire, quattro milioni di giornali vengono distribuiti gratuitamente nelle metropolitane e nei locali pubblici. Nulla a che fare con le inchieste giornalistiche, con il controllo sul “potere” evocato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti, bensì distillati di notizie cucinate e servite di contorno all’infointrattenimento televisivo. È proprio lì, nei salotti e nelle arene che formano una dolciastra quanto vischiosa melassa in video, che si gioca tutta la comunicazione nazionale. Tra un messaggio e l’altro, uno spot pubblicitario e un fanculo in diretta. Da lì provengono le scorie che ingrassano i nostri cervelli. Mentre nelle edicole vanno a ruba rosari e improbabili settimanali che spiegano agli italiani come uscire dalla depressione mentre si dimagrisce in sei giorni.

All’Osservatorio tecnico per i quotidiani
e le agenzie di informazione risulta che, nel 2007, oltre 800 milioni di copie di quotidiani su un totale di 2,7 miliardi sono rimaste invendute. In pratica 30 su cento finiscono al macero. Un fenomeno che attraversa Alpi e Appennino, con qualche eccezione. Dal rapporto 2008 sull’industria dei quotidiani scopriamo che la regione dove si legge di più è l’Emilia Romagna con il 58 per cento degli intervistati che ha dichiarato di leggere il giornale tutti i giorni. Fanalino di coda della classifica è invece la Sicilia con poco meno del 29 per cento consultata che dichiara di recarsi la mattina in edicola nella speranza di saperne di più sul quel che accade attorno a lui. Poca cosa per immaginare un progresso sociale, civile culturale. Siamo agli stessi livelli del 1982. Nonostante il fermento degli anni successivi. Fino al 1990. Da allora a oggi si è perso circa l’1,4 milioni di copie di diffusione media giornaliera. Se, poi, nei prossimi giorni dovesse davvero calare la mannaia dei tagli all’editoria, la mazzetta che i politici sono costretti a portare con sé sarà ancor più ridotta. Ci saranno solo tre o quattro versioni della “voce del padrone” e qualche magazine di sport e gossip. Null’altro. Con buona pace per la qualità democratica che ne deriverebbe. Un vero e proprio “taglio basso” alla nazione che continuerà ad allontarsi per civiltà dal resto d’Europa. Da noi con il caffè ogni mattina va via una copia di quotidiano, compresa la free press, ogni 5 abitanti.

Un dato desolante se confrontato con altri valori decisamente più incoraggianti: 242 ogni 1.000 abitanti in Spagna, 300 in Germania, 380 nel Regno Unito. Mentre In Nord Europa si arriva perfino a 600 ogni mille. Umiliante per il Paese di Biagi e Montanelli. Eppure, lamentano gli editori, nel nostro Paese in questi anni sono stati investiti più di un miliardo di euro per innovazioni tecnologiche come 70 rotative full color eppure siano in coda alla lista mondiali di lettori. è così. Sta accadendo quel che non doveva accadere. Siamo vittima di un’oppressione ormai neanche più tanto nascosta o mascherata. C’è in atto un ricatto occupazionale, etico e culturale, gestito con una violenza inaudita verso la libera espressione e i dititti sanciti dalle Carte internazionali, caposaldi della democrazia moderna. Nonostante ciò, fatto salvo qualche dichiarazione tesa più a tutelare il proprio interesse che quello collettivo, non c’è reazione. Non c’è nessuno che osi dire a re Media: sei un fascista che imbavaglia il Paese. D’altro canto, la sottomissione a cui ci hanno “educato” anestetizza. La rassegnazione rende l’esistente ineluttabile. E in quanto tale, foriero del tipico “mors tua, vita mea” acquisito dalla contiguità al Palazzo. Dall’abitudine a non disturbare il manovratore. Quello dal volto gentile anche quando infierisce sull’oggetto da manipolare. In quei casi per meglio dominare usa mistificare la realtà fino a far concepire l’acqua solo se imbottigliata,  non quando scende libera dal cielo sfiorando le case gialle di periferia o quando, evaporando dall’asfalto, si inchina alla luce per poi riscattarsi nei riflessi delle finestre di quei artisti che sanno colorare il cuore delle parole. Così come in fondo hanno provato a fare per due giorni, il 27 e 28 settembre, al fianco dei giornalisti  nel Press festival di Roccasecca (Fr). Un semplice atto di amore per la libertà. E insieme di resistenza contro chi trama contro l’informazione come bene pubblico fondamentale per pensare, per dare conoscenza, identità e possibilità di trasformazione sociale. Un diritto acquisito del cittadino di essere semplicemente informato bene. Cosa che non può fare da sola la tv su internet diventata il secondo mezzo, dopo il satellitare, di informazione più importante. Sarà per tutto questo che non possiamo più permetterci di aver paura di re Media.

3 ottobre 2008

 
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