La segretaria confederale della Cgil apre l’autunno caldo: «L’opposizione dimentica il lavoro» di Manuele Bonaccorsi
Di nuovo da soli in piazza. Come nel 2002, quando la Cgil, intorno alla battaglia per l’articolo 18, riempì Roma con un fiume di bandiere. Mentre Cisl e Uil si preparavano a firmare il patto per l’Italia e la legge 30, l’opposizione politica si strinse intorno a quella sociale, rappresentata dal più grande sindacato italiano. Berlusconi non fu sconfitto, continuò a governare, ma il suo sorriso uscì malconcio dallo scontro. E si aprì l’occasione - perduta, col senno di poi - di un’alternativa. Le lancette, oggi, tornano indietro. L’attacco è forse ancor più violento di allora e più debole il campo della sinistra. Ma la Cgil non rinuncia al suo ruolo. E chiama ancora alla piazza, il 27 settembre, in tutta Italia. Coprendo il vuoto lasciato da un’opposizione che non c’è. Lo conferma Susanna Camuso, segretaria confederale della Cgil, ex leader del sindacato lombardo, una delle più autorevoli figure della Cgil, fra i favoriti nella successione a Guglielmo Epifani, il cui mandato scade nel 2009.
Cosa vi ha spinto a indire la giornata di lotta del 27 settembre? Al centro c’è la questione salariale: chiediamo al governo di dare subito una risposta. Con una piattaforma unitaria avevamo chiesto al precedente esecutivo di sostenere stipendi e pensioni con un intervento di tipo fiscale. La risposta del governo finora è stata molto parziale: la detassazione degli straordinari riguarda 2,5 milioni di lavoratori su 19 e interviene solo nella media e grande impresa. L’emergenza, poi, è resa ancora più grave dalla crescita del ricorso a cassa integrazione e mobilità. C’è un’area di lavoro dipendente che non riesce a mantenere le proprie condizioni di vita e un’area crescente di lavoratori colpiti dalla crisi il cui reddito è a rischio. Per loro il governo non fa nulla. Senza una politica che rilanci le retribuzioni e sostenga i consumi, senza misure anticicliche, tutto si avvita: la crisi riduce la massa monetaria, dunque si riducono i consumi e si amplia la crisi. Accanto a ciò ci sono gli interventi sulla pubblica amministrazione e la scuola. E forse proprio quest’ultimo èl’attacco più forsennato del governo, con un’influenza diretta sul reddito dei lavoratori, perché la fine del tempo pieno si traduce in costi per le famiglie. O nel ritorno delle donne a casa.
Sarete in piazza da soli. Senza Cisl e Uil. Non possiamo più attendere un’inversione di tendenza. Da qui l’idea di una mobilitazione, per aprire una vertenza che non si concluderà a breve. Il nostro obiettivo è cambiare la qualità della manovra economica del governo. Non bastano provvedimenti marginali che non rispondono ai veri problemi.
Insomma, la Cgil si rimette alla testa dell’opposizione? Noi facciamo il nostro mestiere di sindacato, abbiamo una piattaforma e l’esigenza di rimettere al centro del dibattito pubblico il lavoro, di porre il problema dei salari come questione nazionale. E su questo proponiamo le nostre soluzioni. Perché può apparire che la Cgil dia il via all’opposizione? Perché, ahimé, è debole la presenza della sinistra politica. L’opposizione non ci pare che reagisca alla sconfitta elettorale con la necessaria efficacia. Sembra distratta da altri temi e non riesce a dire con chiarezza qual è l’ordine del giorno.
Insomma, il sindacato fa il suo mestiere. È la politica che non lo fa? Non c’è dubbio. Sono reduce da un incontro al Corsera, con la sgradevole presenza del ministro Sacconi, nella quale era presentata un’indagine sulla percezione del lavoro. Dai questionari emergeva che la gran parte dei dipendenti ha una pessima considerazione del proprio mestiere, crede che il lavoro sia la cosa meno rilevante che c’è nel Paese. In questo non c’è solo il segno della forza della cultura di destra, l’individualismo, il rampantismo, la convinzione che solo i più forti ce la fanno. Ma qualcosa di più grave: non ci si richiama più alla propria identità di lavoratore: il lavoro, anche quello più innovativo, viene cancellato come tratto dell’identità sociale. È un nodo difficile da sciogliere. Ma è fondamentale. Il 27 noi iniziamo un percorso che mette al centro l’emergenza del reddito ma anche più in generale la centralità del lavoro, dato che esso non entra nell’agenda politica dell’opposizione.
Il governo sembra avercela con voi, ogni giorno si susseguono dichiarazioni infuocate. Ma anche Cisl e Uil non vi lesinano critiche. Non temete di rimanere isolati? Non penso che gli attacchi alla Cgil siano legati a singole vicende. Dietro c’è una strategia più ampia. Il governo mira alla semplificazione delle funzioni della rappresentanza. Pensa che l’unico rapporto in cui si esprime la cittadinanza politica sia il voto. Che, per carità, è cosa fondamentale, ma com’è noto la ricchezza della nostra democrazia risiede nella partecipazione politica, nei cosiddetti “corpi intermedi”. La loro è un’idea monarchica della democrazia, secondo cui chi vince le elezioni non deve rispondere più a niente e nessuno e i sondaggi bastano a certificarne il consenso. Io penso che questa scelta sia semplificata dalla sparizione delle grandi organizzazioni politiche, sostituite dal modello del partito leggero, incapace di opporsi a questa deriva. L’obiettivo del governo diventano quindi le organizzazioni che esistono. Tra queste la Cgil è la più grande, quella più legata a una struttura che non vuole diventare soft, che considera fondamentale il suo radicamento. La cosa che mi ha colpito di più del libro sulla casta dei sindacalisti, ad esempio, è l’attacco ai rappresentanti sindacali. Le 700mila persone che oggi giorno dedicano una parte del loro tempo a rappresentare i lavoratori e i loro interessi per me sono uno straordinario patrimonio democratico del Paese.
Negli ultimi tempi mai è stata così ampia la distanza con Cisl e Uil. L’unità sindacale è ancora un vostro obiettivo? Rimane un obiettivo, ma questo non nasconde le consistenti distanze tra noi. C’è chi pensa che un sindacato inteso come gestore di servizi sia un’idea interessante. Credo che Cisl e Uil stiano scegliendo un terreno difensivo, assecondando un governo che colpisce la contrattazione e propone come unico terreno gli enti bilaterali. Così si cambia la natura stessa del sindacato.
Avete definito “autoritaria” la proposta di riforma del modello contrattuale avanzata da Confindustria. Perché? Perché alle parti sociali viene attribuito un compito da correttori di bozze, viene messa in discussione l’autonomia delle categorie, viene negata alle rappresentanze dei lavoratori ogni titolarità contrattuale. Si era partita dall’idea, per noi sbagliata, di ridurre il ruolo dei contratti nazionali per favorire gli accordi locali, mentre in realtà la proposta di Confindustria rende i contratti aziendali del tutto subordinati. Contiene una sequela lunghissima di divieti, fino alla possibilità di rendere nulli accordi firmati dalle parti. Anche tutta la discussione sulla produttività viene stravolta. Mi spiego: c’è un segmento dell’industria, le imprese tra i 100 e i 250 dipendenti, dove la produttività ha tenuto. Ebbene, quelle sono proprio le aziende dove c’è più contrattazione, dove si affrontano i temi dell’organizzazione del lavoro, dell’innovazione, della formazione. È proprio questa pratica che viene sanzionata dalla proposta di Confindustria.
Ancora una volta si sceglie la via bassa alla competitività? È strano, perché i nostri interlocutori sono spesso imprese innovative. Confindustria, però, si fa spesso interprete di un altro segmento dell’industria, le imprese piccole, quelle che non innovano, che vogliono mano libera e chiedono a noi di fare ciò che si faceva prima dell’euro: una sorta di svalutazione competitiva, basata però sul costo del lavoro. Non è solo un problema per i sindacati, ma per l’intero sistema produttivo. Al contrario c’è bisogno di un più ampio recupero dell’inflazione, a difesa dei salari. Non ci piace la formula avanzata da Confindustria di un’inflazione depurata dall’inflazione importata, perché se questa influisce sulle aziende che consumano molta energia non mi si verrà a dire che abbia conseguenze gravi per le imprese di pulizia. Poi ci sono importanti categorie che non riescono a rinnovare i contratti. Per questo è necessario far partire gli aumenti salariali dalla data di scadenza dei contratti. Si tratta di categorie i cui lavoratori non sono certo ricchi signori: commercio, artigianato, pulizie.
Alitalia. La Cgil passa oggi come alleata dei piloti. È un’interpretazione sbagliata. La Cgil ha fatto una discussione sul piano industriale e il personale di terra, raggiungendo un accordo. Ma non ha voluto firmare per un settore nel quale non è rappresentativa. Il fallimento della trattativa è stato causato da come il governo ha condotto le trattative: scegliendo di volta in volta i soggetti con cui trattare. Detto ciò non ci si può dimenticare che in Alitalia c’è l’idea che una cosa è il lavoro a terra, un’altra il volo. Certo, ognuno esercita la sua rappresentanza, ma se si sta nello stesso luogo di lavoro bisogna sentirsi uniti, mentre il personale di volo si è sempre definito diverso, separato. La mia sensazione è che qualcuno abbia pensato: “se va male a me allora deve andare male a tutti”, recidendo ogni solidarietà coi colleghi.
Come se ne esce? Aprendo una trattativa vera. Non riesco a capire come sia possibile che un governo tanto coraggioso da accollare i debiti di Alitalia sull’intera collettività , abbia aperto la discussione coi sindacati senza aver nulla in mano per far andare avanti la trattativa, se non inutili ultimatum.
In questi giorni, a Milano e Castelvolturno, gli immigrati hanno preso direttamente la parola. Qual è il suo giudizio? È successa una cosa nuova. A Castelvolturno i migranti hanno preso la parola per dire: voi ci sfruttate. Non ci vedete, ci ammazzate. Lo hanno fatto con modalità dure, perché si sentono distanti da noi, maledetti dal Paese in cui vivono. A Milano il protagonismo è quello dei giovani, delle seconde generazioni. Loro parlano con un rancore ancora più profondo, perché è quello di chi è già italiano, ma a cui la cittadinanza viene negata, qualcosa di più vicino alla banlieues parigine. Qui ci sono temi che interrogano il lavoro. Tutta la campagna orchestrata dalla destra, che dipinge la questione immigrazione come un problema di sicurezza, dimentica che ci sono città intere nelle quali se i migranti smettessero di lavorare si fermerebbero la produzione e i servizi. Nella ricca Lombardia, senza migliaia di indiani salterebbe tutta la produzione agricola, che equivale a un quarto di Pil della Regione.
Cosa può fare il sindacato? Noi non siamo riusciti a rendere visibile il lavoro dei migranti, a renderlo parte della quotidiana convivenza civile del Paese. Se non ci riusciremo si aprirà una crisi profonda. La condizione dei G2 è ancora più complicata, perché loro si rapportano alla società anche attraverso la difficile esperienza dei loro padri. A questo aggiungo la questione scuola: che conseguenza avranno i provvedimenti della Gemini sulla scolarizzazione dei G2, quale sarà l’effetto dell’eliminazione del tempo pieno e degli insegnanti di sostegno? Insomma il problema è come rimettere al centro il lavoro, inteso come riconoscimento sociale, non solo come salario e condizione materiale. Il punto è rimetter in moto la mobilità sociale, oggi ferma per tutti, migranti, giovani, donne. Evitare che il meccanismo dell’integrazione si rompa, che nascano i ghetti nei quali ai G2 viene detto: “tu, al massimo, vivrai come tuo padre”. Bisogna dire agli immigrati che il loro progetto di riscatto cammina insieme a quello di tutti.
Si torna all’articolo uno della Costituzione. Si torna lì, certo. È questo lo smarrimento del nostro Paese. Chi afferma che la destra porta con sé la rimozione del lavoro dice una cosa non vera. Non è così in Spagna, ma anche in Germania. Non solo Zapatero, ma neanche la Merkel sanno parlare al lavoro. Il nostro, invece, è un Paese che tenta di dire che il lavoro non c’è. 26 settembre 2008
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