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Economia, la crisi che aspettavamo Stampa E-mail
Crack immobiliare, agenzie di rating dal voto facile e poco controllo: ecco la ricetta del collasso del sistema finanziario Usa. Un crollo prevedibile e ora si attende un provvedimento miracoloso che restituisca fiducia
di Carlo Freboudze

La meraviglia e la disperazione per il fallimento di Lehman Brothers sono una finzione mediatica. Da oltre un anno chi si interessa di finanza sa che i soggetti dei mercati finanziari occidentali sono tutti sull’orlo della bancarotta. La crisi immobiliare Usa è all’origine dei guai del settore bancario, propagatisi al resto del mondo e a tutti i prodotti rischiosi. Imbottite di titoli e investimenti speculativi pari a dieci, venti, quaranta volte il loro capitale, le banche hanno continuato a fare profitti eccellenti finché il gioco della piramide ha tenuto. Quando è stato chiaro che si erano concessi troppi prestiti a soggetti che non potevano offrire garanzie, ai quali in condizioni normali non si sarebbe prestato nulla, e sono incominciate le insolvenze sui debiti,  il castello di carta si è sbriciolato. Con la crescita dei mancati pagamenti, il valore di titoli garantiti dai mutui ipotecari è crollato e i mercati si sono prosciugati per assenza di compratori. E i possessori non hanno potuto disfarsene neppure a prezzi da realizzo. Già nel luglio 2007 è stato chiaro che il sistema finanziario Usa era in bancarotta. La maggior parte dei soggetti nel mercato ha “in pancia” ancora una grande quantità di titoli speculativi e per molte banche l’ammontare delle perdite potenziali supera il capitale complessivo. Per queste la bancarotta potrebbe essere dichiarata in qualsiasi istante.

L’informazione di questi tempi ha le sue colpe. Come scrivemmo nell’autunno 2007, si continuano a mostrare i problemi delle singole banche Usa, da dieci o venti miliardi di dollari, e si finge di ignorare che la questione è dell’intero sistema. Un problema da ottocento miliardi di dollari (allora scrivevamo quattrocento, ed era considerato esagerato). L’informazione sulla finanza passa per i suoi protagonisti, che hanno tutto l’interesse a farci credere, finché ci riescono, che tutto va bene.

I punti deboli del sistema finanziario sono stati diversi. In primis il controllo interno, che ha consentito l’ammasso di miliardi di dollari di cartaccia nei bilanci di ogni singola banca. Poi ci sono le agenzie di rating, che hanno inizialmente attribuito alla “cartaccia” il voto più alto possibile (AAA) traendo in inganno gli investitori (almeno i più sprovveduti insieme a quelli che dopo hanno finto di esserlo). Ma fondamentale è stato il ruolo delle autorità di controllo, che hanno permesso lo sviluppo di volumi inauditi di investimenti finanziati da prestiti a brevissimo termine sui mercati monetari. Quando è arrivata la crisi l’approvvigionamento di liquidità non è stato più possibile. Inoltre il valore degli investimenti speculativi è crollato, investimenti tossici, moltiplicati con la leva finanziaria ed esasperati con attività e strumenti extra-bilancio.

Così fin dal luglio 2007 è stato chiaro in che situazione si trovassero molte banche: gonfie di investimenti pari a decine di volte il capitale, con valore in caduta libera e nessuno che li volesse comprare; impossibilitate a ottenere i finanziamenti necessari anche solo per proseguire nell’operatività quotidiana; con un saldo patrimoniale gravemente negativo, ovvero se i titoli in bilancio fossero stati valutati correttamente (a valori molto più bassi di quelli di acquisto) le perdite sugli investimenti in titoli a rischio avrebbero superato il capitale complessivo delle banche.

La scorsa settimana il governatore della Banca d’Italia Draghi aveva avvisato che le perdite ammontavano a più di cinquecento miliardi di dollari, ma le ricapitalizzazioni erano state solo pari a trecentocinquanta miliardi di dollari, e che ne sarebbero serviti altrettanti. Implicito un messaggio chiaro e importante: le perdite finora rese pubbliche sono sì e no la metà di quelle vere. I lettori di left conoscono la realtà della mancata registrazione delle perdite dall’estate scorsa. Per fare un esempio si pensi che un titolo garantito dal debito ipotecario di soggetti insolventi non vale né il prezzo originario di 100, né 80, né 60. Probabilmente vale 20, in alcuni casi nulla. Ma nessuna banca ha potuto registrare immediatamente la perdita reale senza dover portare immediatamente i libri in tribunale.

Cosa ci hanno cucinato allora i nostri geni della finanza?
Le banche hanno registrato in bilancio una perdita marginale su quei titoli, per esempio valutandoli a 80 invece dei 100 iniziali. Per evitargli problemi, le banche centrali hanno prestato a larghe mani miliardi di dollari ed euro a chiunque, inondando i mercati di liquidità, cosicché ogni banca potesse continuare a svolgere i propri affari. Una toppa peggio del buco. Perché l’hanno fatto? Innanzitutto per la credenza che le perdite fossero temporanee e i titoli avrebbero presto recuperato i prezzi originari. Un errore imperdonabile. Una bugia evidente, che serviva solo a chi la raccontava. L’alternativa sarebbe stata nel dire: “Chiudiamo, perché abbiamo perso più di quanto abbiamo”. Non stupisce quindi che i banchieri raccontassero la bugia. Stupisce che i mercati ci credessero. Se il mercato questa settimana ha reagito così violentemente al fallimento di Lehman, vuol dire che davvero aveva creduto alle storielle che sono state raccontate in questi mesi.

Poi i fatti di questa settimana. Le agenzie di stampa hanno riportato che domenica 14 settembre si è proceduto a una valutazione più realistica di tutte le attività della Lehman Brothers, prima di dichiararne la bancarotta. Così il valore di alcuni titoli a rischio che, comprati a 100, erano valutati a 63, è stato abbassato a un prezzo più realistico: 38. Le agenzie hanno immediatamente battuto la notizia: le nuove valutazioni dei bond spazzatura usate da Lehman mettono in difficoltà le altre banche che potrebbero presto essere costrette a valutare nello stesso modo tutti i titoli analoghi che posseggono, registrando a bilancio gravissime perdite che per qualcuno potrebbero superare il valore complessivo odierno del capitale. Dunque la finzione del prezzo a 63 fa comodo a tutti. Il prezzo a 38 fa emergere problemi gravi. Già nel 2007 si capì che questa era la musica, quando si osservò che i primi fallimenti venivano evitati proprio per questa ragione: se falliva una piccola istituzione, una banca la comprava, con tutti i suoi investimenti in pancia, per evitare che fossero liquidati sul mercato e che dal mercato venissero dunque indicazioni negative (prezzi molto più bassi) sul valore di quel genere di titoli che tutte le banche possedevano.

E poi c’è il salvataggio di Aig.
Anche in questo caso con una “certezza” da dare in pasto alla stampa perché sia ripetuta subito da tutte le televisioni e da tutti i giornali: non è un salvataggio pubblico, è una società sana che necessita di un prestito temporaneo. Una musica che di questi tempi si sente un poco troppo spesso. Occorre tenerlo presente quando i media ci informano che è stato fatto un “prestito-ponte” per una temporanea crisi di liquidità. La crisi è permanente, non temporanea. Da oltre un anno non ci sono più soldi e le ricapitalizzazioni non tengono il passo con le svalutazioni dei patrimoni. Il peggio deve ancora venire. Non tra i broker Usa, dove ormai sono rimasti solo Morgan Stanley e Goldman Sachs. Ormai dopo che Bank of America ha salvato (si fa per dire) Merrill Lynch restano poche cartuccie al settore privato. La prossima sarà probabilmente salvata da JP Morgan, poi i soldi saranno finiti del tutto e resteranno solo i fondi asiatici e arabi, o i soldi del contribuente.

Intanto al ministero del Tesoro Usa Paulson
è in riunione permanente. A meno di due mesi dalle elezioni, a meno di due settimane dalle chiusure dei bilanci (30 settembre), qualcosa di grosso bolle in pentola. Si prepara un nuovo annuncio di qualche miracoloso provvedimento che restituisca fiducia ai mercati e ai cittadini Usa, e blocchi il panico che si sta diffondendo. Un intervento massiccio e roboante, almeno nell’annuncio. Ormai le speranze della Fed e del governo di evitare una crisi finanziaria violenta si stanno volatilizzando.

La carta dell’intervento è stata giocata già tre volte quest’anno. Ma non ci sono conigli nel cilindro, una lenta e pesante digestione dei danni è inevitabile. Il sistema finanziario sta precipitando e, per fortuna, nulla sarà come prima. Ma la crisi sarà pesante e colpirà duramente l’economia reale di tutti i Paesi occidentali. I più deboli, come l’Italia, potrebbero risentirne più di altri.

19 settembre 2008

 
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