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Rompe il silenzi il figlio del giudice ucciso in via D’Amelio nel ’92: «Non furono prese misure adeguate. Il governo di allora se ne lavò le mani. Per lui il nodo della lotta alla mafia era politico. E credeva che l’esistenza di Cosa nostra fosse garantita dalla contiguità con apparati dello Stato».
Gli occhi del commissario sono uguali agli occhi del giudice. Provocano nell’interlocutore un sussulto di riconoscimento, la sensazione di trovarsi nel frullatore di una macchina del tempo. Se chiacchieri con Manfredi Borsellino, dirigente della polizia postale a Palermo, non puoi fare a meno di sbirciare continuamente il ritratto di suo padre Paolo, appeso a una parete dell’ufficio. Confronti le pupille. E intuisci che il commissario ha faticato non poco per uscire dal cono d’ombra del giudice, per scavare una nicchia privata di dolore nell’assordante grancassa del cordoglio pubblico. Il riserbo, nel frattempo, ha custodito gelosamente i dettagli più importanti. Manfredi Borsellino non ha mai chiacchierato volentieri con certi cronisti sguinzagliati sulle tracce dell’ultima parola, dell’ultimo sguardo, dell’ultimo fotogramma straziante prima del boato del 19 luglio in via D’Amelio. Ha portato con discrezione il peso di una memoria lacerata, evitando di contaminarla con la retorica delle manifestazioni ufficiali. Ora, invece, parla. Esce ora, con una sua prefazione, un libro scritto a quattro mani da Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafiaduemila, e Giuseppe Lumia, componente della commissione parlamentare che indaga su Cosa nostra. Il commissario Borsellino parla dei rapporti tra mafia e politica, come un cittadino sveglio, semplice e indignato cronista del suo tempo. Nel suo luminoso ufficio con le finestre spalancate su una delle vie principali di Palermo, dice una cosa che forse scuoterà qualcuno: «Mio padre poteva essere salvato. Non c’è stata la volontà politica di fare di più». Torniamo al ’92. Lima braccato e ucciso. Falcone dilaniato dal tritolo con moglie e scorta. E suo padre? Mio padre era nervoso, udì perfettamente il campanello d’allarme. Di solito viene dipinto come un uomo cupo. È un’iconografia arbitraria. Invece, era un tipo dotato di grande senso dell’umorismo, capace di scherzare anche sul pericolo, senza però sottovalutarlo. E nel luglio del ’92 si sentiva nel mirino. Era morto Falcone e lui sapeva di essere il bersaglio successivo. Lo sapevano in tanti, a dire la verità. Tuttavia non furono prese le contromisure adeguate.
Per esempio? Forse come deterrente sarebbe bastato mettere la zona rimozione in via D’Amelio, davanti casa di mia nonna. Sarebbe stato perlomeno un segnale di attenzione e di presenza delle istituzioni. Quello era uno dei punti deboli di papà, uno degli appuntamenti fissi della settimana. Per il resto lui era bravissimo a difendersi anche da solo, con metodi che definirei ruspanti. Era bravo a uscire camuffato, senza scorta col cappello e gli occhiali per non farsi riconoscere. Dopo la sua morte, le zone rimozione sono sbocciate dappertutto, come per incanto.
La chiusura della stalla dopo il furto dei buoi. Non lo so. Io dico solo che si poteva fare di più per salvarlo. Esistevano condizioni eccezionali che giustificavano misure adeguate. Quando si avvertì l’esistenza di un rischio durante il maxi-processo, fummo trasportati tutti per precauzione all’Asinara. Lo stesso provvedimento fu preso nei confronti di Giovanni Falcone. Nell’estate del ’92 i segnali di pericolo erano, lo ripeto, evidenti. Era chiaro che le cosche avrebbero colpito ancora. Ma nessuno fece niente. La protezione era insufficiente. Le scorte avevano pochissimi mezzi. Mio padre fu lasciato solo dallo Stato, come altri prima di lui. Le istituzioni, a cominciare dal governo dell’epoca, se ne lavarono le mani.
Oggi, se fosse vivo, sarebbe considerato un magistrato comunista? Non credo. Era scrupoloso ed equidistante nel suo lavoro. Intendo dire che magari si troverebbe al centro di critiche strumentali per le sue indagini. È un destino comune a molti giudici scrupolosi... Probabilmente sì. Ma gli ostacoli al suo lavoro non mancarono nemmeno allora.
A cosa si riferisce? Non sono mai stati un mistero i cattivi rapporti di mio padre con il suo capo, il procuratore Pietro Giammanco. Al suo ritorno a Palermo, dopo la parentesi di Marsala, gli furono tolte le indagini su Cosa nostra nel capoluogo, nonostante la sua indubbia capacità investigativa. Ho saputo di una telefonata del dottor Giammanco proprio il giorno dell’attentato. Chiamò papà e gli disse che intendeva ridargli la competenza delle inchieste sulla mafia a Palermo. Un ripensamento tardivo.
Secondo Paolo Borsellino esisteva un legame tra mafia e politica? Certo. Per lui il nodo della lotta alla mafia era essenzialmente politico. Lo penso anche io. La stessa esistenza di Cosa nostra è stata garantita da contiguità con apparati dello Stato. Purtroppo della mafia e delle sue ramificazioni si parla poco o nulla ormai. Con questa classe dirigente mi meraviglierei del contrario.
Lei ha scritto la prefazione del libro. Cosa dice? Che la storia della Sicilia onesta si interseca con quella di Cosa nostra, che sono troppi gli omicidi di uomini delle istituzioni dietro cui si sono ipotizzate connivenze perverse tra apparati dello Stato e organizzazione mafiosa. Ho scritto che per i boss è stato inevitabile intrecciare una fitta rete di alleanze con la Democrazia cristiana. Del resto hanno sempre cercato di venire a patti con i partiti con responsabilità di governo. Ho scritto che la mafia ha inserito i suoi gangli all’interno delle istituzioni e che le recenti cronache giudiziarie non mancano di riferire di insospettabili complicità tra uomini che godono di un grande consenso elettorale e i capi dell’organizzazione.
È giunta l’ora di alzare le mani in segno di resa? Ancora no. Palermo, la città dove ho deciso consapevolmente di vivere e di fare crescere i miei figli, per certi aspetti appare irredimibile, ma io spero che il riscatto cominci proprio da qui.
Sua zia Rita concorre alla presidenza della Regione contro il governatore Totò Cuffaro. Molti considerano la sua candidatura un momento di rottura con un vecchio metodo di racimolare il consenso. Anche il mio ruolo è piuttosto delicato e mi impone un’assoluta equidistanza. Per questo preferisco non dire nulla su questo.
Equidistante come suo padre Paolo. Lo considera un eroe? Era soprattutto un tipo normale che faceva il suo dovere in un tempo in cui erano in pochi a farlo. Se questo significa essere eroi... Era anche una persona molto sensibile, il contrario del supereroe duro e invincibile. Sapeva ridere e sapeva piangere. Lo vidi affranto, in lacrime dopo l’attentato in cui perse la vita il giudice Rosario Livatino. E non solo in quella occasione.
Quando ancora? Ricordo soprattutto l’incidente al liceo Meli, nell’85, davanti alla fermata dell’autobus di piazza Croci, in cui fu coinvolta la sua macchina di scorta. Due studenti, Biagio Siciliano e Giuditta Micella persero la vita. Papà non aveva nessuna colpa ma non si perdonò mai del tutto per quello che era accaduto, e da allora limitò fortemente l’
uso della vigilanza.
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