La carità cristiana per i diseredati e il marxiano conflitto per la liberazione degli sfruttati vengono ancora confusi da molti. Riflessioni a margine della querelle sulla campagna antirazzista di Famiglia cristiana di Luca Inglese
Nella calda e soporifera settimana di ferragosto ci ha pensato Famiglia cristiana a distogliere, brevemente, l’attenzione dalle Olimpiadi e dalla crisi caucasica. E per pochi accalorati giorni, nello scontro tra il direttore del settimanale cattolico Don Sciortino da un lato, ed esponenti del governo e della gerarchia ecclesiastica dall’altro, si è riproposto il mito della “Chiesa di sinistra”. Papa Ratzinger ci ha messo una pezza con il suo discorso antirazzista, offrendo un obliquo supporto al periodico dei paolini. Ma la domanda sorge spontanea: dopo il compagno no-global Tremonti, l’invasione di campo della sinistra ora arriva dalla Santa sede? Il mito della Chiesa di base “buona” che interpreta genuinamente il messaggio cristiano, contro le gerarchie ecclesiastiche dedite alla gestione del potere e all’imposizione di divieti antistorici, è un porto delle nebbie in cui naviga senza rotta una larga parte della sinistra nostrana. Il mito deve molto, forse tutto, all’esperienza sudamericana degli anni ’70 e al filone di pensiero della Teologia della liberazione. In quegli anni e in quei luoghi dilaniati da dittature militari e multinazionali rapaci, a partire dalla Conferenza di Medellin del 1968, veniva coniata una originale sintesi tra carità cristiana e lotta di classe marxiana. Con la “opzione preferenziale per i poveri”, la Chiesa si proponeva come chiesa degli sfruttati, e i prelati predicavano un impegno concreto nel sociale e nella politica. È in quegli anni che nasce il mito del Cristo povero, hippy e rivoluzionario.
A stroncare quell’esperimento di fusione cristiano-marxista ci pensò lo stesso Vaticano con il papa “buono” Giovanni Paolo II, seguendo le linee dottrinali dettate da un tal Ratzinger. La stroncatura ufficiale e definitiva era vergata dal futuro papa teologo in diversi documenti, quali la Libertatis Nuntius del 1984, in cui si affermava limpidamente che: «Alla base della nuova interpretazione, che finisce per corrompere ciò che aveva di autentico l’iniziale impegno per i poveri, sta l’assunzione non critica di elementi dell’ideologia marxista e il ricorso alle tesi di un’ermeneutica biblica viziata di razionalismo… ad alcuni sembra addirittura che la lotta necessaria per la giustizia e la libertà dell’uomo, intese nel loro senso economico e politico, costituisca l’aspetto essenziale ed esclusivo della salvezza. Per essi il Vangelo si riduce ad un vangelo puramente terrestre… ricordiamo che l’ateismo e la negazione della persona umana, della sua libertà e dei suoi diritti, sono centrali nella concezione marxista. Questa contiene dunque degli errori che minacciano direttamente le verità di fede sul destino eterno delle persone… voler integrare alla teologia un’“analisi” i cui criteri di interpretazione dipendono da tale concezione atea significa rinchiudersi in contraddizioni rovinose… di conseguenza, si presenta l’inserimento nella lotta di classe come un’esigenza della carità stessa; si denuncia come un atteggiamento rinunciatario la volontà di amare fin da questo momento ogni uomo, qualunque sia la sua appartenenza di classe...». Ratzinger chiarisce bene in quegli anni che la “liberazione” per un cristiano è, soprattutto, “liberazione dal peccato”. La condanna e la distanza derivano da un nodo concettuale fondamentale: l’idea di trasformazione, cardine del marxismo e assolutamente sconosciuta alla teologia cristiana. La liberazione marxista, di sinistra, ha una prospettiva intrastorica. Mentre quella religiosa agisce nella prospettiva temporale dell’eternità ultraterrena. Anche l’assistenza cristiana ai poveri e ai diseredati viene incredibilmente confusa con la sorella maggiore (e più spirituale) della aspirazione rivoluzionaria alla liberazione dallo sfruttamento del proletario. Nonostante contenuti (la lotta per il reddito e i diritti oggi, contro la pace nel regno dei cieli domani) e metodo (la pratica rivoluzionaria, anche armata, e l’analisi storico-scientifica contro il dialogo e la fede) denunciassero chiaramente una parentela lontanissima, se non una vera e propria incompatibilità sanguigna. Incompatibilità, tra l’altro, chiarissima a Ratzinger.
Non sarebbe difficile sostenere che l’esperienza della teologia della liberazione sia essenzialmente limitata nel tempo e nello spazio, ovvero sia limitata a un ventennio scarso e a un luogo, il Sudamerica. E che in nessun modo dica la verità del passato o del futuro del cristianesimo. Fatto sta che, accettabile o no che sia questa tesi, quarant’anni dopo, la confusione permane. Una confusione coltivata dalla Chiesa stessa i cui messaggi sono, per utilizzare una terminologia psichiatrica, volutamente schizofrenici e schizofrenogeni. Si pensi all’Africa, dove il buon missionario cattolico assiste i poveri con generosità e sacrifici sconosciuti e impensabili per i più, e allo stesso tempo si oppone alla soluzione della povertà: il controllo delle nascite e l’emancipazione femminile (sono istituzioni tutt’altro che bolsceviche la Banca mondiale, il Fondo monetario e l’Onu che hanno individuato nella emancipazione della donna la chiave fondamentale dell’uscita dalla povertà). Lo stesso si dica per l’America latina dove l’aborto legale è ancora un’eccezione, nonostante la primavera della sinistra latinoamericana. E dove grandi leader della sinistra si professano religiosissimi. Si pensi anche al fatto che il cristianesimo si proclama religione dell’amore, ma limita la sessualità umana a puri fini procreativi, come quella degli animali (da cui discende anche la condanna implacabile all’omosessualità). Oppure si pensi a papa Ratzinger, pacifista per definizione, che passeggia sui verdi prati di Castel Gandolfo assieme al religiosissimo Bush, il campione della guerra di civiltà. O si pensi al fatto che mentre Don Sciortino si scaglia contro il fascismo/razzismo crescente, rappresentando in teoria il “buon cristiano” di base, il nord leghista e post fascista cristiano nutre e cresce gli impulsi razzisti fino agli assalti alle moschee.
Non è forse anche quello il cristianesimo di base? E che dire della cristianissima destra che battaglia per l’inserimento (vagamente razzista?) delle radici giudaico cristiane nella Costituzione europea? O del fatto che per ogni Don Ciotti che combatte la mafia, cento parroci nel sud Italia si sono fatti “baciare le mani” da galantuomini con la coppola? O dell’adorazione per la Madonna, madre di Dio, esempio per tutte le donne, di coloro che hanno prodotto la legge 40 e sferrano attacchi continui alla legge sull’aborto e alla contraccezione? Sogno (o fantasticheria) e realtà sulla religione si fondono nel porto delle nebbie della sinistra. L’egualitarismo umanista e materialista di sinistra viene confuso con il biblico “siamo tutti figli di Dio”. Sarà pur vero. Certo, figli molto diversi. 22 agosto 2008
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