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Memoria da Hollywood Stampa E-mail
Simile al grande Philip K. Dick, Jerry Stalh esprime nell’esagerazione un disperato bisogno di normalità

A volte “sopravvivere” può essere più facile di “vivere”. Questa la verità che ci consegna Jerry Stahl. Ma andiamo con ordine. Provatevi a scrivere un romanzo appassionante su uno sceneggiatore tossico che tenta - invano - di uscire dalla tossicodipendenza e che ci racconta tutti i suoi pensieri. È la sfida di Mezzanotte a vita, romanzo autobiografico del 1995 di Stahl, autore-culto americano, sceneggiatore di Twin Peaks e di C.s.i., pubblicato ora da Leconte (film con Ben Stiller, distribuito con il titolo Hard night). Perché questo ossessivo memoir, che oscilla tra commedia e tragedia, tra umor nero e gusto perverso del degrado, riesce a intrigarci? Per la ragione che lungo le sue 390 pagine di vita esagerata, tra sballi, buchi e pere, Stahl non fa altro che esprimere un disperato, commovente bisogno di normalità, oltre a darci una descrizione impietosa di Hollywood (luogo simbolico dove il “sogno americano” si è avvelenato), sulla scia del Giorno della locusta di Nathanael West (ma con la tv al posto del cinema). L’autore racconta con un tono di disarmata sincerità come si arricchì a Los Angeles diventando lo sceneggiatore di serial televisivi popolari e di film porno, «facendosi di ogni cosa» (eroina, Lsd, erba). Qui conosce la moglie Sandra (da cui avrà una bimba) e una umanità pittoresca che ruota intorno alla “fabbrica di sogni” hollywoodiana, rinominata «manipolazione della frustrazione».

Il libro può anche essere letto come manuale per aspiranti sceneggiatori di successo: «La dinamica della scrittura televisiva è concepita per ridurre al minimo la creatività…». E su tutto campeggia la regola aurea: «A Hollywood non ti assumono perché vali qualcosa, ti assumono perché qualcun altro l’ha già fatto prima». Il diario interiore di Stahl, tra autocommiserazione e disprezzo di sé, contiene una verità affilata, su se stesso e sulla società contemporanea: «L’infelicità era radicata nel mio essere, ero come un eschimese che, avendo vissuto al freddo fin dalla nascita, crede che il gelo gli venga da dentro…». E allo scrittore accade di contrapporre al gelo delle relazioni sociali un calore possibile, quello che percepisce per la prima volta con la figlia piccola. Dicevo della normalità: «Ciò che mi fa star male è che io amavo veramente mia moglie. Volevo una famiglia. Una casa». Fuorvianti sarebbero i riferimenti a Borroughs e alla generazione beat, a tutta quella filosofia stucchevole dell’estremo. In ciò, Stahl è più simile al grande Philip K. Dick, le cui paranoie apocalittiche esprimono non una aspirazione alla psicosi ma il desiderio di una normale, prosaica felicità, sempre in qualche modo negata. La droga non stimola la creatività (tuttalpiù lo aiuta a scrivere sceneggiature trash…), né arricchisce la sensibilità. Ci costringe a “sopravvivere”, in ciò donandoci uno scopo. Come scrive lucidamente Stahl a proposito della differenza tra il farsi le pere e il voler bene a una bambina: «L’eroina può ammazzarti, ma non ti spezzerà mai il cuore. Almeno, non come una bambina…». Ecco, Mezzanotte a vita ci mostra con radicalità di sguardo - e con qualche prolissità - che la realtà è a volte frustrante e dolorosa (appunto: spezza il cuore), ma che non sempre ci fa freddo.

di Filippo La Porta

22 agosto 2008

 
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