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Diario privato, riflessione filosofica e invenzione si fondono nel romanzo di Ruggero Savinio
Dove si trova oggi la filosofia? Intendo la filosofia - socraticamente - come filosofia morale, verità dialogica, prolungamento della conversazione quotidiana sui problemi dell’esistenza, e soprattutto meditazione sulla morte. Non credo si trovi nei libri dei filosofi, quasi tutti alacremente impegnati a spiegarci che la realtà non esiste. Mi capita invece di incontrarla spesso, inaspettatamente, in alcuni libri - ibridi, non classificabili - di non filosofi, di pensatori “dilettanti”. Prendiamo Passaggio della colomba di Ruggero Savinio (Scheiwiller), pittore e scrittore. È romanzo di formazione e di memorie, diario privato, autobiografia, lessico famigliare, dialogo silenzioso con il padre (il grande Alberto Savinio, che si autodefiniva «artista che pensa»), riflessione ininterrotta sull’arte (specie la pittura) e la letteratura, quaderno di notazioni sui molti cieli e sulle città conosciute dall’autore (Milano, romantica e moderna, dove manca il pittoresco, Roma, chiusa in una sua «torpida singolarità», dove la bruttezza in virtù della luce può divenire bellezza), album fotografico composto da alcuni ritratti memorabili (di figure pubbliche e persone comuni: straordinario il primo capitolo sulla zia attrice Elettra, che ormai vecchia, smemorata e impasticcata, si fa portare in taxi al ponte Garibaldi e si immerge nell’acqua…). Il libro si apre e si chiude con la notizia di un decesso: nell’ultima pagina, infatti, una donna gli annuncia la scomparsa del poeta Vittorio Sereni. Ma ovunque si infiltra il sentimento della vanità e dell’impermanenza del tutto (percepibile soprattutto nella musica, che appena ascoltata subito evapora), a cui forse dà una risposta la religiosità spiazzante di Leonardo nella Vergine delle rocce, una religiosità definita con qualche azzardo “taoista” (ovvero cosmica, antigerarchica, non edificante). Ma soprattutto nel secondo capitolo, un dialogo diretto tra padre e figlio, Ruggero Savinio si sofferma sulla pietà filiale, sulla particolare malinconia di Virgilio, che salvò Baudelaire «dalla troppa importanza data agli atti che mirano a uno scopo», e che consiste nella consapevolezza che ogni scopo «in definitiva è una perdita, anche la fondazione di un impero» (di qui la pietà verso tutte le generazioni e la devozione verso il passato). Dal padre impara tra l’altro la «sfiducia verso le certezze troppo assistite dalla forza» e l’idea che il fare «tiene in scacco la morte». La morte ritorna spesso nelle pagine del libro: Milano vi compare come città custode della memoria e tessitrice del nuovo, in cui la voce dei morti «si sente in un sussurro». Passaggio della colomba si chiude nel ricordo di tante persone che se ne sono andate, in un lamento che ha risonanze dantesche: «Quanti ne ha presi la morte, una legione… una infornata dopo l’altra». Eppure la pagina brulica di vita (come la pittura su una tomba egizia), di incontri, di umanità, di osterie e latterie. Probabilmente, come qui si dice, uno non è mai ammaestrato dall’esistenza (si resta sempre inermi) e ogni scopo è una perdita. Ma tutti gli sforzi quotidiani per raggiungere lo scopo costituiscono la nostra informe, irripetibile, variegata esperienza, della quale non potremmo fare a meno. di Filippo La Porta 8 agosto 2008
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