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Left n.32-33 dell'8 agosto 2008È finita così la conversazione con il responsabile della Funzione pubblica Renato Brunetta. Domande troppo scomode? O il potere oggi si aspetta interviste in ginocchio? Ecco come un politico decide le questioni che si possono affrontare e quelle da evitare
di Manuele Bonaccorsi

Dopo 35 minuti di intervista, il titolare della Funzione pubblica Renato Brunetta ci ha buttato fuori dalla sua stanza. Non per impellenti impegni istituzionali, ma perché - così ha detto - «non si può andare da un ministro senza chiedergli cosa ha fatto nei tre mesi precedenti. Andatevelo a leggere nelle slide sul sito del ministero…». Poi è scomparso dalla sua scrivania, ed è riapparso davanti alla porta aperta, per stringerci nervosamente la mano prima di richiuderla dietro di noi. Nulla di grave, un intervistato che si arrabbia fa parte dei rischi del mestiere. E crediamo che il ministro abbia ben altre crociate a cui pensare, che lo distoglieranno dall’emettere un editto bulgaro nei nostri confronti. Al resto, poi, penserà il taglio dei contributi all’editoria, che rischia di mandare al macero decine di testate coi rispettivi giornalisti. Non vale la pena neppure litigare col portavoce, che fuori dalla stanza ci dice: «Buon per voi, siete giovani, avete imparato come ci si rapporta a un ministro». Certamente pubblicheremo anche la recensione del suo ultimo libro dedicato a Enzo Tortora, come ci aveva chiesto prima di farci entrare nella stanza di Brunetta.

Poi, tornati in redazione,
diamo uno sguardo alle agenzie. E ci accorgiamo di non essere soli. A differenza nostra non l’ha presa con filosofia una giornalista del gruppo l’Espresso, buttata fuori dallo splendido studio affrescato del ministro appena dopo la prima domanda. E ha mandato all’Ansa un comunicato infuocato, stimolando la reazione di Franco Siddi, presidente nazionale della Federazione della stampa: «Il ministro Brunetta deve capire che non basta un decreto di nomina per essere ministro, ma serve rispetto per le istituzioni, per le persone e per il loro lavoro», ha chiosato Siddi. Raggelante la risposta di Brunetta: «Le risposte bisogna meritarsele con domande serie».

Dal canto nostro, crediamo di aver posto al ministro alcune domande fondate e altrettante gliene avremmo fatte se ci avesse concesso di abusare ancora un po’ della sua pazienza. Siamo un giornale di sinistra, e la possibilità di intervistare quello che i quotidiani hanno chiamato “la Lorella Cuccarini del governo”, cioè il più amato tra i ministri, ci è parsa un’opportunità imperdibile. A un patto, però: domande sincere e niente propaganda. Il portavoce si era detto entusiasta: «Accogliamo la sfida». E ci aveva avvertito: «Attenti, è un professore, gli piacciono i giornalisti preparati». Così abbiamo studiato per due intere giornate, mettendo da parte quella che in gergo si chiama “la macchina”, cioè il lavoro, un po’ noioso, di tagli / correggi / titola / metti in pagina. Abbiamo letto i titoli su quattro colonne dei giornali, che annunciavano un calo del 30 per cento nelle assenze della P.a., dovuto all’«effetto annuncio fannulloni», cioè proprio alla campagna di stampa lanciata dal ministro e ripresa dai media. Ci siamo accorti che i dati riguardavano solo 27 amministrazioni su 9mila, 7 Comuni su 8mila, circa il tre per cento dei lavoratori impegnati nella Pubblica amministrazione. Abbiamo letto le dichiarazioni del ministro che parlavano di una crescita dei salari dei dipendenti pubblici del 35 per cento negli ultimi 7 anni. Poi, dopo una telefonata con un ricercatore dell’Istat, ci siamo accorti che erano calcolati a prezzi costanti, cioè esclusa l’inflazione. Di tutto ciò abbiamo chiesto spiegazione al ministro. Finché ha gradito rispondere. Pubblichiamo la mezza “intervista” concessaci dal ministro e quanto alle questioni che non ci ha concesso di sottoporgli, le proponiamo di seguito in un articolo, dedicato ai numeri, che raramente possiedono la virtù della certezza così spesso loro accordata. Quando nessuno ha il tempo o la voglia di metterli in discussione. E di chiederne conto a un ministro.

8 agosto 2008

 
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