Un’elezione, e quattro congressi dopo, un passo indietro. Dell’urlo accorato del vecchio Ingrao, «fate presto», resta oggi un’eco lontana. Ed è svanito il centro di aggregazione di tutte le culture critiche di Luca Inglese
È finita l’estate rovente dei congressi, per i partiti della fu Sinistra arcobaleno. E con l’Arcobaleno è svanito il breve sogno nato a Roma nei mostruosi hangar della nuova fiera l’8 dicembre del 2007. L’urlo del vecchio Ingrao “fate presto, fate presto” è l’eco esile che rimane. Una tornata elettorale, e quattro congressi dopo, sono in molti a chiedersi: in che condizioni è la Sinistra italiana? Tristemente la prospettiva di procedere verso uno scenario simil tedesco, dove la Linke, l’unione della sinistra socialdemocratica e degli ex comunisti, che registra ormai risultati elettorali a due cifre, cede violentemente il passo a uno scenario simil francese: tanti ininfluenti partitini da uno virgola.
Il colpo più duro, forse mortale, al processo unitario si è consumato al congresso di Rifondazione comunista lo scorso fine settimana. La linea politica, che ha vinto per un soffio (142 voti su 280), e che ha eletto Paolo Ferrero segretario, respinge ogni possibilità di dialogo con il Pd e pressoché ogni possibilità di nuove aggregazioni politiche a sinistra. Così, l’arcipelago dei partiti a sinistra del Pd perde il suo motore, il suo centro propulsivo e di aggregazione che era rappresentato dalla Rc bertinottiana. Al congresso di Rc è stata messa da parte non una linea politica, o non solo. Ma una comunità, una famiglia, che abbraccia almeno due generazioni politiche: quella dei Vendola, Giordano, Musacchio, Mascia, Sentinelli, ma anche tutta la nuova generazione di quadri del partito cresciuti nei Giovani comunisti con Gennaro Migliore: De Palma, Pecorini, Lauri, Fratoianni, Assennato, Piccolotti. Una comunità nata e cresciuta all’ombra di Fausto Bertinotti. Al subcomandante non sono mai mancate critiche e dileggi dai commentatori più frettolosi e malevoli, che hanno sempre coperto con la parodia del “cachemire” la mancanza di letture e comprensione di questo lungo corso politico della Sinistra italiana. Un ciclo legato all’inesauribile curiosità intellettuale del più grande politico dei nostri giorni. Esemplificativo e grottesco il “coccodrillo” dedicatogli dal manifesto, il quotidiano che forse ha più criticato, attaccato e sbeffeggiato lo sforzo della Rc bertinottiana di elaborare l’eredità comunista. E che dopo aver rappresentato la vetero critica più boriosa, a parte i rari contributi analitici di fondatori come la Rossanda e Parlato, saluta la sconfitta con articoli come quello della Dominijanni, erede tetragona della più conservatrice tradizione psicanalitico-comunista, che non trova nulla di meglio da attribuire al politico Bertinotti che il narcisismo e qualche incontro pubblico (tre in quattro anni) con l’Analisi collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli. Solo la malafede e una miope partigianeria potevano ridurre l’uomo politico che ha portato Rc al 7 %, rendendola il motore della Sinistra italiana, al punto di convincere la sinistra dei Ds a fare il salto, che ha contribuito a mandare a casa Berlusconi nel 2006, l’instancabile denunciatore della crisi del sindacato e del suo ruolo, al “comunista in cachemire”. Della serie: quando non hai capito niente, sparala grossa, che magari qualcuno non se ne accorge. Eppure articoli come quello della Dominijanni fanno il paio con tanti interventi visti al congresso. E raccontano della stessa incapacità di relazionarsi all’esplorazione bertinottiana, all’ostinata ricerca di una apertura teorica e culturale. Una linea apertamente “revisionista”, che non ha mai inteso gettare al mare le tradizioni comuniste ma che voleva rielaborarle. Decisamente troppo per chi ha la vocazione a stare dalla parte del torto.
Ma sembra proprio questa curiosità, l’apertura mentale, a essere stata punita con pervicacia lo scorso fine settimana a Chianciano. L’aggregabile si è aggregato per punire, sembra, una leadership a cui si è addebitata non la sconfitta, ma i congiuntivi e i rapporti con gli intellettuali. Uno scontro che, più che politico, sembrava antropologico. Diverse le facce, i discorsi, gli abiti. Due comunità, una contro l’altra armata. Alla faccia della nonviolenza. Quale ruolo futuro per i bertinottiani? Non è certo un problema di cachemire, ma qualcosa da fare c’è. Squadra che vince non si cambia. Ma la squadra di Fausto non ha vinto: fuori dal governo, fuori dal Parlamento, ora fuori dalla gestione del partito. Per dolorosa che sia, una riflessione su cosa non ha funzionato andrà fatta.
Senza la Rc del compagno Fausto la Sinistra italiana ora è orfana di un centro aggregatore. È un ruolo difficile, quello del centro gravitazionale, che pochi potevano incarnare. Perché bisogna essere in grado di tenere insieme socialisti e radicali, ex ds, comunisti, sindacato e movimenti di base. Tutti luoghi politici che, a oggi, solo l’ex presidente della Camera riusciva a frequentare ricevendo e dando pari attenzione e dignità. I mille di Chianciano, il pensatoio di Ginsborg a Firenze, la piccola casa di Sd, i Verdi di Grazia Francescato: il luogo “fisico” e politico dell’aggregazione a sinistra oggi, semplicemente, non c’è. Un netto passo indietro rispetto all’Italia pre-elettorale. L’uscita da sinistra dalla storia comunista, quella operazione teorico culturale di ricongiungerla alla tradizione socialista e libertaria, di innestarla nei movimenti di critica radicale all’esistente, materiale e culturale, oggi segna il passo.
E ora? In una sincera intervista a left di poche settimane fa, il coordinatore di Sd Claudio Fava minimizzava la “drammaticità” dell’ipotesi di una spaccatura di Rc. Notava che, a questo punto, quella che necessitava era una operazione di “verità”, la più amara e al tempo stesso la più rigenerante delle medicine. E prospettava la possibilità che a sinistra si profilassero non una, ma due aggregazioni: una comunista e una post comunista e ambientalista. Ci siamo arrivati? Manca poco meno di un anno alle elezioni europee, banco di prova fondamentale per la Sinistra e per il Pd. Anch’esso terremotato dall’iniziativa delle sue ali, Di Pietro e Rutelli a destra, D’Alema a sinistra. L’intero campo del centrosinistra affronterà l’autunno-inverno più lungo sotto il battere incessante del regime Berlusconian-Tremontiano che di “leggero”, purtroppo, ha ben poco. Forse c’è solo da sperare che, dopo un piovoso inverno, il sole della primavera torni a far comparire l’arcobaleno. 1 agosto 2008
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