Il terrorismo soffia dal Nord-Ovest, dove risiede un’etnia turcofona di religione musulmana. Eppure la popolazione sotto controllo non teme Osama bin Laden. I cinesi sono angosciati per la repressione e dalle spese che dovranno pagare i più poveri di Vincenzo Mulè
Diritti umani, libertà d’informazione, incubo smog e pericolo terrorismo. Forse qualcuno, a Pechino, avrà rimpianto la tregua olimpica. Ma, al contrario dell’astensione da ogni tipo di conflitto durante i Giochi, le autorità cinesi avrebbero gradito una sosta all’ondata di cattive notizie e di eventi negativi che hanno caratterizzato l’avvicinarsi all’8 agosto. Una Pechino blindata sta accogliendo gli atleti. Nella Capitale sono già dispiegati migliaia di soldati. A questi si aggiungono 40mila poliziotti, 27.500 armati, 10mila guardie di sicurezza, 300 guardie anti-terrorismo e 15mila volontari della guardia civile, oltre alla normale rete di informatori e spie. La paura è quella di un attacco terroristico. Il pericolo viene dallo Xinjiang, la regione del Nord-Ovest abitata dalla minoranza etnica degli uighuri, un’etnia turcofona di religione musulmana. Il Xinjiang confina con otto Paesi, cinque dei quali musulmani (Kazakhistan, Kirghizistan, Tajikistan, Afghanistan e Pakistan). Gli allarmi sulla situazione nella regione si sono succeduti fin dall’ anno scorso, quando le autorità cinesi hanno affermato di aver smantellato un campo di terroristi del Movimento islamico del Turkestan orientale (Etim), un gruppo legato all’internazionale del terrore che fa capo a Osama bin Laden. Da allora, i messaggi terroristici si son fatti costanti. E, ora, chiunque usa la metropolitana della Capitale deve passare attraverso controlli come negli aeroporti, sottomettendosi al metal detector e pronti ad aprire valigie e borse. Anche i passeggeri di viaggi in pullman verso le città dove si svolgono i Giochi vengono controllati nelle sale di aspetto e prima di salire sui bus. Tutta la popolazione è, insomma, sotto controllo.
Molti cinesi speravano che lo slogan dei Giochi “Uno solo mondo, un solo sogno” si applicasse anche a tutte quelle libertà godute dall’Occidente. Invece, secondo quanto riporta il sito AsiaNews, autore di un sondaggio in Cina con risposte giunte da grandi città come Pechino, Shanghai e Tianjin, e da diverse regioni quali Hebei, Guangdong, Zhejiang, Jiangsu, Shandong, Sichuan, Ningxia, Hubei, sono in molti a definire le Olimpiadi a Pechino come «una tragedia». Soprattutto viene sottolineato come la spesa per ospitare i Giochi sia troppo alta per quella che a molti appare una semplice operazione di immagine. Dall’indagine emerge che molti avrebbero preferito che i soldi investiti (almeno 80 miliardi di rmb, circa 8 miliardi di euro, per le costruzioni; 200 miliardi di rmb in tutto, pari a 20 miliardi di euro) venissero utilizzati per migliorare la condizione dei poveri e degli studenti. Tutti hanno il terrore che dopo i Giochi vi sarà una crisi economica e che le spese le dovranno pagare i poveri. Le Olimpiadi sono viste anzitutto come un peso perché molta gente ha perso casa, negozio o lavoro (a causa degli espropri) per costruire le sedi olimpioniche. Molti altri si lamentano perché a causa dei pochi giorni di spettacoli agonistici, la loro vita è cambiata: non possono usare la macchina; sono sottoposti a controlli di sicurezza; non possono fare spese nel loro quartiere (troppo vicino al villaggio olimpico).
Non passa giorno in cui Amnesty international non attacchi la giunta diPechino. L’ultima accusa, peraltro rivelatasi poi fondata, riguarda la censura su internet. Il Cogop, il comitato organizzatore dei Giochi, ha infatti comunicato che ci saranno limitazioni nell’accesso ai siti web durante i Giochi. «Ora mi rendo anche conto che alcuni funzionari del Cio hanno negoziato con i cinesi sul fatto che alcuni siti sensibili saranno bloccati perché non sono considerati collegati ai Giochi», è stata l’amara conclusione di Kevin Gosper, responsabile della commissione stampa del Cio, il Comitato olimpico internazionale. Che qualcosa fosse cambiato all’interno del Cio si era capito da un’intervista rilasciata dal suo numero uno all’Equipe Magazine. Nel colloquio, Jacques Rogge spiegava che «ragioni di Stato mi impediscono di parlare in maniera approfondita dei diritti umani in Cina». 1 agosto 2008
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