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Fra dolce far niente e malinconia. Nel Brasile ad alto tasso di sensualità raccontato da Cuenca
Diciamo la verità. Basterebbe il titolo:Una giornata Mastroianni. Così si intitola infatti il libro di Joao Paulo Cuenca (Cavallo di Ferro, traduzione di Cinzia Buffa), un trentenne brasiliano che ha un blog molto popolare). Quando l’ho visto ho provato, lo confesso, un brivido di orgoglio. Ma allora non esportiamo solo cuochi e mafiosi, buffoni e intriganti, Versace e Mussolini. Ogni tanto capita che l’Italia riesca a esportare qualcosa di bello, di seduttivo senza essere corrotto, di fascinoso senza folklore posticcio. Così un Paese distante e un po’ esotico ci ripropone un mito che appartiene alla nostra tradizione recente. La giornata Mastroianni rappresenta infatti l’ultimo residuo spazio in cui sopravvive l’utopia italianissima del dolce far niente, di una esistenza malinconica e indolente, sentimentale e cialtrona, dove non si distingue bene tra recita e realtà, dove “tutto è teatro”: «Giornata trascorsa in spensierate passeggiate… alla mercè di circostanze». Cuenca ci accompagna insieme ai due picari protagonisti, Pedro Cassavas (“cassava” significa manioca, polvere, farina di semi, vita che si sfarina) e Tomàs Anselmo, nel loro svagato deambulare lungo una giornata di Rio de Janeiro, tra incontri con personaggi eccentrici, donne molto sensuali, molto alcool, chiacchere metafisiche e senza senso. Il libro assomiglia più a una ballata che a un romanzo. A un certo punto Pedro dirà a un misterioso interlocutore (Dio? la propria coscienza?) che si tratta di un romanzo senza storia, e in ciò vede riflesso il destino della agonizzante letteratura brasiliana. Non sono uno specialista di questa letteratura, ma mi sembra che si divida in potenti affabulatori, cantastorie popolari come Guimaraes Rosa, e in una prosa lirica alla Chico Buarque. Cuenca appartiene alla seconda famiglia, e così procede per suggestioni, lampi visivi, improvvisazione (viene ricordato Miles Davis che compose le musiche di Ascensore per un patibolo di Louis Malle semplicemente vedendone le scene) associazioni di immagini, pensieri sgangherati, come in un eterno dormiveglia di adolescente sonnambulo (così si definisce Pedro). Alla fine scopriamo però il retroterra funereo-barocco di questa stordita visionarietà: «Le sue colline, le salite, gli archi, le scalinate, i casinò, gli alberghjui, i velieri, le moschee, le spiagge e i ristoranti girevoli vengono risucchiati dal vuoto». Non si può fare che del teatro sopra il nulla e il vuoto dell’esistenza. E ancora la sottile ansia di sparire, di non esserci: «Quando termineremo di leggere e raccontare la storia di questo personaggio, anche noi spariremo». È vero, l’arte, la letteratura inventa la realtà. O meglio: la realtà esisterebbe, prima e fuori di noi, anche senza la letteratura, però sarebbe incolore, neutra, informe. È attraverso l’artificio della pagina letteraria che acquista significato. Però è importante che questo artificio conservi, proprio come succede nella pagina di Cueca, un legame con la nostra esperienza quotidiana, pena la caduta nell’arida metaletteratura. di Filippo La Porta 1 agosto 2008
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