Internet è sommerso dal porno. Con i gadget fatti in Cina, resistono i sexy shop tradizionali. Nascono negozi di erotismo glamour per donne. Si guarda, si spia, si compra, si scambia, l’Italia è un grande mercato dell’hard di Marcantonio Lucidi
Il Viagra ha dieci anni e questo ha cambiato il mondo anche se meno di un’altra pillola, quella anticoncezionale, che ha separato il sesso dalla procreazione. Le pillolette azzurre si limitano invece a separare l’età dal giudizio e per questo piccolo miracolo nel 2007 la Pfizer ne ha vendute 172 milioni nel mondo , 172 milioni di istanti felicemente (si spera) erotici (forse). Di cui 6,6 milioni in Italia, dove si smerciano anche 5.5 milioni di Cialis, 2,5 milioni di Levitra. Quindi nel Paese dei vitelloni e dei merli maschi, 14 milioni di amplessi l’anno nascono e si consumano su base chimica per un fatturato di 150 milioni di euro, più tutto il sommerso che si compra via internet.
Fronte del sesso, fronte del porno come titolano i giornali senza fantasia, fronte del famolo a tutti i costi, in tutti i modi, a tutte le ore, anzi non facciamolo proprio, guardiamolo, telefoniamolo, chattiamolo, compriamolo, filmiamolo, soprattutto in internet: pornografici sono il 12 per cento dei siti, il 35 per cento del download, 372 milioni di pagine, 266 indirizzi web nuovi al giorno. Ogni secondo si collegano - 70 volte su cento nei giorni feriali e durante le ore d’ufficio - 28mila pornointernauti per il 72 per cento maschi e per il 28 donne che alimentano un webpornobusiness di circa due miliardi e 800milioni di dollari soltanto negli Stati Uniti. Adolescenti e vecchi, manager e operai, studenti e nullafacenti, casalinghe e cassiere consumano sesso guardando dai buchi di serratura elettronica le ragazze, i trans, gli uomini, frequentando i privé, scambiandosi i partner sulle tangenziali e i raccordi anulari, e approfittando persino degli appuntamenti nei salottini delle agenzie matrimoniali per l’acchiappo della divorziata - disperata - abbandonata - eccitata da filmare nel corso di una notte a luci rosse e buttare su qualche porno tube. Lo sballo sessuale è il delirio di questi tempi, dai ragazzini di undici anni con il telefonino gonfio di carne maschile e femminile a Tempest Storm, la famosa spogliarellista degli anni Cinquanta, già amante di Elvis “the pelvis” Presley, che a ottant’anni compiuti ancora s’esibisce con gran successo nei locali di Las Vegas. L’ultimo show una settimana fa, colei che fu la regina del burlesque assieme Betty Page e Dixie Evans, non ha «nessuna intenzione di appendere il tanga al chiodo».
Il fatto è che il porno è come una palude, l’acqua è ferma eppure la natura si agita. Succedono sempre le stesse cose ma senza sosta. Negli anni Settanta a Parigi, entrare in un sex-shop di Pigalle scostando la tenda nera, significava sbattere la testa nel gadget del momento, una riproduzione in plastica del sesso femminile dentro una scatola che penzolava dal soffitto. Trent’anni dopo, sul sito del primo pornonegozietto d’Italia, quello di piazza Sempione a Milano aperto nel ’72, reclamizzano il cyberskin, silicone che garantisce “l’effetto virtual touch a peni, vagine, strumenti e giochi erotici». Se non è zuppa è pan bagnato insomma, e se non è John Holmes è Rocco Siffredi, tanto che nella hit parade delle pornodive più cliccate, guardate, divudizzate e attaccate alla cabina dei tir al primo posto c’è da anni Jenna Jameson. Anche se poi le novità si nascondono, è il caso di dirlo, nei dettagli. Superato il corpo femminile, sinuoso e morbido alla Moana Pozzi, domina il gusto Jenna: tette ultragrosse effetto mattone, glutei alti e piccoli in similtravertino. Modello viado, insomma, preso direttamente dalla strada della prostituzione trans e dalle passerelle di moda (seni a parte). «L’anoressia è la conseguenza dell’estetica imposta dagli stilisti gay. Può un omosessuale apprezzare il corpo della donna, le sue forme, mettere in risalto le sue curve?». L’osservazione è di Simona Sessa, attrice, ex cubista, già show-girl per la Rai, che ha messo online un suo eros-negozio molto glamour, «sexy-shop virtuale dedicato alle donne» dove vende lingerie ma anche combatte bulimia e anoressia. Propugna il ritorno alle pin-up e alla donna formosa, sulle sue pagine web ha messo un video con spezzoni di vecchi film della superprosperosa Jane Mansfield, sogno a occhi aperti di curve per l’insonnia. Sessa ribadisce: «La donna mediterranea è prosperosa, bei seni, fianchi. Dobbiamo tagliarci le ossa per fare piacere ai gay?».
Quindi via alla lingerie taglia 44, 46, 48, anche 50, largo alle scarpe americane con tacchi da 18 centimetri per le lap-dancer figlie di contadini del Triveneto e le casalinghe pin-up desiderose di somigliare all’attuale diva del burlesque Dita Von Teese, largo ai corpetti stile Nicole Kidman in Moulin Rouge, forza con reggicalze e baby doll nel segno dello slogan “sotto il vestito, tutto”. Sempre meglio di quanto si vede nel solito vecchio sex-shop romano, dietro al Tuscolano, uno stanzone in cemento armato a un piano in mezzo ai palazzi della speculazione edilizia. Il solito assortimento soporifero dei soliti falli ed esposizione di dvd hard più mutande sintetiche da “sballo depresso”, come dicono i ragazzini di 14 anni. Tutti i gadget, ma proprio tutti, informa il gestore, sono fatti in Cina, i reggitette soprattutto in Italia. Solitario dentro un altro sex shop, dietro via Appia, alla cassa ci sta un tizio che, chissà perché, non parla nemmeno sotto bondage, forse a ricordo degli anni loschi in cui stare in mezzo ai vibratori era più vergognoso che farsi beccare dalla mamma in posizione onanistica. Quindi a dire che ogni tanto si vede qualche donna entrare lì dentro, è il commerciante accanto, venditore di bombolette di vernice spray per writers. «Ogni tanto», conferma. Le donne sono la grande frontiera per l’espansione di un business di cui non si riesce mai a chiarire bene le cifre: negli Usa si parla d’un giro tra i 5 e i 7 miliardi di dollari, roba seria. L’America però è l’America anche per il porno. In Italia, secondo gli unici dati attendibili (dall’ultimo rapporto Eurispes) si sta un po’ sopra il miliardo di euro, tirati fuori da sette tipologie di consumatori: il giovane principiante, circa 900mila ragazzi; l’incallito vecchia maniera, 600mila maschi soli, anziani ma anche carcerati e militari che consumano soprattutto le care vecchie riviste; i “rapiti dallo schermo”, tre milioni, meno di 40 anni, stanno in fissa con il sesso in Rete e la tv all sex, pornodipendenti destinati a finire o già finiti in cura. L’habitué di coppia, due milioni di persone sopra i trent’anni, è il gran consumatore del momento: compra gadget nei sessonegozi, mangia anche Viagra, ama il dvd da gustarsi in camera a letto, con la videocameretta digitale si confeziona amatoriali scenette hard, compra filmini porcelli in pay-per-view. Ci sono anche 400mila telefonisti irrequieti, pornomani da portatile, consumatori rapidi fra un aeroporto e un ufficio; ecco i telefonisti metodici, un milione di degustatori della conversazione sporcacciona, e i surfisti, quelli che l’occasione li fa sessoconsumisti, quando la moglie è in vacanza e non rischiano di essere beccati. Poi esistono due categorie femminili: la donna di coppia, più o meno un milione di signore che comprano porno soltanto in compagnia del loro uomo, e la cosiddetta “mosca bianca”, 150mila single sotto i quarant’anni, frequentatrici di sexy shop e videoteche, navigano in internet nelle aree di sesso non profit, rispondono agli annunci di sesso e si scaldano con gli incontri al buio. La presenza delle donne non deve stupire. Non soltanto rappresentano la clientela in aumento, cominciano ad avere siti internet a loro dedicati, ma fu proprio nella testa di una donna che germogliò l’idea del primo sex shop. Lo aprì nel 1962 a Flensburg, cittadina tedesca dello Schleswig-Holstein, Beate Uhse, scomparsa nel 2001, nata nel ’19 da una famiglia Juncker (aristocrazia terriera) della Prussia orientale. Fu la prima donna in Germania a conseguire il diploma di volo negli anni ’30. Incominciò vendendo per strada un opuscolo d’istruzioni del metodo anticoncezionale Ogino-Knaus. Poi passò alla vendita per corrispondenza di preservativi, dildo, fruste, manette, riviste, filmini. E si ritrovò alla testa di un impero del porno quotato in borsa con cento negozi sparsi in giro. Lei spiegava in modo semplice come stanno le cose: «La pornografia asseconda istinti perversi, l’erotismo aiuta a realizzare l’aspirazione a una vita sessuale normale che è in ognuno di noi». 25 luglio 2008
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