spacer
la notizia al centro,
il cuore a sinistra.

Dir. responsabile: Donatella Coccoli Dir. editoriale: Ilaria Bonaccorsi
è un sito MyCyrano!


Parla con Left


Americhe
Asia
Europa
Africa e Medio Oriente


Trasformazione
Libri
Cinema
Musica
Teatro
Arte

Mercati


Chi siamo
Contattaci
Redazione
Pubblicità
Credits

Abbonamento cartaceo


 
Cose cosche Stampa E-mail
I clan tornano a parlare. E chiedono la revisione del 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai boss. Dopo anni di “immersione”, di silenzio delle armi, la criminalità si riorganizza
di Pietro Orsatti da Palermo

Sullo schermo scorrono le immagini del boss Salvatore Lo Piccolo, “il barone”, e del figlio Sandro: immagini di repertorio a copertura di un servizio di cronaca. Gli avvocati dei due, infatti, chiedono la sospensione dell’applicazione del 41 bis per i loro assistiti: «Per violazione dei diritti umani», dichiarano i legali da Milano dove i due sono in carcere. Si intende, per 41 bis, il particolare regime carcerario a cui sono sottoposti i boss mafiosi: rafforzamento delle misure di sicurezza, con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, limitazione della permanenza all’aperto e censura della corrispondenza. La notizia piomba in una Palermo apparentemente assonnata: non stupisce, anzi fornisce conferme. Si riapre, per l’ennesima volta, un braccio di ferro su questo strumento considerato fondamentale da magistratura e polizia per spezzare le catene di comando delle cosche mafiose, per impedire il flusso di ordine da dentro al carcere a fuori e viceversa. «Cose tinte», esclama Pino Maniaci della microscopica TeleJato di Partinico. Lui era presente all’arresto dei due. Le immagini dei Lo Piccolo arrestati dalla “catturandi” della Polizia di Stato il 5 novembre 2007, quelle che hanno fatto il giro delle televisioni di mezzo mondo, le ha girate lui.
Qualcosa si sta preparando, la mafia sembra ritornare alle vecchie rivendicazioni del famoso “papello” di Totò Riina: niente regime duro, niente limitazioni dei contatti con l’esterno per chi è in carcere e soprattutto non si sequestrano i beni dei boss.

Nessuno sa come con precisione, ma la situazione di apparente stallo e “ritiro” è mutata in poche settimane. Negli ambienti della magistratura di Palermo da qualche mese si segnala come la mafia si stia riorganizzando. «Lo dice la magistratura, ma è un fatto che da qualche mese il clima stia cambiando in città», spiega Rita Borsellino. «La mafia comunica attraverso simboli - prosegue - e l’uscita delle richieste in relazione al 41 bis da parte dei Lo Piccolo, proprio a ridosso delle commemorazioni delle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non è solo un insulto alla loro memoria, ma un segnale ben preciso». A due passi, nel quartiere Ballarò, già ci sono evidenti segnali di “irrequietezza” da parte di chi comanda nel dedalo di vicoli. Stessa cosa allo Zen. Piccole intimidazioni, messaggi, segnali. A Palermo, oggi, la tensione è palpabile. «Anche il riconoscimento fatto dai commercianti vittime del racket all’Ucciardone pochi giorni fa - spiega la Borsellino - è un fatto inaccettabile per la mafia. È stato un segnale, un atto simbolico importante per lo Stato. Ma la mafia vive di simboli e comunica attraverso simboli. Forse anche a questo si deve il messaggio inviato dai legali dei Lo Piccolo sul 41 bis».

Anche le forze dell’ordine mostrano preoccupazione per questa fase. «La mafia non ha ceduto il passo nonostante i tanti arresti - spiega un funzionario della Digos di Palermo - ma non illudiamoci che abbia perso la propria capacità militare. Abbiamo assistito a una fase di riorganizzazione, ma la criminalità continua ad avere una grande capacità e velocità di ristrutturazione». Questo a Palermo come in altre zone, fra cui Corleone e Partinico, dove l’ala “militare” di cosa nostra non ha mai deposto le armi e continua a sparare. E fra pochi mesi, a ottobre, alcuni boss locali saranno giunti a fine pena dopo più di dieci anni di carcere e torneranno nel proprio territorio. A pesare. A ripristinare la “tradizione” di cosa nostra. Quando poi si scopre che in questa zona di 13 comuni la notte siano in servizio sul territorio solo una macchina dei carabinieri e una della polizia, si capisce quale sia il livello di tensione che le forze dell’ordine vivono ogni giorno per far fronte a una mafia certamente “primitiva” (qui il termine più comunemente usato per definirla è quello di “sanguinaria”), ma anche perfettamente integrata e funzionale all’organizzazione di cosa nostra. Qui il livello delle coperture, che hanno garantito decenni di latitanze e continuità del sistema di comando della cupola mafiosa, sono perfettamente intatti e funzionanti. «E in questa fase così delicata anche il blocco delle intercettazioni telefoniche ci colpisce, ci impedisce di giocare tutte le carte che dovremmo avere a nostra disposizione per la lotta a cosa nostra», denuncia sconfortato il funzionario.

«Già da qualche tempo è iniziata l’erosione dei 41 bis - racconta il senatore Pd e ex presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia -. Molti sono stati sospesi, nonostante rimanga integra la pericolosità dei soggetti. L’applicazione di questa norma è a discrezione del tribunale di sorveglianza, e dovrebbe essere riformata e migliorata. E questo governo, infatti, non sembra voler garantire la continuità di questo strumento che in molti casi è risultato fondamentale nella lotta alla mafia. Finora si fanno slogan sulla sicurezza, ma nulla per garantirla. Quarantamila “esuberi” fra polizia, carabinieri e finanza e un taglio complessivo di oltre un miliardo di euro alle risorse destinate alla sicurezza». Autori dei tagli proposti per il prossimo autunno? I ministri Tremonti e Brunetta. Motivazioni? Tagli alla spesa pubblica. E chi sono questi mafiosi a cui è stato revocato il 41 bis? Non si tratta di “seconde file”: a giugno, per esempio, è stato sospeso il regime duro a Antonino Madonia, membro di una delle famiglie mafiose più improntati di Palermo, condannato anche per l’omicidio di Libero Grassi, e non solo. «Un clima di disarmo, di arretramento», denuncia Lumia. E oltre allo smantellamento del 41 bis, inizia a emergere anche il pericolo di uno svuotamento delle risorse umane, economiche e tecnologiche delle forze di polizia. Fino a eccessi assolutamente incomprensibili. I circa 40 membri della “catturandi” che nel 2006, dopo mesi di appostamenti, infiltrazioni, indagini, arrestarono Bernardo Provenzano nelle campagne di Corleone non si sono ancora visti riconoscere le centinaia di ore di straordinari (5 euro lorde all’ora) che hanno consentito quell’arresto. E non è un caso che proprio in queste settimane i sindacati di polizia stiano organizzando manifestazioni e iniziative contro i tagli proposti dal governo. Paradossalmente il decreto sicurezza e la politica del “braccio di ferro” strillata dal governo Berlusconi nasconderebbe, nei fatti, la resa dello Stato dopo anni di risultati formidabili. Ottenuti e poi dispersi sull’altare dei tagli alla spesa pubblica.

18 luglio 2008

 
< Precedente   Prossimo >
 
Federalismo, governo in bilico
Arsenico e vecchi rubinetti
L'Aquila, e la chiamano ricostruzione
La guerra di Gianfranco
Da Tangentopoli a mani sporche
Fiat, ciao Italia e grazie di tutto
Verbali volant
Protezione civile: Tremonti “azionista”
Fiat, Punto su Belgrado
Cie, diritti “sedati”
Balcani, imperialismo energetico
Agazio Loiero: «È l’ora di cambiare rotta»
Troppe attese per il nuovo Pd
Territorio, Sabina cuore di cemento
Antonio Di Pietro: Bertolaso dica ciò che sa
Gioacchino Genchi: se provano a fermarmi...
Puglia, peggio di Tangentopoli
I servitori infedeli nell’era delle stragi
Obama, la sua Africa
G8, quel che resta di Genova
L’altra faccia dell’Iran


Crociate d’Olanda
Cecenia infinita
L’incognita iraniana
Niger, colpo di Stato democratico
Usa, il domani che verrà
Messico e inferno
Dubai, sogni infranti nella sabbia
Tempo d’India
Derivati, la rivincita
Obama alla corte del Dragone
La sete di Baghdad
Chi ha paura del Balucistan
Africa, in fila per la democrazia
Di carbone e di altre sciocchezze
Un po’ di rosso sopra Berlino
Tutti pazzi per l'atomo
Chernobyl bosniaca
Kurdistan, quale futuro
Gabon, il voto sa di broglio
Afghanistan, aspettando il futuro
Duello al Sol Calante
Iraq, il bottino impossibile


Lombardo, uomo del “fare”
Preti & prede
Nome in codice Oriente
La decapitazione del Gotha
È Mafiagate
La Capitale alemanna
Lo sciopero della fame dei malati di Sla
Calvario Cucchi
Nucleare? Signorsì
Appalti, e il controllore finì sotto inchiesta
La guerra delle pale a vento
Sindona fa sempre scuola
Processi, ora Marcello ha paura
Emergenza casa, business della Chiesa
Berlusconi ha fatto un Boffo
Fiumicino, atterraggio nel Terzo mondo
I veleni di Tito Scalo
I prof di religione non danno voti
Lo Stato fallisce, la mafia fa profitti


L’essere umano al centro della politica
La Pietra dello scandalo
Ulipristal, una pillola tutta da scoprire
Un papato di passaggio
Lo scienziato che cerca l’io
L’avventura chiamata Raistereonotte
Ru486, la piccola Commissione degli orrori
Signori, non siamo la tv
In ricerca di pace
Il flusso libero di Zaha Hadid
Il logos e le donne
Joumana Haddad: donne e libertà
La fabbrica delle donne
La laicità non è una bestemmia
In cerca della Terra gemella
Quando il regime confinò il pensiero
Gobetti, libertà e rivoluzione
L’altra faccia del socialismo
Cartesiani ancora tra noi
La scelta di Rebiya
Dopo Nietzsche, Lilith
La democrazia apparente
Il Dna non è razzista
Cristianesimo, la superstizione vantaggiosa


Euro: né alto né basso, né sopra né sotto
L’autostrada della sola
Il quarto sindacato
La rivolta di Atene
Chiesa radioattiva
I furbetti della crisi
Fondi Fas, uno scippo al Mezzogiorno
Tutti gli abusi delle statistiche
Padrone di casa esentasse
La sostenibile pesantezza del debito
Dove Sacconi separa Brunetta unisce
Una morsa globale stritola la Nortel
Un milione di posti di lavoro. In meno
Innse, i guai non finiscono
Enasarco, la resistenza degli inquilini
L’Italia in paradiso. Fiscale
Fiat, con i quattrini degli altri
Luciano Gallino: il crack coi nostri soldi
I bugiardi dell’ottimismo

Ed. Altritalia soc. coop.
P.I. 06811331005
Libertà Eguaglianza Fraternità Trasformazione
LEFT Avvenimenti © 2009
 
spacer