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Paolo Giordano emergente doc, ma con l’ansia delle frasi memorabili
Il premio Strega al venticinquenne Paolo Giordano per il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi (Mondadori), non deve scandalizzare. Se guardiamo agli ultimi due decenni il premio stesso ne avrebbe guadagnato a premiare alcune opere d’esordio: penso al Seminario sulla gioventù di Aldo Busi o al Diario di un millennio che fugge di Marco Lodoli, romanzi che rivelavano straordinari talenti e che indicavano direzioni nuove alla nostra narrativa, sul piano tematico e stilistico. Chiediamoci piuttosto: questo è il caso di Giordano e della sua opera prima? Ho qualche dubbio. Da una parte La solitudine dei numeri primi ha il merito di affrontare coraggiosamente il tragico dell’esistenza, entro una letteratura fatta quasi solo di noir, finta epica, recite dell’orrore, commedie sentimentali, ma dall’altra non è sostenuto da una lingua, e anzi da una retorica narrativa all’altezza di una intenzione del genere. Parte benissimo, con i ritratti fulminanti dei due protagonisti, i ragazzini Mattia e Alice, dell’“incidente”che in modi diversi segnerà irreversibilmente le loro esistenze (lei resta zoppa cadendo con gli sci, lui è la causa della scomparsa della sorella ritardata). Nelle prime pagine la prosa è partecipe e insieme raggelata, di andamento perlopiù paratattico, a scandire la dinamica inesorabile degli eventi. Il tono è quello di una fiaba nera, gotica, con la nebbia che inghiotte la “vocina esile” di Alice, un parco che assomiglia al bosco di Hansel e Gretel e il sole che fa finta di nulla. Poi però il romanzo diventa un po’ ripetitivo nelle notazioni sui due diversi destini e soprattutto cambia lingua: lo stile finisce nel kitsch e non evita un deplorevole “effetto Tamaro” (penso agli ultimi romanzi della scrittrice), fatto di aforismi che sembrano tanto profondi e di goffaggini espressive. Qualche esempio qua e là. Alice in piena crisi matrimoniale con Fabio resta assorta a guardare le tende: «Avvertiva un senso rarefatto di abbandono, come un presentimento…». Un abbandono “rarefatto”? Il tutto sembra inutilmente ricercato, un po’ da studente–modello di scuola Holden. E ancora Alice ricorda un bacio amoroso con il marito ma la memoria è sbiadita dato che «l’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta». E a proposito di baci quello finale tra lei e Mattia durò a lungo, «un tempo sufficiente perché la realtà trovasse uno spiraglio fra le loro bocche aderenti e ci s’infilasse dentro». Lo stesso uso della matematica in funzione metaforica, benché di forte suggestione, si dilata oltre misura. Va bene che Mattia diventa un genio della matematica, ma possibile che accanto a Nadia, che dorme, non gli viene altro da pensare che «se il rapporto tra i periodi dei loro respiri era un numero irrazionale, allora non c’era alcun modo di combinarli»? Giordano ci ha raccontato le cicatrici indelebili dell’esistenza, le ferite che non si rimarginano, e poi la solitudine irrimediabile di ciascuno di noi. Ma da un certo punto del romanzo si commuove troppo sulle sorti dei suoi protagonisti (e vuole commuovere anche noi a tutti i costi); e poi, preso forse dall’insicurezza dell’esordiente, ha come il timore di non sapersi esprimere bene, e allora ingorga il periodo con troppe parole e troppe spiegazioni. di Filippo La Porta 18 luglio 2008 |