Anche i cartoon si adeguano alla moda archistar e i Simpson ingaggiano Gehry
Gianni Biondillo, scrittore e architetto quarantenne, è un convinto apologeta della modernità. Questo libro, Metropoli per principianti (Guanda), è un atto d’amore per la città del ’900, per quella città che in Italia avrebbe potuto esserci e invece non c’è stata. Lui, «figlio di morti di fame» dichiara onestamente la propria gratitudine nei confronti di un “progresso” che gli ha permesso di studiare e laurearsi (in un modo analogo a quello di un libro di Bruno Pischedda, Com’è grande la città, del 1996). Non indulge a nostalgie idealizzanti. Fin dalle prime pagine polemizza con Celentano e il “Ragazzo della via Gluck” - primo manifesto dell’ecologismo in Italia -, cui contrappone un’altra canzone, la “Risposta al ragazzo della via Gluck”di Giorgio Gaber, dove si narra di un ragazzo che non sa dove andare a vivere con la fidanzata perché hanno demolito la sua casa per costruirci un prato. Perciò Biondillo si impegna in una celebrazione anticonformista di alcune opere urbanistico-architettoniche della nostra modernità, quasi sempre disprezzate, imputandone il fallimento a cause esterne, al modo frettoloso con cui sono state edificate, alla mancata realizzazione di infrastrutture, servizi, parchi, all’assenza di manutenzione, al modo “selvaggio” in cui furono occupate. Le macrostrutture cui si riferisce sono nell’ordine: le Vele di Scampia (Franz Di Salvo), il Corviale di Roma (Mario Fiorentino), l’università della Calabria a Cosenza (Vittorio Gregotti), il complesso residenziale Monte Amiata al Gallaratese, Carlo Aymonino), Forte Quezzi a Genova (Carlo Daneri). A Biondillo piacciono proprio i palazzoni di periferia elefantiaci, cui contrappone la polverizzazione sul territorio di microvillette autonome secondo il mito abitativo americano che secondo lui deprime la socialità e porta al “collasso urbano”. Il moderno implica una capacità di ibridare vecchio e nuovo, e così a Venezia , nonostante qualche eccezione, è mancato il coraggio per avere un ospedale di Le Corbusier o un hotel di Wright sul canal Grande, che avrebbero dialogato con la bellezza “prepotente”della città. Lo stile di Biondillo è pamphlettistico ma non sciatto. Il gusto della polemica e del paradosso non impediscono un’espressività vivace, molto personale. Il libro potrebbe essere, tra l’altro, un’utile propedeutica ai suoi noir metropolitani. Non sono convinto che gli architetti debbano essere assolti per il semi-fallimento del moderno nel nostro Paese. In verità Biondillo accusa il suo maestro Aldo Rossi di privilegiare un’architettura per architetti, fatta di monumenti e cimiteri, incapace di dialogare con il vissuto quotidiano. Ma anche gli architetti che hanno perseguito quel dialogo non mostrano sempre la “responsabilità” necessaria (Gregotti in tv alla domanda se lui ci avrebbe abitato allo Zen di Palermo: «E che sono un proletario!»). Comunque la questione di fondo riguarda proprio la società civile, prima che la classe politica. In una puntata dei Simpson gli abitanti di Springville chiamano Gehry per costruire l’auditorium. Vogliono apparire colti e raffinati. Ma siccome non lo sono l’auditorium finisce in stato di abbandono e si trasforma in carcere! Da noi gli auditorium invece sono affollati, così come i festival letterari. Ma basta questo per dimostrare che siamo più civili? di Filippo La Porta 4 luglio 2008 |