«Un linguaggio vuoto che oscilla tra l’inutile complicazione e la falsa semplificazione»: Tullio De Mauro stronca senza appello la comunicazione dei leader. Bocciati dagli esperti di campagne elettorali di Sofia Basso
Un linguaggio elusivo, lontano dall’esistenza delle persone. Il linguista Tullio De Mauro riparte dal George Orwell di Politics and the English language (1946) per criticare le scelte semantiche dei politici italiani: «Direi che il vizio delle parole vuote di riferimenti a cose concrete si aggira nelle classi dirigenti di buona parte del mondo e in particolare in Italia, dove è aggravato dal fatto che anche il ceto intellettuale soffre di quello che Italo Calvino definiva il “terrore semantico”, la difficoltà a chiamare le cose col proprio nome». E se nelle tradizioni francesi e anglosassoni esistono potenti anticorpi alle frasi vuote e stereotipate, in Italia siamo più deboli. Berlusconi, Bossi e Veltroni hanno semplificato il linguaggio politico? Nessuna novità, fa notare De Mauro: «Anche Mussolini semplificava: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi”. Ma questo, ancora una volta, non spiega come si vuole organizzare l’industria, la ricerca, la ripartizione dei redditi: non ci dice, cioè, come si fa la spesa per arrivare a fine mese...». Che il linguaggio sia elusivo per la «complicazione delle parole scelte» o per la «falsa semplificazione», il risultato è lo stesso, a destra e a sinistra, e i due registri possono coesistere tranquillamente, come quando Mussolini insisteva su formule a effetto, comprensibili ma vuote, e la Camera dei fasci e delle corporazioni coltivava un linguaggio tecnico e di difficile comprensione. Per opporsi a questo vizio antico servirebbero «strumenti critici e intellettuali un po’ più raffinati di quelli che abbiamo nel nostro Paese. Qualcuno nella tradizione italiana ci ha provato, dal vecchio Giolitti ai politici degli anni Cinquanta, ma non mi pare che oggi ci siano persone disposte a correre questo rischio», conclude De Mauro un po’ amareggiato. «Abbiamo avuto testi che parlano in modo abbastanza chiaro, come la Costituzione, ma non hanno fatto scuola neanche nell’elaborazione delle leggi che scelgono la via della più mostruosa oscurità».
Se il docente di linguistica generale non entra nel dettaglio delle scelte dei singoli esponenti politici, lo fanno gli esperti di comunicazione. Per Angelo Baiocchi, docente di marketing pubblico e privato all’università Sapienza ed ex direttore della comunicazione del Comune di Roma, «Veltroni ha fatto un passo avanti: si capisce quando parla, ma non il suo posizionamento. È un bravo comunicatore di emozioni, ma ha un problema politico di contenuti». La Sinistra arcobaleno, invece, «ha un linguaggio vecchio, di un’Italia che non c’è più e che ha sempre più difficoltà a trovare uno spazio». I politici del centrodestra sono «i protagonisti assoluti del cambiamento» che sta modificando la comunicazione della Prima repubblica verso la personalizzazione e la semplificazione: «Un tempo la politica era autoreferenziale, parlava a se stessa e la gente non capiva. Adesso si parla di cose concrete ma in maniera sommaria, senza dare l’impressione di conoscere l’argomento. Come quando si propone una riforma della giustizia senza conoscerne le ricadute pratiche». Insomma, «pochi temi affrontati donchisciottescamente, come la questione della sicurezza, che ci ha dato la sensazione di vivere in un Bronx senza fine quando i dati dicevano altro. Una sfida che ha visto il centrosinistra in difficoltà». La ricetta vincente, secondo Baiocchi, è una comunicazione «che chiami le cose con il loro nome e cognome e trasferisca nel back office l’indispensabile elaborazione politica».
Marco Marturano, consulente delle campagne elettorali di Penati a Milano, Cacciari a Venezia, Veltroni a Roma, Destro e Zanonato a Padova, nonché docente allo Iulm di Milano, è convinto che il modello da recuperare sia quello delle amministrative: «È nelle sfide locali che la comunicazione e il linguaggio si sono innovati di più perché sei costretto a parlare di cose concrete. Con le primarie di tradizione americana si sta reinventando il meccanismo di ascolto dei cittadini: Penati, Zanonato, Marrazzo e Vendola sono partiti dal basso per costruire la loro proposta politica. La gente ti vota perché innovi, perché usi un linguaggio rassicurante congruente con identità di contenuto deciso». Così, alle europee, il Pd dovrà dire chi è: «Veltroni ha inventato e consolidato una comunicazione al cuore, non sulla base delle ideologie ma delle emozioni più semplici. Adesso deve fare come Obama che sui grandi temi ha un’identità chiara. Deve tornare al suo linguaggio da sindaco». Per Marturano la Sinistra arcobaleno ha perso perché è stata «tragicamente uguale a se stessa, con un linguaggio che non parla alla testa ma neanche al cuore e alla pancia». La sua carta vincente potrebbe essere Vendola o chi come lui sa coniugare un linguaggio nuovo con un’esperienza di governo attraverso il cambiamento. Ancora una volta la ricetta è chiara: «Dire cose nette con un linguaggio semplice, ma non tutto e il contrario di tutto. Servono idee nuove per colpire il cuore ma anche un pizzico di aggressività», fa notare Marturano. Nemmeno il vincente centrodestra, comunque, ha saputo innovare il suo linguaggio, che è rimasto legato alla pancia e alla paura dell’avversario.
Anche Marco Pavarini, direttore dell’agenzia Binario che ha seguito diverse campagne elettorali nel Centro Italia, rileva un «linguaggio meno arroccato su schemi tecnici e ideologici, semplificato ma anche imbarbarito. Prima c’era la tesi, l’antitesi e la sintesi ora si parte da quest’ultima». Il punto è che la soglia di attenzione del telespettatore è molto bassa e tutto si gioca nei primi tre minuti: 180 secondi in cui un politico deve decidere cosa vuole trasmettere. Se la Sinistra arcobaleno finora ha scelto un linguaggio di nicchia per mantenere saldo il presidio, Pavarini le consiglia di adottare il “modello Vendola”, un politico che sa gestire il dibattito interno ma all’esterno sa essere chiaro, dirompente e autoironico. Anche Veltroni, «encomiabile nella popolarizzazione del linguaggio», adesso dovrebbe cambiare registro: «Deve trovare un linguaggio identitario per costruire l’attaccamento al nuovo partito». Se la destra ha sfondato perché ha saputo dipingere in modo più netto la sua visione, non può cavarsela con il «linguaggio del proclama». Un esempio positivo in quello schieramento è la campagna elettorale di Letizia Moratti a Milano: «Ha aperto un blog per ogni quartiere così negli incontri pubblici partiva dai problemi reali della gente», fa notare Pavarini. Il centrosinistra, invece, «ha fatto poca sintesi sul governo Prodi così la sua azione è rimasta patrimonio di pochi». Un altro espediente che l’attuale opposizione non ha saputo cogliere al volo è lo sfruttamento della contingenza come leva di propaganda: «Si utilizzano gli accadimenti per fare comunicazione politica, come ha fatto il centrodestra con gli scippi e gli stupri. Quando sai che l’avversario ha una bomba in mano non aspetti che tolga la sicura, ma lo anticipi trattando il tema a modo tuo». Anche perché il linguaggio conta ma non può prescindere dai contenuti. 27 giugno 2008 |