In Europa i giovani muoiono più per suicidio che per incidente stradale. È la prima causa di morte degli italiani tra i 15 e i 25 anni di Alessandro De Pascale
Un giorno di primavera come tanti, un ospedale di provincia tra le migliaia di cui è disseminata la penisola. Una ragazza di diciassette anni arriva al pronto soccorso con un’ambulanza del 118. Il medico di turno evidenzia subito la pericolosità del caso: «Codice rosso», massima priorità. La ragazza ha tentato il suicidio nel bagno di casa, ingerendo dei pesticidi. Circa un’ora dopo viene dimessa e riportata a casa dai familiari, provati dall’accaduto. Alla fine sulla cartella clinica risulterà: «Avvelenamento accidentale». Ogni anno, quattromila italiani si tolgono la vita. Un numero sottostimato se prendiamo in considerazione anche gli incidenti dietro i quali si cela la “voglia di farla finita”. Sono gli stessi parenti, quando il suicidio non è avvenuto pubblicamente, per riserbo, vergogna e rispetto del buon nome della famiglia, a cercare in tutti i modi di tenere nascosto il tragico gesto. Nei casi di tentato suicidio spesso sono gli stessi ospedali o il medico chiamato a stendere la diagnosi a soddisfare la richiesta attribuendo il decesso ad altre cause. I suicidi vengono così registrati spesso come «morte improvvisa» oppure «causa sconosciuta», decessi ai quali bisogna poi aggiungere gli incidenti provocati volontariamente.
Un male del mondo moderno che conta un milione di morti l’anno e un aumento del 60 per cento in mezzo secolo. Tra le venti nazioni con il più alto tasso di suicidi, 17 appartengono all’area dei Paesi più ricchi e benestanti del pianeta. Un problema che in realtà è sempre esistito. Nuova è invece la sua espansione sociale, le forme e i significati che queste morti assumono. In passato erano gli anziani la categoria più a rischio. Oggi al vertice di questa macabra classifica ci sono purtroppo gli adolescenti. Un argomento scomodo quello del suicidio tra i giovanissimi, in continuo aumento, che riempie ogni giorno di più le cronache dei quotidiani locali. Un problema tra i più angosciosi e rimossi che sfata il mito della qualità della vita nelle province italiane. I dati sono difficili da reperire e quelli registrati sono nettamente inferiori alla realtà. I numeri vengono raccolti sulla base di «schede individuali compilate dalle forze dell’ordine in base alle notizie contenute nel rapporto o nel verbale di denuncia che viene trasmesso all’autorità giudiziaria». A queste cifre poco rappresentative vanno aggiunte quelle dei tentati suicidi, che hanno una frequenza venti volte maggiore. Negli Stati Uniti, ogni 17 secondi una persona riesce a suicidarsi, in Italia ogni tre ore. In pratica, nel nostro Paese ogni giorno circa 160 persone tentano di togliersi la vita, adolescenti compresi. Il Consiglio europeo ha recentemente lanciato l’allarme sul fatto che nel vecchio continente il numero di ragazzi che si uccidono supera quello delle giovani vittime di incidenti stradali. «Già a 10-11 anni si pensa al suicidio e spesso lo si attua davvero: un problema di salute pubblica che non deve più essere considerato un tabù», riporta il testo di una risoluzione del Consiglio europeo approvata lo scorso aprile per favorire misure urgenti in grado di arginare il preoccupante fenomeno in tutti i 47 Stati membri.
In Italia il suicidio è la prima causa di morte nei giovani tra i 15 e i 25 anni, con una maggiore propensione a provarci da parte delle ragazze (2/3), anche se a portarlo realmente a termine sono soprattutto i ragazzi. Differenze che esistono anche nel modo di attuarlo, con gli uomini che preferiscono una morte violenta e le ragazze più orientate verso la “dolce morte” provocata da droghe o barbiturici. «Per gli adolescenti separarsi, emanciparsi, non avere amicizie diventa spesso una disperazione senza sbocco o futuro - spiega Emilio Bonaccorsi, psicoterapeuta e direttore dell’Unità operativa complessa per la tutela dei teenagers - condizioni che portate all’esasperazione provocano idee di suicidio». Per correre ai ripari e intervenire, secondo lo psicoterapeuta, è importante «cogliere i segnali di questo disegno». Il mondo scientifico concorda sul fatto che negli adolescenti le motivazioni possono essere sia contingenti, come una storia d’amore andata male o una bocciatura a scuola, sia esistenziali, come la sterilità sociale di molti rapporti interpersonali. La risposta che il giovane può avere, in un periodo di grandi cambiamenti come l’adolescenza, può essere quella di chiudersi in se stesso, abusare di alcool o droghe, avere atteggiamenti aggressivi, prevaricare familiari e amici o iniziare a vivere la propria vita esclusivamente in un mondo virtuale, come quello offerto da internet e videogiochi. «È la singola persona che ha il rapporto diretto con il ragazzo in questione, genitori, amici, insegnanti, a dover intervenire. Basta avere capacità d’ascolto - spiega Bonaccorsi -. Del resto, se uno non riesce a percepire il malessere di un altro che ha vicino e aiutarlo, di che rapporti stiamo parlando». 20 giugno 2008 |