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Calabria, Fortugno come Moro Stampa E-mail
Killer in manette. Ora si punta ai mandanti.

Come anticipato da Left, sono scattate le manette (solo) per i presunti esecutori dell’assassinio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno. All’alba del 21 marzo è stato arrestato Salvatore Ritorto, 27 anni, pregiudicato di Locri. Suo complice sarebbe il coetaneo Domenico Audino. In carcere anche Carmelo Dessì, Carmelo Cristalli e Nicola Pitari.

Tutti, meno di trent’anni, con l’accusa di affiliazione al clan Cordì. Si registrano poi quattro ordinanze di custodia: Vincenzo Cordì, considerato capo della cosca, Gaetano Mazzara, Domenico Novella e Antonio Dessì.
Gli arresti sono arrivati in coincidenza con la consegna al superprefetto Emilio Del Mese del rapporto sui due mesi dell’ultima indagine antimafia all’Asl di Locri: snodo importantissimo della competizione tra i clan della ‘ndrangheta per il controllo degli appalti pubblici e del comparto sanitario (l’ultima “torta” è di 14 milioni di euro di finanziamenti comunitari).
Uno snodo che incrocia la biografia di Fortugno con quella di altri politici regionali, come Domenico Crea che della Margherita era nelle regionali il secondo in lista e primo dei non eletti a Reggio, dopo ruoli di assessore nelle precedenti giunte di centrodestra per Ccd e Udc. E che a Fortugno è subentrato in Consiglio.

Gli inquirenti vogliono far luce sugli interessi delle cosche che coordinano le ‘ndrine della provincia di Reggio, a partire dai Cordì e dai Cataldo. Entrambi colpiti a dicembre dagli arresti dei capi da parte dell’antimafia, dopo il potenziamento del presidio del territorio; seguito proprio all’assassinio del capolista della Margherita a Reggio Calabria, marito della figlia del vecchio leader democristiano Laganà (ora candidata al numero nove della lista dell’Ulivo per la Camera, in quota Margherita). Vedova che all’indomani degli arresti ha invocato l’individuazione dei mandanti.
I magistrati, col procuratore nazionale antimafia Grasso, sembrano non aver dubbi in proposito: è con evidenza un delitto politico. Per l’Antimafia era infatti chiaro già dall’autunno scorso che solo l’intreccio politico-mafioso può giustificare un’esecuzione così rischiosa e così “esposta”, nel cuore stesso della politica. Soprattutto, è stato osservato, in un territorio quale il Reggino dove le ‘ndrine si coordinano a un livello superiore. In pratica, dal momento che le cosche non hanno consegnato gli esecutori di un crimine così importante e “scomodo”, debbono a loro volta essersi sentite impegnate verso decisioni e soggetti più “in alto”. Enzo Macrì e lo stesso Grasso evocano similitudini con l’omicidio di Aldo Moro ovvero, secondo il capo della Dna, «fatto piuttosto per conservare un ordine di cose, che per cambiarlo».

Come sanno tutti, in Calabria. Come insistono adesso, in maniera inquietante, voci della destra politica che incalzano gli inquirenti per trovare i mandanti prima del 9 aprile. Come peraltro chiede un uomo di sinistra, Giacomo Mancini, figlio che ricorda Ligato eliminato per volere di «mandanti che erano nel suo stesso partito, cioè la Dc». Secondo lui perciò «bisognerebbe vedere più approfonditamente nelle federazioni dei partiti che operano in provincia di Reggio». Ricordando infine che lo scontro tra il presidente Loiero e la Margherita, conclusosi con l’espulsione del governatore e dei suoi candidati in una lista con il Codacons collegata all’Unione che porta al Senato il presidente della provincia reggina, Pietro Fuda (ex fondatore di Fi), «avrà sicuramente avuto ad oggetto le candidature per le elezioni politiche. Ma il contrasto è stato talmente violento da far pensare che ci sia alla base una dinamica che riguarda le decisioni prese e da prendere nel settore della sanità, della depurazione delle acque e dei rifiuti».
È cronaca dunque di malaffare. E di una perversa, vale la pena ricordare, campagna elettorale. 
 
di Anubi D'Avossa Lussurgiu
 
24 marzo 2006 
 
 
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