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Perplessità di un patriota Stampa E-mail
Diario insolito di un critico per le strade degli Stati Uniti

Si può leggere altrettanto bene il Diario di un patriota perplesso negli Usa (edizioni e/o) di Filippo La Porta come un gustoso libro di viaggio sulle piccole difficoltà incontrate da un italiano durante un soggiorno di sei mesi in America, tra incontri letterari e file al supermercato, e come una riflessione intorno all’amore difficile per la patria lontana. L’Italia è il rovello che non abbandona mai l’autore: in che modo sottrarre l’idea di patria al vecchio monopolio della destra fascista o nazionalista, e al tempo stesso - si potrebbe aggiungere - come rimediare alla sua demolizione localista operata dal più recente leghismo? Perché negli Stati Uniti il patriottismo appare un sentimento comune anche tra quei cittadini e quei gruppi che si oppongono alla politica bellicista americana, mentre in Italia si usa dire “all’italiana” volendo indicare che qualcosa è fatto in maniera raffazzonata, dimostrando così, anche nel parlato quotidiano, il più grande disprezzo verso la patria?
Non v’è dubbio che un’inclinazione violentemente autocritica faccia parte del carattere italiano. Ciò dipende da un insieme di fattori storici, tra cui il complesso e precario processo unitario messo in atto dal patriottico Risorgimento e dall’aspetto di guerra civile insito nella pur patriottica Resistenza, che nell’immaginario collettivo non è mai riuscita ad avere quel significato univoco di rigenerazione nazionale che i suoi sostenitori radicali vollero assegnarvi. E la lacerazione dura tuttora, anche se in forma depotenziata. Non esiste una memoria davvero condivisa in Italia: tutto è indecidibile, perennemente rimesso in questione, in una sorta di revisionismo storico naturale e spontaneo. Di qui la perplessità molto italiana di chi, da italiano, vorrebbe amare il proprio Paese. La Porta non potrebbe facilmente riferirisi, per esempio, a un «patriottismo della Costituzione», per usare un’espressione di Habermas, perché sa bene che in Italia la stessa costituzione repubblicana, proprio anche a causa del suo nesso con la Resistenza, è oggi sotto tiro.

Ecco allora la proposta: tentare di uscire dalla perplessità patriottica attraverso la bellezza, considerando cioè il sentimento del bello - espresso del resto da una grande tradizione letteraria e artistica - come l’autentico denominatore comune degli italiani. È una proposta che risale a Carlo Levi. L’autore di Cristo si è fermato a Eboli, pur condannando l’estetismo e il dannunzianesimo, aveva infatti indicato nella bellezza, intesa soprattutto come bellezza del vivere civile, la più autentica caratteristica italiana.Cosa pensarne oggi, nel tempo dell’estetizzazione diffusa, dei sarti trasformati in stilisti che offendono la seria bellezza evocata da Carlo Levi con la produzione incessante di una miserabile paccottiglia? E cosa pensarne dopo che l’Italia, tra la fine e l’inizio del secolo, ha dato vita alla seconda bruttura della storia contemporanea europea dopo il fascismo, cioè al berlusconismo? Quello di Levi era l’estremo tentativo di un antifascista per salvare un sentimento della patria già molto compromesso. Quello di La Porta appare oggi l’appiglio piuttosto incerto di un italiano che si sforza di trovare ragioni di ottimismo nonostante tutto.

di Rino Genovese

27 giugno 2008

 
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