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Antonio Ingroia: la mafia è bianca Stampa E-mail
Il pm: «Negli ultimi anni Cosa nostra si è inserita nel processo di privatizzazione della salute».

Antonio Ingroia è uno dei magistrati di punta della Procura della Repubblica di Palermo. Dal suo ufficio sono passati i casi più scottanti della storia d’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri, dall’uccisione dei giornalisti Mauro De Mauro e Mauro Rostagno, ai presunti legami fra la mafia e il braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, deputato di Forza Italia.

Dottor Ingroia, in Sicilia uno dei tanti “buchi neri” riguarda il mondo della sanità. Perché?
Da sempre questo settore è guardato con grande attenzione dalla mafia. È un luogo dove, specie negli ambienti meno colti, è facile avere potere. Gestire i gangli vitali della sanità significa avere il controllo sugli uomini, sui voti e sui soldi. È un settore nel quale gli interessi mafiosi si saldano benissimo con un certo mondo politico-clientelare.


Sono dinamiche che riguardano solamente la Sicilia occidentale, con epicentro la Regione siciliana, o ritiene che il fenomeno possa riguardare anche la Sicilia orientale?
Non conosco bene la Sicilia orientale, ma credo che anche lì la mafia non stia a guardare. Negli ultimi anni Cosa nostra si è inserita nel processo di privatizzazione della sanità, un processo che riguarda l’intero territorio nazionale, dal quale trae un’occasione in più per ricavare ingenti guadagni.


È casuale in Sicilia questa fioritura di cliniche private?
È un fenomeno che nasce per creare un meccanismo perverso grazie al quale la mafia ha una grande facilità di controllo sia sulle strutture private che sui finanziamenti pubblici, soprattutto regionali.


Una mafia che negli ultimi anni diventa sempre più “bianca”?
Diciamo che bianca lo è sempre stata. Negli ultimi anni ha nascosto le mani sporche di sangue per non attirare l’attenzione dell’opinione pubblica dopo le stragi Falcone e Borsellino, ma ha continuato a fare affari in modo sotterraneo cercando di interloquire costantemente con certi pezzi dello Stato. Basti pensare al dottor Guttadauro, medico e capomandamento di Brancaccio (ora sotto processo assieme al presidente della Regione, Totò Cuffaro, per presunti legami fra la mafia e la politica, ndr). Ma questo è solo un caso dei numerosi che si possono portare ad esempio.


Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha suggerito ai partiti di non candidare gli inquisiti perché «la scelta di presentare chi è sotto inchiesta può essere un messaggio di impunità e di sfida alla giustizia». Bene ha fatto Grasso a ricordare questo. Ma penso che non debba essere la magistratura a fissare certe regole. I magistrati applicano le leggi che fa la politica. Se è vero che in certi casi il rapporto fra l’esponente partitico e il mafioso non è penalmente rilevante, è anche vero che è gravissimo dal punto di vista etico. Penso che la classe dirigente abbia il dovere di prenderne atto e di giungere a determinate conclusioni. I fatti purtroppo ci dicono che non sempre è così.

 
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