L’Enasarco vende i suoi 20mila immobili, un affare da 4 miliardi. Sparisce anche l’ultimo grande patrimonio pubblico, nel Paese in cui quasi tutti sono proprietari. E chi non può esserlo rischia di perdere il tetto di Manuele Bonaccorsi
Oltre ventimila immobili, 1,6 milioni di metri quadri: il più imponente patrimonio immobiliare rimasto ancora nelle mani di un ente previdenziale, dopo la grande ondata delle cartolarizzazioni, che ha ridotto al lumicino la grande cassaforte di case pubbliche. Parliamo dell’Enasarco, l’ente previdenziale “privatizzato” che gestisce i contributi ed eroga le pensioni di 350mila agenti di commercio. La Bnl ha presentato la scorsa settimana una relazione sul piano di vendita degli immobili, dal valore in bilancio di 3 miliardi, ma il prezzo di mercato è molto superiore, si stima 4,5 miliardi. Con l’obiettivo dichiarato di non procedere a una «svendita», cioè di garantire la massima valorizzazione degli immobili, per rimpinguare le casse tutt’altro che ricche dell’ente. Nonostante l’aumento dei contributi e dell’età pensionabile l’ente previdenziale non riesce a garantire la sostenibilità finanziaria proiettata sui 30 anni successivi, come richiesto dalla legge. Colpa di una redditività troppo bassa, inferiore a quella che è possibile ottenere trasformando gli immobili in “pezzi di carta” che si valorizzano nel mercato finanziario mondiale. Fin qui nulla da eccepire. Solo un problema: nelle case dell’ente non vivono solo personaggi del calibro di Pio Pompa, Elio Vito e Roberto Castelli (tutti illustri inquilini Enasarco), ma ben 50mila persone, una città di medie dimensioni. Tra questi solo il 4 per cento sono agenti di commercio, mente sono molte migliaia la famiglie sfuggite al disagio abitativo grazie a una norma che fino al ’97 riservava agli sfrattati una quota del patrimonio immobiliare pubblico. Quanti inquilini potranno a acquistare, e quanti rischiano di trovarsi in una condizione di disagio abitativo sempre più diffusa? È questo il vero problema della dismissione. Molto dipenderà dai prezzi di vendita. Altri casi simili a quelli dell’Enasarco (vedi quello dell’Enpam, trattato in left n.48-2007) sono stati caratterizzati da valutazioni in linea coi prezzi irragiungibili del mercato immobiliare. D’altronde la legge permette all’Enasarco e agli altri enti privatizzati di non seguire le regole proprie delle cartolarizzazioni di immobili pubblici, quelli dell’Inpdad o dell’Inps per intenderci, dove agli inquilini era riservato il diritto di opzione e uno sconto del 30 per cento. I prezzi e le regole non sono ancora stati fissati. Guido Lanciano, segretario dell’Unione inquilini di Roma, ci spiega che le associazioni degli affittuari hanno già presentato una piattaforma che chiede di garantire ampi sconti e il diritto, per chi non sarà nelle condizioni di acquistare, di rinnovare il contratto di locazione. Gli incontri però sono ancora fermi alla fase interlocutoria. Anche se l’ente sembra intenzionato a procedere a una vendita diretta, a differenza di quanto deciso nel 2005 quando l’indizione di una gara per la vendita del patrimonio immobiliare Enasarco si era chiusa con un nulla di fatto. Ma solo dopo l’arresto del presidente di Confcommercio Sergio Billè e dell’ex presidente dell’Enasarco Donato Porreca. Accusati di aver ricevuto tangenti dall’immobiliarista Stefano Ricucci, pedina centrale dell’inchiesta che ha condotto alla barra i furbetti del quartierino e interrotto le loro ardite scalate. Ora l’Enasarco ci riprova, certamente con un obiettivo meno maligno: la difesa delle pensioni dei propri contribuenti. Ma resta un fatto: negli ultimi sei anni l’Italia ha svenduto il suo patrimonio immobiliare pubblico. La conseguenza è stata un aumento dei proprietari, ma anche delle famiglie in disagio abitativo, a causa dei prezzi alle stelle. La filosofia dei “tutti proprietari”, nel Paese dove chi non possiede casa rischia di trovarsi senza un tetto, appare ancora oggi vincente. 6 giugno 2008 |