In due anni l’export di armi made in Italy è aumentato del 74 per cento. Nella metà dei casi, è finito in Paesi non Nato. Per il 2007 spicca la fornitura di intercettori antiaerei al Pakistan di Sofia Basso
Mentre in Pakistan infuriava la più sanguinosa campagna elettorale della storia del Paese, l’Italia autorizzava Mbda, partecipata Finmeccanica, a vendere al generale Musharraf 443 milioni di euro di missili antiaerei “spada”. Un sistema con funzioni difensive ma molto sofisticato, in grado di colpire contemporaneamente quattro obiettivi mobili. «In una situazione complicata come quella del Pakistan, non è necessario vendergli i cruise per creare tensione - denuncia Francesco Vignarca, coordinatore della Rete disarmo -. Basta dargli un’arma che, se finisce nelle mani di un gruppuscolo terroristico, separatistico o guerrafondaio, può trasformarsi in un casus belli». Da anni le associazioni pacifiste contestano le forniture a Islamabad, regime non democratico e che non rispetta i diritti umani, coinvolto in un violento conflitto con l’India. In particolare, negli ultimi mesi del 2007, quando in Pakistan vigeva lo stato d’emergenza e uno stillicidio di attentati lasciava sull’asfalto centinaia di cittadini e candidati, compresa la leader dell’opposizione Benazir Bhutto, la Rete disarmo aveva chiesto che l’Italia sospendesse le forniture al regime, come aveva fatto la Svizzera. «La risposta del governo è stata autorizzare la vendita degli stessi missili intercettori dispiegati durante il G8 di Genova». La Farnesina difende la commessa: «La situazione in Pakistan era certamente delicata. Ora c’è un governo che auspichiamo imbocchi la democrazia. Comunque si tratta di armi di natura e impiego eminentemente difensivi e quindi non suscettibili di essere utilizzate in operazioni di ordine pubblico o repressione interna. D’altra parte, il Pakistan ha ben altro materiale. Le procedure sono avvenute nel massimo rispetto della legge 185 e del codice di condotta dell’Unione europea».
La maxicommessa con il Pakistan ha fatto segnare un nuovo record all’export di armi italiane, che nel 2007 ha incassato autorizzazioni per quasi 2,4 miliardi di euro, il 9,4 per cento in più del 2006, che già aveva marcato un incremento del 61 per cento rispetto all’anno precedente. Tra le operazioni che hanno avuto il via libera del governo - oltre a quelle verso il Pakistan, che tra missili, siluri, veicoli terrestri, navi da guerra e aeromobili assurgono al 20 per cento del totale - emergono anche quelle relative a pattugliatori e artiglierie navali destinati alla Turchia (174,5 milioni). Tra le destinazioni delicate spiccano anche Malaysia (119 milioni di euro per velivoli di addestramento e sistemi di artiglieria navale), Iraq (84 milioni per sistemi di arma di calibro superiori ai 12,7 millimetri e navi da guerra), Arabia Saudita (65 milioni, soprattutto per parti di ricambio del velivolo Tornado), Libia (56 milioni per veicoli terrestri e aeromobili) e Oman (55 milioni, soprattutto per elicotteri AB139). Il 47 per cento delle mete sono Paesi non Nato. I dati provengono dall’Ufficio del consigliere militare della Presidenza del Consiglio dei ministri che a fine marzo ha consegnato il rapporto annuale, come previsto per legge. La relazione esprime soddisfazione per il nuovo boom delle armi made in Italy: «L’industria italiana per la difesa ha di fatto consolidato e rilanciato la propria capacità produttiva nel campo delle esportazioni di materiali per la sicurezza confermandosi capace di rimanere competitiva in aree tecnologiche d’avanguardia». Inequivocabile il commento della Rete disarmo: «Ci preoccupa la crescita costante del nostro export e il fatto che vada sempre più verso Paesi problematici, in guerra o indietro nei diritti umani. Purtroppo i nostri governi continuano a interpretare in modo molto letterale i vincoli della legge, considerando ad esempio “guerra” solo quella dichiarata dagli ambasciatori. La legge 185 enuncia grandi principi ma non fornisce alcuno strumento di misurazione per verificare che siano rispettati. Così viene costantemente tradita». Nessuna differenza tra i governi di centrosinistra e centrodestra, quindi? «Purtroppo non abbiamo visto alcun segno di discontinuità. Non c’è stata un’azione forte che abbia detto: “No, qui applico restrittivamente la legge”».
Il 2007 segna anche un altro record, quello dei programmi intergovernativi arrivati a compimento e quindi inseriti nella relazione annuale: dagli 8 milioni di euro del 2006, l’anno scorso si è arrivati a quota 1,84 miliardi. Si tratta di progetti bellici finanziati pluriennalmente con il meccanismo del work share - cost share, che trasforma i pagamenti dei singoli Stati in contratti per le imprese locali, che venderanno poi gli armamenti alle forze armate nazionali. «In questo caso non abbiamo il problema di dove finiscono le nostre armi ma di quanti soldi il mio Stato versa in spese militari - commenta ancora Vignarca -. Non ci piace che il nostro governo paghi due volte alcuni sistemi d’arma, prima per farli sviluppare, poi per acquistarli. Oltre ad aver investito molto su alcuni programmi, il governo Prodi ha fatto anche scelte schizzofreniche, come la partecipazione contemporanea all’Eurofighter di Germania, Gran Bretagna e Spagna, e al Joint Strike Fighter degli Stati Uniti». L’anno scorso ha visto crescere anche le operazioni di esportazione (le armi effettivamente transitate attraverso le nostre dogane sono aumentate del 30 per cento) e le importazioni: gli acquisti definitivi dall’estero sono passati da 83,8 milioni di euro a 109. Il nostro principale fornitore è stata la Germania, seguita da Israele e Sud Africa. Nel 2007, l’azienda bellica italiana che ha guadagnato di più dall’export è stata Mbda Italia, società missilistica del gruppo Finmeccanica, seguita da Intermarine, l’impresa del settore navale che fa capo alla Immsi di Roberto Colanninno. Seguono tre aziende targate ancora Finmeccanica: Fincantieri, Agusta Westland e Oto Melara. Affari d’oro anche per le “banche armate”, gli istituti di credito che hanno fatto da intermediari nell’esportazione di armi italiane per 1,2 miliardi di euro. Il 41 per cento delle transazioni è passato attraverso le casse di Unicredit, Deutsche Bank e Intesa San Paolo. 11 aprile 2008 |