La rivolta abbatté l’impalcatura di sfruttamento e sottomissione nelle fabbriche: si contrattava tutto. Un nuovo ’68 dovrebbe nascere nei call center, all’Esselunga o sui rifuti di Napoli di Massimo Serafini
Sarebbe sbagliato pensare che furono le suggestioni della rivolta studentesca del ’68 a determinare l’evoluzione e le caratteristiche delle lotte operaie del ’69. I contenuti e le forme di lotta degli studenti non penetrarono nella testa delle lavoratrici e lavoratori italiani come su “fogli bianchi” di un libro ancora da scrivere. Certo, in fabbrica giungono gli echi delle lotte studentesche e i giovani lavoratori sono colpiti e affascinati dalla parola d’ordine che vi è alla base: “potere studentesco”. Ma la sua declinazione in “potere operaio” nasce in un percorso tutto interno alla fabbrica come scoperta collettiva della propria condizione di sfruttamento e alienazione, da cui liberarsi con la lotta collettiva. Se dovessi dire qual è l’evento che mette in moto l’autunno caldo del 1969 e il decennio di lotte operaie che seguì, la mia memoria non mi porterebbe a Valle Giulia a Roma e agli scontri che lì si verificarono, ma a Valdagno, nel profondo veneto democristiano.
Nella cittadina del vicentino, nel marzo del ’68, la polizia attacca un corteo operaio e durante gli scontri i lavoratori abbattono la statua, che troneggia nella piazza del paese, di Gaetano Marzotto, il padrone buono. Quel gesto per molti giovani operai segna la fine della subalternità alle regole del padrone, sia che assumesse la forma del paternalismo, come quello del conte Marzotto, che quella della dura repressione di Valletta. È per questa sua caratteristica che, contrariamente al breve fulmine del maggio francese, l’autunno caldo delle classe operaia italiana seppe durare oltre un decennio, con alti e bassi, fino alla sconfitta dei 35 giorni alla Fiat, nel 1980. Un decennio nel quale gli operai furono in grado di contrattare con le aziende tutto, in sintonia con lo slogan più gridato nei cortei operai che attraversavano ogni giorno le città: «Cosa vogliamo? Vogliamo tutto». L’intera impalcatura di disciplina, sfruttamento e sottomissione su cui era stato costruito il cosiddetto miracolo economico viene messa in discussione. Non è più il padrone a decidere, ma deve contrattare con i lavoratori i tempi e i ritmi del loro lavoro. Non può più monetizzare la salute in fabbrica, deve concedere il diritto allo studio dei lavoratori, “liberando” 150 ore annue pagate per studiare. È costretto a rompere la rigida distinzione fra lavoro manuale e intellettuale che era alla base della gerarchia di fabbrica, accettando l’intreccio fra qualifiche operaie e impiegatizie. In questo contesto prendono corpo le grandi riforme come lo Statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e il nuovo sistema sanitario nazionale. è questo clima di generale insubordinazione che rese possibile il rinnovamento del sindacato che portò al superamento delle commissioni interne. I lavoratori ricostruiscono l’intera organizzazione del lavoro, scoprono i gruppi omogenei, ognuno dei quali nomina un delegato, e da lì si passa a eleggere quelli di reparto fino alla formazione dei consigli di fabbrica. Senza questa organizzazione ramificata, senza le lotte interne alle aziende, gli scioperi a scacchiera, il “salto della scocca”, non avrebbe potuto prendere corpo un rifiuto di massa della gerarchia di fabbrica e del suo carattere arbitrario e repressivo. C’è una poesia di Brecht che spiega cosa realmente fu quel biennio e che fu appesa sui muri di tante facoltà occupate e di tante città: «Se questo resta com’è siete perduti, il vostro amico è il cambiamento, il vostro compagno di lotta il dissidio, dal nulla dovete far qualcosa, ma il potente deve diventare nulla. Quel che avete abbandonatelo e prendetevi quel che vi si rifiuta».
Così come farebbero rivivere quel clima di “gioia e rivoluzione”, che si annidò in ogni angolo del mondo, le stupende immagini del film di Karel Reisz Morgan matto da legare, se solo si ritrovasse la pellicola. Quel biennio non fu dunque solo una liberazione dai valori che imperavano, né puro folklore, ma una critica di massa alla società “neocapitalista” e all’alienazione che essa produce. Ricordarlo celebrandone stancamente gli anniversari è decisamente noioso e irritante. Così com’è penoso presidiarne l’autenticità contro i tanti pentiti che a ogni anniversario sparano stupidaggini. In realtà il mondo ha bisogno di un nuovo ’68 e la società italiana ancora di più necessiterebbe di essere attraversata dal bisogno di ribellione e idealità di allora. Non sarebbe utile ritrovare appesa sui muri dei call center la poesia di Brecht? Così come la ricostruzione di quel potere contrattuale dei lavoratori non sarebbe un elemento di prevenzione determinante per far diminuire drasticamente gli incidenti sul lavoro? E ancora non sarebbe straordinario che nella città di Napoli sommersa dai rifiuti, dalla camorra e da una politica degradata ad affare, passasse di bocca in bocca fino a diventare un grido collettivo: «se questo resta com’è siete perduti, il vostro amico è il cambiamento». E, infine, come non augurarsi che sui muri dei supermercati Esselunga comparisse: «dal nulla dovete far qualcosa ma il potente deve diventare nulla», come reazione collettiva a quell’episodio odioso in cui si sono mescolati sfruttamento, odio razziale e violenza sulle donne?
Insomma, più che celebrare il quarantennale servirebbe scoprire il valore e l’attualità del ’68. Sarebbe un’operazione utile per ridare a questo Paese, bloccato e incapace di reagire, una speranza, per ridarla a un mondo travolto dalle guerre e dalla tragedia ambientale. Ma questo non è compito dei vecchi sessantottini che possono solo auspicare che ciò avvenga. 7 marzo 2008 |