Emozioni, suoni e sguardi della Turinauto di Rivalta. Sul set della Signorinaeffe. Le scene ripetute fino alla stanchezza. Sempre con la stessa verità di Wilma Labate
Quei due giorni vissuti alla Turinauto di Rivalta, sabato e domenica per non bloccare la produzione, furono esaltanti. Dovevo girare la scena degli operai che organizzano uno sciopero dopo la decisione dell’azienda di licenziare 14.600 dipendenti. L’ambiente era enorme, all’interno, lungo i muri anneriti del capannone c’erano decine di biciclette, muoversi a piedi è lento e faticoso, improduttivo. Avevo visitato il reparto un mese prima, secondo la prassi organizzativa del cinema, con lo scenografo, il direttore della fotografia e l’aiuto regista. I sopralluoghi che precedono la fase delle riprese sono stimolanti, si vedono molti ambienti, si gira mentalmente la scena, si adatta al luogo visitato e si sceglie. La discussione con i collaboratori, che si svolge sempre all’interno del posto, è ricca di suggestioni, la fantasia si scioglie in mille congetture. Avevamo bisogno di presse vecchie, come quelle del 1980 e lì, oltre a quelle più recenti dotate di silenziatore e braccio meccanico che le aziona in sostituzione del lavoro dell’uomo, ce n’erano ancora molte e funzionanti.
Percorrendo il reparto con un sentimento di godimento e occhi febbrili, ci siamo attardati a considerare quanto il fordismo, dato per morto e sepolto, non fosse invece ancora del tutto superato: sotto i nostri occhi, donne e uomini in carne e ossa lavoravano alle presse meccaniche e ci guardavano con sfacciata ironia, come si guarda una banda di scemi, in attesa di una gaffe o una mossa sbagliata. Presi dalle considerazioni teoriche, con gli occhi pieni dell’immensità delle macchine, avevamo sottovalutato il rumore assordante del ferro che sbatte furiosamente contro il ferro, un suono perenne che morde le orecchie e ci faceva urlare come pazzi. Il pavimento, le pareti e le macchine erano coperti di uno spesso strato di grasso che dava ai nostri passi un’andatura precaria e ridicola, dovunque ci si appoggiasse, ci si macchiava: unti e appiccicosi deambulavamo fra una pressa e l’altra come fantasmi, poi finalmente un gruppo di operai ci ha diretto nel sopralluogo tecnico: corridoi sotterranei malsani e oscuri, ponteggi metallici aerei su cui scorrono i pezzi, bracci giganteschi che bucano l’aria come mostri meccanici, un ambiente inquietante, con una storia appassionante, una cultura, un’identità.
Le riprese furono molto faticose, per la troupe, una cinquantina di persone, due giorni feroci: sistemare le luci in uno spazio gigantesco, porre il binario per il carrello su quel pavimento viscido, sistemare gli strumenti per il suono in un fracasso assoluto, rifare il trucco agli attori che continuavano a imbrattarsi: un inferno. Gli operai della fabbrica lavoravano con noi, erano i nostri consulenti. E gli attori, che sono irrequieti e viziati, prima circospetti, si abbandonavano poi all’intensità della scena con un calore nuovo, una sensualità insospettata. Di sensualità ho parlato tanto mentre giravo il film, volevo che fosse tangibile nelle immagini, che ci fosse nell’atmosfera oltre che nella storia, che se ne sentisse l’odore. Tra i tanti massacri della critica spero che qualcuno fra le pieghe dell’indignazione e le molte sopracciglia alzate, l’abbia sentita suo malgrado e ne abbia tratto un piccolo disturbo.
Quando abbiamo girato il corteo, gli operai della Turinauto furono protagonisti, hanno sfilato mille volte, ripetuto la scena fino alla stanchezza, come in un gioco, con la stessa verità. Della storia che si racconta nel film, di quello sciopero durato 35 giorni e su cui si è steso un velo, sapevano tutto, anche i più giovani, alcuni di quelli anziani l’avevano vissuto, nessuno si è stupito. Autentici e beffardi, gli operai esistono e sono ancora incazzati. 8 febbraio 2008 |