365 giorni senza di Ferrara, senza i suoi sproloqui reazionari, il suo presenzialismo trash, i cardinali, la moglie, l’arrivismo, le figuracce parigine da maschera italiana contaballe. Dodici mesi di respiro, per dimenticare la storia di un italiano qualunque, dal Pci a Ratzinger di Marcantonio Lucidi
Il tribunale di Parigi lo ha condannato l’altro giorno in appello (quindi per la legge francese definitivamente): contraffazione di opera d’ingegno e violazione del diritto d’autore ai danni di Antonio Tabucchi. Nell’ottobre del 2003, Giuliano Ferrara pubblicò senza autorizzazione un pezzo di Tabucchi scritto per Le Monde che un correttore di bozze del quotidiano transalpino aveva girato innocentemente al direttore del Foglio. Una storiucola di piccolissimo sciacallaggio giornalistico che però i francesi hanno trovato gustosa. Li ha rassicurati nella loro convinzione che in Italia la vita pubblica è vivacizzata da vere e proprie maschere di Commedia dell’Arte. Durante il processo, Ferrara ha sostenuto che non era vero quanto lui stesso aveva rivelato nel 2003: d’essere stato negli anni Ottanta, quando di mestiere faceva il craxista, una spia prezzolata dagli americani. Ha anche affermato che «in Italia è usanza giornalistica pubblicare documenti senza autorizzazione per rispondere a essi senza che la cosa comporti una contraffazione».
Uno sparaballe insomma, una maschera, come Balanzone, come capitan Matamoros, un «volto della televisione trash» scrive il Nouvel Observateur, felice di potere rinvigorire il disprezzo antico dei francesi per i “rital”, gli italiani. Ferrara viene citato dal settimanale parigino come ex direttore di Panorama, rivista «specializzata nella denigrazione di chi si oppone a Berlusconi». Lì dentro “l’elefantino” avrebbe fatto il suo «servizio militare nel servilismo giornalistico, prima di dirigere il Foglio, indipendente come lo si può essere quando si è proprietà di Veronica Lario, sposa di Berlusconi». Adesso su questo signore che ha confessato di essere stato «complice di tre aborti» e che quindi a conferma della sua coerenza intellettuale, mette su una campagna per la moratoria sull’interruzione di gravidanza, si sente il bisogno di lanciare appunto una moratoria. Una moratoria su Giuliano Ferrara, una sospensione d’un anno sul “ferrarismo”, formula piccoloborghese fatta di sproloqui telepresenzialisti, di pensiero splatter nutrito a provette, inseminazioni, embrioni, Cia, capitalismo americano, militarismo, bushismo, e di abbracci reazionari con cardinali, neocon, teodem, berlusconidi, misogini, ciellini, chierici fascisti, vandeisti antidemocratici, antidivorzisti divorziati, padroni delle ferriere, preti maremmani di Scansano che gli benedicono i suoi animali. Un mondo bizzarro, gotico, da esoterica e primigenia età dell’oro antilluminista, una via di mezzo fra nostalgie di antiche tribù germaniche da foresta europea e sogni cattolici di egemonie neomedievali.
Tuttavia ironizzare su questo figlio d’un ufficiale del Pci, Maurizio Ferrara, e d’una attendente di campo di Togliatti, Marcella De Francesco, è molto facile. Sostenere che l’ex raccomandato da Pajetta, il ragazzotto romano bene nato nel ’52 che sbarca a Torino ventenne per andare a fare il responsabile fabbriche del partito, incarico delicato e assai superiore alle sue possibilità, sia il solito voltagabbana arrampicatore sociale, o un Paolo Liguori qualsiasi, un Ferdinando Adornato qualunque, significa limitarsi al folklore italioide del traditore apprezzato dai francesi. Perché c’è una spinta più profonda, evidentemente, in questo «estremista caratteriale», come un giorno lo definì un altro ex Ds (che lasciò il partito per restare di sinistra), Antonello Falomi, in questo tv-man che l’altro giorno presenta Mastella in trasmissione come «politico di grande spessore» ma che nel 1980 in occasione dei ritardi nei soccorsi per il terremoto, scrive: «Quei camorristi dell’Alta Irpinia sono figli del sistema di potere dei De Mita, dei Bianco e dei Clemente Mastella». La spinta è quella ovviamente così sagacemente descritta nella meravigliosa opera secentesca del francese Béroalde de Verville, Le moyen de parvenir, Il mezzo di arrivare. Dopo avere aderito “per tradizione familiare” al Pci (domanda: se i Ferrara fossero stati missini?), Giuliano l’apostata ha abbracciato senza ombra di dubbio il dittatoriale Craxi, per farsi in seguito portatore d’acqua del subperonista Berlusconi. Adesso finalmente ha trovato la sua casa nuova nel reazionarismo primitivo e muscolare del tedesco Ratzinger. Non è vero che Ferrara sia un traditore, il suo percorso in fondo è lineare e leggibile, si iscrive nel terribile automatismo clerico-fascista che ha caratterizzato la storia di tanti italiani dal Risorgimento in poi, nell’amore strisciante, appassionatamente antilibertario, incomprensibile ai francesi, per gli uomini della Provvidenza, i salvatori della Patria, nell’attrazione per i dittatori con gli stivali, i padroni e signori del momento. La rubrica di Ferrara su Panorama si chiama “l’Arcitaliano”, che è il titolo d’una raccolta di poesie d’un fascista della prim’ora come Curzio Malaparte, raccolta la cui edizione originale fu curata nel ’28 da un altro peso massimo della cultura nazionale reazionaria, Leo Longanesi. Un uomo intelligente sul serio, che sfotteva l’italico trasformismo: «Il signore è uscito a sinistra ma torna a destra per l’ora di pranzo. Telefoni più tardi». Altra battuta longanesiana (sempre bene rivolgersi ai veri intellettuali di destra per spiegare la classe media retriva): «Non sono le idee che mi spaventano ma le facce che rappresentano queste idee».
Forse si potrebbe ritelefonare a Ferrara l’anno prossimo, dopo trecentossesantacinque giorni di moratoria su di lui. Diceva un signore che di questi tempi l’ex corsivista del Corriere della Sera raccomandato a via Solferino da Craxi e Martelli (che lo definì un maître à penser, a riprova della levatura intellettuale dell’ex delfino craxista) , dovrebbe far finta di apprezzare (dirittura spirituale non compresa), Girolamo Savonarola, che era pure nato a Ferrara: «La preghiera ha per padre il silenzio e per madre la solitudine». Cambia dal padre e dalla madre della piccola borghesia romana che mandavano il figliuolo in Germania per farsi una tesi di laurea sul filosofo reazionario Leo Strauss, un pensatore che riteneva la filosofia un insegnamento esoterico per iniziati e che tutt’oggi rappresenta uno dei serbatoi ideologici dei neocon americani. E poi un anno di silenzio ferrariano potrà permettere all’eterno vinto del Pci, che da ragazzo si scontra nella Figc romana con Dario Cossutta (figlio di Armando) e viene sbaragliato, che poi duella con Piero Fassino nel partito in Piemonte e perde ancora, che nel ’97 (stavolta per il capo Berlusconi) rivaleggia con Antonio Di Pietro nel Mugello per un seggio al Senato e prende il 16 per cento contro il 68 dell’ex pm, un anno di silenzio gli potrà servire per pensare alla vera ragione che indusse Calisto Tanzi a dichiarare ai magistrati d’avere foraggiato il Foglio con un finanziamento da cinquecento milioni a un miliardo di lire. L’elefantino ha sempre negato il foraggio, tuttavia ha anche smentito se stesso al Tribunale francese dichiarandosi d’essersi inventato di sana pianta la panzana del suo arruolamento come spia americana. Allora al simpatico gioco delle verità d’un giornalista capace di affermare che «la bugia professionale è il comune collante deontologico», come si deve prendere l’azzardata autodescrizione: «Mi ritengo un uomo leale, intelligente, spiritoso, malizioso e piuttosto belloccio»?
Forse un anno sabbatico potrebbe servire anche per chiarirsi le idee: Ferrara non è solo antiabortista fino al disprezzo per le libertà delle donne, è contrario persino all’utero in affitto. Nel 2000 scrive: «Il “diritto di avere un figlio” mi sembra una mostruosità grave». Insomma le donne non possono scegliere né di avere un figlio né di non averlo. Infatti la moratoria sull’aborto è anche “sulla laicità della scienza e della politica”. Essere madre, o non esserlo, deve conseguire unicamente dalla copula fisiologica, «un figlio viene o non viene», ha ammonito, come è naturale in una condizione scimmiesca della femmina. Forse sarebbe necessaria anche una moratoria della moglie di Giulianone, l’habituée televisiva Anselma Dell’Olio. Racconta del loro pronubo incontro in un’intervista nel 2002: «Era il 1987, avevo adocchiato Giuliano, mio vicino di casa nel cuore di Roma, dove abitavamo entrambi, lui con i genitori e io da sola. Sua madre, Marcella, mia complice, mi raccontò che era andato in una beauty farm e sarebbe tornato verso il 10 agosto. Giuliano tornò, mi chiese: cosa fai a Ferragosto?». Longanesi sosteneva che gli italiani al Tricolore dovrebbero aggiungere: «Tengo famiglia». Ferrara dovrebbe scriverci: grazie mamma. 25 gennaio 2008
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