La storia di Giovanni, scomparso a 16 anni sulla barca dello zio. Viaggio sulla costa adriatica dove cooperative organizzano il lavoro dei pescatori. Cercando di restituire vitalità a un settore in crisi di denaro e di braccia. Dove infortunarsi è più facile che nei cantieri di Paola Mirenda
Giovanni aveva appena sedici anni quando è morto, e una passione per il mare. Si era fatto iscrivere nel registro della Gente di mare appena l’età glielo aveva consentito, a quindici anni. In barca ci andava con il padre, lo zio, gli altri marinai. A pescare ogni notte, nella pesca alla volata, quella che raccoglie alici, sarde, sgombri, il pesce azzurro di cui l’Adriatico è ricco. A settembre il mare è bello, l’estate non è ancora finita, la notte si sta bene, non fa quel freddo che nelle altre stagioni ti sega le mani, la faccia. Alle due del mattino Giovanni dorme giù nella stiva della Nuova Santa Barbara I, in mare si fa così, un poco si lavora tutti insieme, un poco ci si riposa a turno. È suo zio a comandare la barca, è suo zio che forse si addormenta vicino al porto, troppo vicino. Sul molo di San Benedetto del Tronto ci sono altri pescatori, quelli con la lenza, provano ad avvertirlo, urlano, dalla nave non sentono, poi l’urto contro uno scoglio. I pescatori sul molo raccontano di averli visti tutti sul ponte, mancava solo Giovanni. L’urto ha squarciato la nave sulla fiancata dove c’erano le cuccette, dove il ragazzo dormiva. Nessuno è riuscito a salvarlo.
Lo chiamavano Lupo di mare, Giovanni, perchè da sempre voleva fare il marinaio. Una passione sempre meno comune, per un lavoro che è faticoso, che ti porta lontano da casa, che ti fa lavorare dieci, quindici ore ogni giorno. I giovani ormai non lo vogliono più fare, e solo gli immigrati assicurano il ricambio generazionale che continua a mantenere in vita gli equipaggi. «Qui in Adriatico gli immigrati rappresentano il 30 per cento degli imbarcati», racconta Simone Cecchettini, responsabile di Lega Pesca delle Marche. «Vengono dalle coste del nord Africa, Marocco, Tunisia, ma soprattutto Senegal. Sono loro i più giovani sulle barche, perchè sempre meno spesso i figli seguono le orme dei padri. Non è un mestiere che dà tanti soldi, e la fatica invece è troppa». Il contratto prevede 72 ore settimanali, per stipendi che alla fine arrivano a millecinquecento, millesettecento euro al mese per un marinaio semplice. Soldi in più arrivano con l’integrativo dato dai contratti “alla parte”, dove il ricavato viene diviso tra tutti gli imbarcati, in rispetto al ruolo. Chi possiede la barca o una quota di essa guadagna di più, e riesce ad arrivare a 2.500 euro al mese.
In quasi tutto l’Adriatico i pescatori sono organizzati in cooperative, che garantiscono alcuni servizi, come l’acquisto collettivo di gasolio per le imbarcazioni, l’espletamento delle pratiche burocratiche, i rapporti con il ministero dell’Agricoltura o con la Regione per la ricerca di sovvenzioni e per la risoluzione di controversie. Come quella che vede i pescatori adriatici opposti a quelli croati, per la decisione del governo di Zagabria di istituire una zona costiera protetta, che va a incidere sulle storiche zone di pesca locali. «Emilia e Marche sono le regioni dove la forma cooperativa è più organizzata», aggiunge Cecchettini, «la famiglia di pescatori che lavora per proprio conto non esiste praticamente più, in nessuna delle nostre marinerie se ne trovano. Cambia anche il meccanismo di vendita, i pescatori fanno riferimento a strutture di mercato, pochissima e rara è la vendita diretta». Niente più piccole barche che partono la notte per rientrare all’alba, vendendo il pescato sulla spiaggia. Oggi il pesce si porta all’asta, dove viene indirizzato ai grandi mercati, poi ritorna in paese. La cooperativa garantisce anche la vendita, stabilendo il prezzo e il quantitativo. Non ovunque funziona allo stesso modo: Ancona ha un proprio punto di raccordo per tutto il pesce pescato, a Fano e Civitanova ognuno si organizza da sé, portandolo al mercato comunale.
Su questa costa convivono tre tipi di pesca, quella alla volata, la pesca a strascico (merluzzi, sogliole, crostacei) e infine la pesca di molluschi, lumachine, a volte le cozze d’estate. «È la pesca che ha minore impatto ambientale, quella che conserva anche un orario quasi normale, che ti permette di dormire a casa tua, nel tuo letto. Perché il riposo che fai sulla barca non è riposo davvero, c’è il rumore di chi lavora accanto a te, magari il mare mosso, e poi sempre la tensione, quello stare continuamente all’erta». Gli incidenti tra i pescatori non sono molti, secondo Cecchettini, ma quando avvengono sono guai seri. In proporzione, nella pesca c’è la più alta incidenza di morti in rapporto agli infortuni, superiore anche a quella del settore edile. Quasi sempre è la stanchezza a provocare le tragedie. «Vedi, qui non siamo nella situazione in cui si possono verificare infortuni lievi. Qui, quando succede qualcosa, ci scappa sempre il morto». 18 gennaio 2008 |