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In Sicilia è considerato l’ago della bilancia per le prossime politiche. E alle amministrative potrebbe essere il candidato della Cdl che sfiderà Rita Borsellino. Storia di Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’autonomia.
Si dice che potrebbe essere l’ago della bilancia per le prossime elezioni. Non solo per la corsa di Berlusconi a Palazzo Chigi, ma soprattutto per la riconferma di Totò Cuffaro alla presidenza della Regione Siciliana. Ma si dice anche che, alla fine, potrebbe essere proprio lui, Raffaele Lombardo, leader del “sicilianissimo” Movimento per l’autonomia - alleatosi con la Lega nord di Umberto Bossi -, il candidato che dovrà sfidare Rita Borsellino per il posto più alto di Palazzo d’Orleans. Del resto, “Totò vasa vasa” sta attraversando un momento difficile: uno scranno al Senato potrebbe salvarlo da un’eventuale condanna per favoreggiamento a Cosa nostra. Lombardo fa un sorriso sornione, aspetta e continua a tessere la sua tela. Una tela fatta di amicizie, di alleanze, di favori, di incarichi professionali, di promozioni nelle Asl, di assunzioni, di promesse. Insomma una poderosa macchina di voti costruita in tanti anni di militanza politica attraverso «una sapiente gestione dei bisogni e una spregiudicata distribuzione dei privilegi», come dicono quelli dell’opposizione. I metodi li ha appresi alla scuola democristiana di Calogero Mannino, ma via via il caposcuola è diventato proprio lui, superando forse lo stesso maestro che, dopo anni di disavventure giudiziarie, adesso torna in pista per un posto in Parlamento con l’Udc di Casini. Dopo il crollo della prima Repubblica, anche Lombardo - come Mannino - era finito in disgrazia per di un paio di vicende giudiziarie. Tutti lo davano per spacciato. Nessuno scommetteva un soldo su di lui. Poi il miracolo. Fino a imporsi sulla scena nazionale e a condizionare il dibattito politico attraverso l’alleanza con la Lega. E pensare che, fino a pochi mesi fa, non perdeva occasione per dire peste e corna del Senatur. Del resto, Raffaele Lombardo alternativo lo è davvero ai Bossi, ai Calderoli, ai Borghezio: è una delle incarnazioni viventi di quella Dc che non muore mai, soprattutto in Sicilia, e da sempre demonizzata dalla Lega. E allora? Come faranno ad andare d’accordo due culture incompatibili, due filosofie opposte? Lombardo dice che si tratta di una semplice alleanza elettorale. Dalle sponde del Po rispondono che sì, è un semplice matrimonio d’interessi. Dopo si vedrà. Intanto quel che importa è portare in Parlamento quanta più gente possibile. Se fino a ieri Lombardo diceva che «il ponte sullo Stretto si deve fare», da Pontida ribattevano irritati il contrario. Oggi una sola voce si leva dalle Alpi al Lilibeo: «Il ponte si farà». Con tanto di annuncio ad effetto fatto a Catania dallo stesso Calderoli per tenere a battesimo il nuovo simbolo: un cerchio che raffigura per tre quarti Alberto da Giussano, e per un quarto il gabbiano del movimento sicilianista. Certo, se ormai gli italiani sanno tutto sul leader della Lega, poco o nulla si conosce di questo democristiano a ventiquattro carati che sulla capacità di giocare contemporaneamente su più tavoli ha costruito il suo sistema di alleanze. Lui, oltre al ponte sullo Stretto, chiede l’aeroporto intercontinentale, la fiscalità di vantaggio, la defiscalizzazione della benzina e tutta una serie di provvedimenti speciali che «riportino la Sicilia al centro del Mediterraneo».
Ma chi è davvero Raffaele Lombardo? Dove può arrivare col suo movimento, che solo a Catania conta sul 20 per cento dei consensi? Sarà davvero determinante per i futuri assetti della politica siciliana e nazionale? In verità, determinante lo è sempre stato. Fin da quando, negli anni Settanta, militante del Movimento giovanile democristiano, frequentava la facoltà di medicina ed era nel consiglio dell’Opera universitaria. I vecchi colleghi lo ricordano come un tenace e battagliero «dispensatore di risposte», capace di dare del filo da torcere perfino all’allora presidente dell’Opera universitaria, Salvo Andò, craxiano di antica data, diventato in seguito ministro della Difesa, anche lui passato per una serie di disavventure giudiziarie e oggi riabilitato e candidato nelle liste dell’Unione. Dispensatore di risposte, certo, ma come ricorda qualche ex collega, «attraverso metodi spregiudicati». Un sistema che secondo molti dura ancor oggi, ma che in una terra piena di bisogni come la Sicilia, si rivela pagante sul piano elettorale. «A quei tempi seguiva tutto, dalle pratiche per le borse di studio alle domande per i posti letto. Tutti si rivolgevano a lui e lui aveva una risposta per tutti. Ciò che prometteva manteneva». È stata proprio l’università il primo luogo dove Lombardo (laureatosi con una specializzazione in criminologia) ha cominciato a tessere una tela che col tempo si è allargata sempre più.
Negli anni Ottanta, il leader del Movimento per l’autonomia decide di presentarsi per la prima volta alle elezioni per il consiglio comunale di Catania. L’ottimo successo personale gli vale la nomina di assessore al Bilancio e alla Sanità. Sono anni bui per il capoluogo etneo. Gli anni in cui la mafia comanda su tutto. Gli anni in cui i Cavalieri del lavoro e le maggiori autorità della città vanno a braccetto coi mafiosi. Gli anni in cui il giornalista Giuseppe Fava viene ucciso perché denuncia questi grovigli inconfessabili. Gli anni in cui padrone assoluto della politica locale è il deputato democristiano Nino Drago, proconsole degli andreottiani in Sicilia assieme a Salvo Lima, con due rampolli che scalpitano per entrare nelle stanze dei bottoni, il socialista Andò e il futuro presidente della Regione Rino Nicolosi. In questo sistema il giovane Lombardo non mostra di stare a disagio. Da lontano vede e ammira l’astro nascente Calogero Mannino - futuro ministro della Marina mercantile - e ne segue la scia. Al tempo stesso da Palazzo degli Elefanti - sede del municipio di Catania - crea un tavolo di concertazione con soggetti del mondo istituzionale, professionale e sociale per organizzare la sanità nel territorio, a quel tempo completamente allo sfascio. Un progetto che prevede tre poli ospedalieri, il Garibaldi, il Vittorio Emanuele, il Cannizzaro, ai quali se ne aggiungerà un quarto, il Policlinico universitario. Una struttura abnorme, che negli anni successivi succhierà buona parte delle risorse del bilancio regionale. Passa qualche anno e Lombardo lo rivediamo a Palermo nelle sontuose sale di Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento siciliano. Prima come deputato regionale, poi come assessore agli Enti locali. Ormai è considerato un uomo potente, malgrado la sua giovane età. Dialoga con i rappresentanti del “terzo settore” e promuove iniziative sul volontariato, sulla solidarietà, sulle persone deboli. Piazza i suoi uomini nei consultori, nei centri per anziani e per disabili, nelle associazioni, nelle cooperative, nei servizi sociali. Fa arrivare contributi e a ogni elezione vede crescere i suoi consensi. All’interno del suo partito non viene visto di buon occhio da tutti. Rino Nicolosi lo detesta, lo considera un ragazzotto senza spessore culturale. L’ostilità è reciproca. Ma intanto il presidente della Regione lo inserisce nella sua giunta. A un certo punto l’ondata di Tangentopoli travolge anche lui: i magistrati lo accusano di avere riferito in anticipo, attraverso la sua segreteria politica, i titoli dei temi ad alcuni candidati risultati vincitori in un
concorso nel settore della sanità. Le manette interrompono una carriera in fortissima ascesa. Lui è convinto che la causa dei suoi guai sia da ricercare all’interno del suo stesso partito. E alla vigilia dell’arresto - alle undici di sera - si reca nella redazione del quotidiano catanese La Sicilia per farsi intervistare: prevede quello che gli succederà e fa capire che qualcuno molto in alto gli ha teso una trappola. Tutti pensano a Rino Nicolosi. Intanto, lo tsunami di Mani pulite travolge gli altri vertici siciliani del suo partito. A uno a uno cadono lo stesso Nicolosi (che attribuisce a Lombardo quel che Lombardo aveva attribuito a lui), Mannino, Drago, Lima. Qualche anno dopo viene nuovamente coinvolto in una storia di tangenti - che ha come perno l’ex presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini - assieme ai big della politica catanese. Sia per la prima che per la seconda vicenda - nella quale è accusato fra l’altro di associazione per delinquere - verrà assolto.
Politicamente sembra finito. Sembra. In realtà non ha mai smesso di coltivare le antiche alleanze. In silenzio, ma con grande concretezza. Recupera le vecchie amicizie universitarie - politici, professionisti, impiegati -, molte delle quali, negli anni di maggiore splendore, avevano fatto parte del suo entourage. Tutte rimaste fedeli anche nelle disgrazie. Si iscrive nel Ccd-Cdu. Alla Provincia presenta una lista di fedelissimi. Riesce a fare eleggere un pugno di consiglieri. Si riposiziona. Al presidente Nello Musumeci impone un suo uomo, che diventa assessore alla Pubblica istruzione. Per decidere il futuro della politica nel territorio, i nuovi potenti adesso devono rivolgersi a lui. Si presenta alle elezioni europee e fa il pieno di consensi. Quando, nel 2000, a Catania si svolgono le amministrative, Lombardo forma due liste e fa eleggere i suoi rappresentanti in consiglio comunale. A quel punto il nuovo sindaco, il forzista Umberto Scapagnini (ex medico personale di Berlusconi), gli offre la vice sindacatura con delega ai Lavori pubblici e al Personale. Lui ovviamente accetta.
L’immaginario collettivo lo percepisce come il vero sindaco del capoluogo etneo. Da quella postazione è un gioco da ragazzi riprendere i contatti con la gente che conta. Ricostruisce il reticolo di alleanze con gli imprenditori, con gli industriali, con gli esponenti degli ordini professionali, con i commercianti. Riavvia i concorsi interni bloccati da tempo e dà la possibilità a 5mila dipendenti municipali di accedere alle mansioni superiori. Dopo tre anni si dimette per candidarsi alla presidenza della Provincia contro l’europarlamentare diessino Claudio Fava. Stravince. Frattanto a Roma, Casini e Buttiglione uniscono i rispettivi partiti e fondano l’Udc. Che senza i voti della Sicilia non conterebbe nulla. Don Raffaele viene eletto presidente nazionale con l’avallo di Cuffaro. Lui ricambia prendendo posizione contro i magistrati per le inchieste su mafia e politica che coinvolgono il presidente della Regione (una solidarietà che si ripete, in altre circostanze, nei confronti dell’imprenditore catanese Sebastiano Scuto, accusato dai pm di essere il riciclatore della potente cosca dei Laudani. Ma questa è un’altra storia). Sullo sfondo, l’aggrovigliato mondo della sanità siciliana. I referenti mafiosi, le talpe alla Procura di Palermo, le cliniche private, il denaro. Tanto denaro. Che sgorga dai rubinetti della Regione, causando immense voragini alle già disastrate casse dell’isola. Un triangolo nel Mediterraneo spartito in due dai nuovi feudatari della sanità: quella occidentale a don Totò, quella orientale a don Raffaele, che nella giunta regionale riesce pure a piazzare il suo fedelissimo Giovanni Pistorio. Dove? Ovviamente nell’assessorato alla Sanità. Adesso Lombardo non si occupa più di handicappati, di vecchietti, di drogati, ma di primari da promuovere, di manager da piazzare, di medici da spostare, di soldi da destinare. Nella sua zona deve fare i conti con altri due pezzi da novanta della sanità pubblica, il senatore di Forza Italia, Pino Firrarello, sindaco di Bronte, e il rettore dell’università di Catania, Ferdinando Latteri (passato due anni fa dal partito di Berlusconi alla Margherita). Ma con pazienza riesce a conquistare i suoi spazi. Intanto, negli ospedali siciliani la gente muore di malasanità. In pochi mesi, una quindicina di decessi per i quali la magistratura apre delle inchieste. L’assessore Pistorio ordina delle ispezioni. Sembrano provvedimenti adottati più per placare gli animi che per fare piazza pulita degli incapaci. Intanto, dall’oggi al domani, medici di provincia diventano primari nei grandi ospedali della Sicilia orientale. Promozioni in massa anche per manager, dirigenti di Asl, medici e paramedici. Pare che tutti abbiano un punto in comune: dispongono di buoni pacchetti di voti. Se sono bravi, meglio. Intanto, anche la Provincia regionale di Catania diventa una potente fabbrica di consensi. «In questi anni - dice il capogruppo provinciale dei Ds Pippo Pignataro - Lombardo ha conferito circa 120 incarichi professionali per i collaboratori più stretti, cui ne vanno aggiunti 600 per progettazioni, collaudi, studi di fattibilità ed altro; si badi bene, non solo per persone vicine al centrodestra, ma anche per gente che fa parte dell’area del centrosinistra».
Esponenti dell’Udc che lo conoscono bene (ma che preferiscono non esporsi) dicono che Lombardo negli ultimi anni «si è molto raffinato anche dal punto di vista culturale, ha compreso che per consolidare il potere deve ampliare le clientele anche a sinistra». Per dimostrarlo fanno un esempio: «Conferisce tutti questi incarichi senza chiedere nulla in cambio. Il do ut des avviene in modo automatico, silenzioso». La grossa torta rimane comunque l’aeroporto intercontinentale che Lombardo vuole realizzare nella Piana di Catania. «In un momento in cui i grossi scali sono in crisi, Malpensa è uno degli esempi - prosegue Pignataro - lui pensa di farne uno a Catania, sapendo che non sarà mai realizzato. Specie se si considera che si sta ammodernando l’aeroporto di Fontanarossa. E allora perché ne parla? Perché la Regione - prosegue Pignataro -, solo per gli studi di progettazione e di fattibilità ha stanziato 10 miliardi di vecchie lire. Una occasione studiata a tavolino per creare nuove clientele». Non l’unica, a quanto pare. «L’altro progetto grosso - afferma Pignataro - riguarda la Pubbliservizi, un’azienda da realizzare con capitale della Provincia che si occuperà di tutti i servizi pubblici, dalle manutenzioni alla custodia di certe strutture». È il periodo in cui Lombardo è potente, anche (e soprattutto) all’interno dell’Udc. Quando a qualcuno dei suoi fedelissimi si chiede se è più potente lui o il suo predecessore Nello Musumeci (europarlamentare di An, oggi leader del movimento Alleanza siciliana)?, ti rispondono: «Mentre per parlare col prefetto, Musumeci si recava in prefettura, oggi è il prefetto ad andare da Lombardo». Magari non sarà proprio così, ma è una battuta che interpreta il pensiero dell’opinione pubblica. E questo dà fastidio a tanti, compreso il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Proprio a lui e a Berlusconi - in nome di un Sud trascurato e tradito -, Lombardo chiede nel 2005 il ministero per il Mezzogiorno. Non gli viene concesso. Passa qualche mese. Le elezioni per il nuovo primo cittadino di Catania sono imminenti. Ai nastri di partenza si presenta l’uscente Umberto Scapagnini contro l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco, rimasto nel cuore di molti catanesi per essere stato l’artefice, da sindaco negli anni Novanta,
di un rinnovamento della città. A poche settimane dal voto i sondaggi danno in nettissimo vantaggio l’ex ministro. Poi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi scende a Catania. E indovinate a chi fa la prima visita? Proprio a Raffaele Lombardo, fino a quel momento indeciso se appoggiare Bianco o Scapagnini. I due probabilmente si accordano: il Cavaliere torna a Roma con qualche certezza in più, e forse con qualche soldo in meno, lasciato nei quartieri più poveri. Ma sono, appunto, dicerie. Di concreto c’è che in pochi giorni cambia tutto. Basta parlare con la gente per percepire che il clima è diverso. Il presidente della Provincia presenta ben quattro liste e le imbottisce di medici e di esponenti del volontariato: 180 candidati in consiglio comunale, 500 nei consigli di quartiere. Appoggia il sindaco uscente, ma contemporaneamente schiaccia l’occhio al centrosinistra per possibili alleanze future. «Più che vincere - prosegue il capogruppo provinciale dei Ds Pignataro - gli interessa dimostrare di essere decisivo». Alla fine, decisivo lo è veramente. Grazie a un valore aggiunto del 20 per cento, l’ex medico di Berlusconi batte il super favorito Enzo Bianco. A quel punto nell’Udc inizia la resa dei conti. Una fronda di deputati nazionali e regionali - ispirata dal presidente della Camera - gli fa la guerra: in pubblico lo accusa di essere ambiguo, ambizioso e spregiudicato. Lui se ne va sbattendo la porta e fonda il Movimento per l’autonomia. Per i primi mesi non si schiera, o meglio si schiera a seconda delle circostanze e delle convenienze.
Dopo essere stato determinante a Catania per la vittoria del centrodestra, diventa determinante a Messina facendo vincere il centrosinistra. Alla fine, in vista delle elezioni nazionali e regionali, decide di schierarsi con la Casa delle libertà e di allearsi col Senatur. L’opposizione lo bombarda di interrogazioni. Una delle più curiose riguarda il suo ex assessore allo Sport, Daniele Capuana, dimessosi a dicembre per candidarsi alle regionali. Uscito dalla porta, Capuana rientra dalla finestra: pochi giorni dopo Lombardo lo nomina consulente. Allo sport. Ma la decisione più contestata (soprattutto da certi esponenti della stessa Casa delle libertà) è quella della recentissima nomina ad assessore di Serafina Perra, esponente di Nuova Sicilia (altro movimento autonomista) e, come dice il capogruppo provinciale dei Ds, «moglie dell’ex sindaco di Calatabiano (nel catanese, ndr) Giuseppe Intelisano, arrestato nel 2000 perché accusato dai magistrati di avere collegamenti con la mafia locale (poi prosciolto, ndr). Un provvedimento giudiziario che fece da premessa allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale». Per saperne di più sui programmi di Lombardo basta aprire il sito internet della Provincia regionale di Catania. Su queste pagine istituzionali c’è l’editoriale del presidente: si parla di autonomia, di aeroporto intercontinentale, di fiscalità di vantaggio. In poche parole il programma del suo movimento. Gli oppositori insorgono: «Più spregiudicato di così». |