Quello che è uscito dalle intercettazioni è solo una parte di quanto succede nell’azienda di Stato. Ecco come Berlusconi e i suoi hanno controllato viale Mazzini in nome dei soldi della torta pubblicitaria. Storia, personaggi ed episodi di un monopolio spacciato per duopolio. Per ora dallo scandalo a guadagnarci è Fini di Marcantonio Lucidi
La frase forse più vera l’ha pronunciata un uomo di Berlusconi, Carlo Rossella, ex direttore del Tg5 e attuale presidente di Medusa, la società Fininvest di produzione e distribuzione cinematografica: «In Italia di segreto non ci sono manco i servizi». È vero, tutti hanno sempre saputo quello che i brogliacci delle intercettazioni certificano di quanto succedeva in Rai ai tempi del Cav premier, gli uomini fedeli piazzati ai vertici della tivù di Stato, le telefonate, i favori, gli accordi, lo scambio di informazioni sui palinsesti, i ritardi nella comunicazione di dati elettorali sfavorevoli al centrodestra, insomma modi e abitudini della cupola berlusconica che governava viale Mazzini. Tutti sanno varie e tante altre cose che nei brogliacci non ci sono, e forse un giorno ci saranno, l’invasione di giornalisti acquiescenti, le carriere improvvise e facilmente spiegabili, il nepotismo, le tangenti a certi signori 10 per cento, i cast delle fiction decisi per raccomandazioni e favori sessuali. E poi c’è il mistero delle produzioni, quasi tutte ormai comprate all’esterno, da Bibi Ballandi per esempio ma anche da società di ex uomini Mediaset (la Magnolia di Giorgio Gori) o di proprietà berlusconiana come la Endemol diretta da Paolo Bassetti, fondata da Marco Bassetti e dalla moglie Stefania Craxi, parlamentare forzista (ovviamente). La Rai è contemporaneamente il modello in scala e il codice cifrato del Paese, chi vede e intende cosa succede là dentro e come, intuisce lo stato dell’Italia e degli italiani. A viale Mazzini l’omertà è un riflesso condizionato e la paura un atteggiamento mentale, sicché chi racconta lo fa solo anonimamente altrimenti le ritorsioni nei suoi confronti sarebbero insopportabili. Difficile mettere il proprio nome sulla divulgazione d’una storiella come, per esempio, quella dell’allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo al quale fu presentato dalla dirigenza storica (e non berlusconiana) dell’azienda un progetto di schede per vedere il calcio. Respinto. Poi lo ha realizzato Mediaset.
A viale Mazzini ricordano che quando Cattaneo è arrivato in Rai, nel 2003, di televisione non capiva nulla. Chi invece ne capiva erano Deborah Bergamini detta Debbie, ex assistente personale del Cavaliere, assunta in Rai nel 2002 da Agostino Saccà (predecessore di Cattaneo) e avviata a fulminante carriera fino alla poltrona conquistata in meno di due anni di direttore del marketing strategico, Carlo Nardello e Alessio Gorla. Tanto per dire di quanto le buone vecchie amicizie non si abbandonano mai: la Bergamini nel 2004 faceva la sua bella figura fra i personaggi convocati a via del Plebiscito per studiare le strategie preelettorali di Forza Italia. Nardello, di stretta fede polista, amico del super berlusconiano Agostino Saccà, già capo del marketing della Walt Disney Italia, in Rai è stato amministratore delegato di Rainet poi capo del palinsesto (lui e la Bergamini erano chiamati “i due carabinieri”), ora fa l’amministratore delegato di Raitrade ed è un altro grande amico di Agostino Saccà. A proposito di Saccà, passato trasversalmente per tutte le stagioni di viale Mazzini, dai socialisti craxiani che avevano lottizzato persino il bar interno, fino alla Rai dei professori, è difficile mettere in dubbio il suo debole per il Cavaliere. Sua è la professione di fede (almeno elettorale): «Io voto Forza Italia con tutta la mia famiglia». Gorla, oggi in pensione, è il personaggio più interessante e sfuggente: per molti anni ha fatto il plenipotenziario della Fininvest a Buenos Aires; poi nel ’94 organizzò la discesa in campo del Cavaliere coordinandone la campagna elettorale. A fine 2002 sta nella stanza dei bottoni di viale Mazzini con un semplice contratto da dirigente, per evitare l’obbligo di approvazione della sua assunzione da parte del Consiglio di amministrazione. A lui va la direzione delle risorse televisive, la poltrona da cui approvare tutti i contratti fuori organico, dalla star televisiva da nove milioni l’anno al programmista-regista con emolumento di 800 euro al mese. Ma Gorla è, nel frattempo, anche l’uomo che convince il miliardario italo - argentino Luigi Pallaro a diventare presidente della sezione sudamericana di “Azzurri nel mondo”. Poi una volta eletto senatore nel 2006, Pallaro “tradirà” e andrà col centrosinistra - assicurando la sopravvivenza di Prodi - su pressione del presidente argentino Nestor Kirchner che non ama Berlusconi. Non tutte le ciambelle vengono col buco.
Anche in Rai per la verità, qualche sciocchezza gli amici di Silvio l’hanno combinata, come i famosi “pacchi” che finirono per scoppiare loro in faccia. Nessuno pensava che Affari tuoi condotto da Paolo Bonolis avrebbe avuto un simile successo. Allora successe che Cattaneo proprio non lo riceveva per il rinnovo del contratto e fu gioco forza per il presentatore tornare a Mediaset, da dove era venuto. D’altronde gli andirivieni della tribù degli homo arcorensis fra la grotta politico-televisiva del Cav e quella del servizio pubblico sono a dir poco consueti: Clemente Mimun per esempio, prima vicedirettore del Tg5, poi direttore del Tg1, indi direttore del Tg5. E chi non ricorda che Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno, nel suo curriculum vitae può scrivere all’anno 1994 deputato di Forza Italia? Tutta questa gente era assai in intimità con un signore quale Paolo Bonaiuti, ex vicedirettore del Messaggero, sottosegretario di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, quindi uno che difficilmente veniva preso di mira dai giornali italiani, visto che controllava i finanziamenti pubblici alla stampa.
Il successo dei pacchi dava fastidio non in quanto successo, ma perché alterava gli equilibri. Spiegano a viale Mazzini che una Rai troppo forte ovviamente non fa comodo alla tirannia televisiva (quindi politica) italiana, ma neanche deve essere troppo debole: desterebbe eccessiva attenzione pubblica, i giornali ne parlerebbero troppo, la politica sarebbe costretta a muoversi e a fare una legge. Infatti la storia delle intercettazioni ha accelerato l’iter parlamentare della riforma Gentiloni e ha fatto saltare dalla felicità nei corridoi di viale Mazzini il direttore del Tg2 Mauro Mazza (in quota An) e nei corridoi della Camera Gianfranco Fini. Sbaraccare il monopolio Raiset del Cavaliere è, in questo momento di disfacimento della Cdl, un’assicurazione sulla sopravvivenza politica di Alleanza nazionale quindi diventa necessaria un’accelerazione della riforma Gentiloni. Riforma per la quale il centrosinistra è rimasto per ora quasi fermo così come nel 2001 guardò senza reagire lo smantellamento del suo progetto di privatizzazione. L’aveva pianificato (su suggerimento di Massimo D’Alema, dicono in Rai) Pierluigi Celli, amministratore delegato fra il ’98 e il 2001. Si chiamava divisionalizzazione e prevedeva una prima divisione con dentro Raiuno e Raidue, una seconda con Raitre e varie altre cose. Seconda tappa sarebbe stata la vendita della prima divisione. Si sussurrava già d’una cordata capitanata da Carlo De Benedetti, gran nemico del Cavaliere.
Quando è arrivato a Palazzo Chigi, Berlusconi ha fermato tutto ma non certo per senso dello Stato e della cosa pubblica. Perché se la Rai fosse diventata privata, non avrebbe più riscosso il canone, quindi non sarebbe più stata soggetta ai limiti di legge sulla messa in onda degli spot. Tutto voleva il caudillo di Arcore fuorché un concorrente sul mercato capace di mangiargli le sue fette di torta pubblicitaria. Quindi l’impero berlusconico è stato indirettamente finanziato dal canone e l’equilibrio fraudolento dell’intero sistema assicurato da gente il cui ruolo al mondo fu perfettamente descritto dal grande economista Paolo Sylos Labini. Professore, gli fu chiesto, la caratteristica più perniciosa di questo centrodestra è l’incompetenza o la scarsa attenzione alla legalità? «L’incompetenza e la scarsa attenzione alla legalità sono intrecciate: Berlusconi per mantenersi al potere ha bisogno di camerieri, i quali possiedono la peculiarità di obbedire, ma quasi mai quella di essere colti. La loro abilità è servire. Chi possiede un qualche valore e una qualche competenza, non può essere servo fino in fondo, quindi con Berlusconi non dura». 30 novembre 2007 |