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Giustizia schizofrenica Stampa E-mail
Dopo il fatto di Tor di Quinto, parla Francesco Dall’Olio, magistrato della procura della Repubblica di Roma, alle prese con le gravi contraddizioni del nostro sistema
di Marcantonio Lucidi

Sulle spalle ha millequattrocento procedimenti da smaltire però dice che sta nella media. Sabato scorso di prima mattina il pubblico ministero Francesco Dall’Olio invece di andarsene per i fatti suoi con la famiglia, si è avviato verso la procura della Repubblica di Roma dove lo aspettavano sei processi per direttissima: «Stavolta romeni niente, forse - osserva scherzando - dopo il delitto di Tor di Quinto, hanno pensato che era meglio stare un po’ tranquilli. Oggi abbiamo avuto un italiano, due senegalesi, un algerino e un altro paio di arabi».
Dall’Olio è il pm che un mese fa si è trovato ad arrestare 22 romeni del campo di Tor di Quinto. Erano collegati abusivamente alla rete elettrica. «Tutti muratori - dice - che pagavano le baracche 150 euro al mese. Funziona così: arrivano dalla Romania e vanno dal capo del campo che chiede 150 euro di pigione e assegna le baracche. I nuovi arrivati trovano la luce e giustamente non si chiedono se devono fare la visura oppure no. Se le chiamiamo  bungalow, e se ci sono le roulotte, l’allaccio per la luce e anche i bagni chimici del comune di Roma, allora quello non è un campo, è un campeggio». E uno, quando arriva in un campeggio, non chiede al gestore come e dove pesca l’elettricità.

Basta quest’episodio per capire che la situazione è un po’ più complicata di come appare a prima vista. Talmente complicata che in quel paesaggio di sfascio giudiziario che è il libro appena uscito del procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, Toghe rotte, il primo articolo a essere citato è il 6 (art. 6 terzo comma del decreto legislativo 286 del 1998): tratta di quando uno straniero non esibisce il passaporto o un documento d’identificazione al poliziotto o al carabiniere che glielo chiede. Sarebbe arresto fino a 6 mesi e ammenda di 413 euro. Però è il pm che deve provare che il tal signor Bibi Ben Bobo, così uno straniero può serenamente sostenere di chiamarsi, dice il falso quando dichiara che i documenti glieli hanno rubati. E comunque mentre il fascicolo fa il suo iter, Bibi se ne va a spasso, nessuno lo troverà più, di certo quello non è il suo nome, e alla fine dopo cinque anni e rotti mesi, tutto va in prescrizione. Insomma, i magistrati hanno le mani legate. «Adottiamo la stessa procedura per tutti - spiega Dall’Olio - per l’omicida e per gli ambulanti. Inseriamo la norma penale in ogni cosa. Così si genera una quantità enorme di procedura penale e invece quello che ha una funzione preventiva è la certezza della pena».

Come se una fabbrica di lampadine le producesse solo fulminate, ma a milioni, e giustificasse la sua esistenza con il dovere sociale di fare luce. Il pm romano conferma che il sistema è pieno di contraddizioni: «Schizofrenico. Noi abbiamo il meraviglioso principio di non colpevolezza dell’imputato però ammettiamo la custodia cautelare preventiva. Altra schizofrenia: questo è l’unico Paese al mondo che celebra i processi in contumacia, ossia in assenza dell’imputato. Però ai contumaci il processo non lo facciamo finché non glielo notifichiamo. Ma se è contumace, come glielo notifichiamo? Allora glielo notifichiamo con il rito degli irreperibili».
Il sistema quindi è garantista, ma d’un garantismo formale e siccome si fonda su contraddizioni e schizofrenie, è destinato a non funzionare mai. D’altronde il sospetto a questo punto è legittimo che proprio questo risultato il legislatore persegue. E il legislatore è il parlamento. Altrimenti non si spiega quanto Dall’Olio dice: «Dalla riforma del codice Rocco nell’89, gli interventi legislativi, prima Berlusconi, poi Prodi, sicuramente il prossimo di Veltroni, si succedono senza un progetto complessivo organico».

Quindi è chiaro che un magistrato
come Dall’Olio vede il decreto legge sulla sicurezza approvato l’altro giorno come il sale negli occhi. «Non si può affrontare l’illegalità con la repressione e basta. Sgombriamo i campi nomadi, e va bene, ma è il modo, il momento in cui viene detto che non va bene. Che vuol dire più potere ai sindaci? Ci sono da una parte le persone perbene e dall’altra i ladri, gli assassini, quelli che fanno violenza alle persone. La violenza alle persone è intollerabile. Si può incominciare a fare passare l’idea che più gravi sono la violenza fisica e psicologica, quella sui minori e le molestie sessuali. Forse i delitti contro il patrimonio possono essere messi in secondo piano». Più pesanti quindi per Dell’Olio le molestie telefoniche - le quali meritano oggi al massimo una contravvenzione - che il furto d’auto punito invece con il carcere da tre a cinque anni. «Siamo ancora al codice napoleonico, a quelli ottocenteschi, al codice Rocco dell’era fascista. Ci sono voluti quarant’anni di battaglie per fare passare l’idea che la violenza sessuale è un reato contro la persona». Diventa allora prima che giuridica, una questione culturale. «Solo apparentemente questo mestiere si fonda sulla tecnica, si fonda invece sulla persona. La tecnica è la conoscenza della norma e la capacità di applicarla, tuttavia non è esaustiva. Se il giudice ha una grande conoscenza, ma non è sereno, non è equilibrato, non ha un’identità personale, non è una persona umana valida, finisce che lavora male e rovina la vita alla gente. Esorto i giovani colleghi ad andarci piano con le perquisizioni. A uno perbene, gli fai un danno enorme. Se gli sequestri l’azienda, lo distruggi. Ci vuole equilibrio, serenità, consapevolezza, identità».
Non deve essere semplice: è noto che i giovani che passano il concorso di entrata in magistratura, fanno un tirocinio di un anno come uditori giudiziari, poi l’amministrazione da loro carta, penna e timbri e li manda a decidere se la polizia ti può mettere la casa sottosopra. «L’anno di tirocinio vale qualcosa? - si chiede il magistrato - Dipende dal Maestro che il giovane trova, come nella vecchia bottega artigiana. Adesso si farà la scuola di magistratura ma rischierà di soffrire d’una lacuna: l’accento sarà messo sulla formazione tecnica e invece ci vuole prima di tutto una formazione umana». Una formazione che permetta l’esercizio del ragionamento, dell’interpretazione della realtà. «Quando si affronta la criminalità, bisogna porsi delle domande. Per esempio cos’è delinquenza e cos’è malattia mentale. Quindi entrano in gioco altre discipline, storia, filosofia, antropologia. Perché, a fronte di una cultura violenta, l’uomo si ammala se non la riconosce come violenta. Si ammazza una persona solo quando si perde il rapporto umano, e l’altro non è più visto come una persona. Bisogna interrogarsi sul limite fra violenza e malattia. La nostra cultura parte dall’assunto del male originario. L’idea di malattia scardina questo assunto».

9 novembre 2007 

 
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