Scatole cinesi e appalti milionari. Ecco come le organizzazioni criminali riciclano il denaro in una Regione insospettabile di Pino Di Maula
Lunedì scorso, con l’arresto di Salvatore e Sandro Lo Piccolo è stato inferto un altro duro colpo a Cosa nostra. Pochi giorni prima, due relazioni, quella di Confesercenti e quella della Dia, hanno dimostrato, numeri alla mano, che le mafie sono sempre forti sotto il profilo economico, grazie anche alla crescente capacità di “ripulire” i proventi malavitosi. Si scopre così che a lavare “più bianco” non è solo la Svizzera, come ha scritto nel 1990 Jean Ziegler. Ma anche quelle regioni italiane ritenute erroneamente incontaminate dal network criminale. Tra queste isole considerate a torto felici c’è l’Abruzzo. «Vengo spesso a Roma, posso passare anche in redazione». Al telefono Nino Zangari, socio dell’Alba d’oro srl, ci tiene a far sapere di non essere indagato. Così come altri suoi soci. Una precisazione che fa ogni volta che qualcuno lo tira in ballo per via della sua partecipazione azionaria nella società finita nell’occhio del ciclone.
Da tempo qualcuno si è accorto che l’Abruzzo non è più una regione incontaminata, che anche qui le mafie hanno pensato di gestire i loro affari. E se ne rendono conto anche alcuni parlamentari, che in due diverse interrogazioni parlano di presunte attività di riciclaggio da parte della criminalità organizzata in Abruzzo e in particolare nella Marsica. A firmare la prima interrogazione è il senatore di Rifondazione comunista Giuseppe Di Lello, ex magistrato del pool antimafia di Falcone e Borsellino. Di Lello prende spunto anche dalla passata relazione della Direzione nazionale antimafia per chiedere ai ministri competenti «quale valutazione danno» della situazione di alto rischio riciclaggio venutasi a creare a Tagliacozzo e nella Marsica con l’attività della Alba d’Oro srl. E per chiedere, soprattutto, «se la Procura distrettuale dell’Aquila, gli organi di Polizia giudiziaria e la Guardia di finanza in particolare stanno monitorando la vasta rete di società che operano in Abruzzo, e che sembrano essere riconducibili alla criminalità organizzata siciliana, campana e pugliese».
Le due interrogazioni diventano lo spunto per un’indagine sul campo. Dopo alcuni sopralluoghi e qualche lettura mirata su atti giudiziari e visure camerali di società, left scopre che la Gas spa, a esempio, è l’azienda palermitana che nel 2000, grazie a un ricorso, si aggiudica un appalto di quasi 15 miliardi di vecchie lire per realizzare e gestire per 25 anni la rete metanifera dei comuni di Tagliacozzo e Sante Marie. I lavori sono ultimati nel febbraio 2002 quando, a Tagliacozzo, Nino Zangari è assessore ai lavori pubblici, mentre Gianni Lapis è detentore di quote della Gas spa e l’ingegnere Giuseppe Italiano è direttore dei lavori di metanizzazione. La storia assume una connotazione nazionale quando nel 2002 viene ritrovato un “pizzino”, un pezzetto di carta, durante l’arresto del boss di Cosa nostra Nino Giuffré, poi pentitosi. Su quel foglietto di appena due righe si legge: “dott. Lapis” e in basso “ingegnere Italiano, via Libertà 78”. L’antimafia di Palermo, sulla base del pizzino e delle dichiarazioni del pentito Giuffré, si mette sulle tracce del cosiddetto “tesoro di Vito Ciancimino”, e si imbatte nella Gas spa, una società venduta nel 2004 a una multinazionale spagnola per 120 milioni di euro. Tra le tante società sparse in mezza Europa della famiglia Ciancimino, spunta anche la Sirco spa (anche questa con sede legale a Palermo, in via della Libertà 78, lo stesso indirizzo della Gas spa e dello studio di Lapis). La Sirco, tra le tante partecipazioni, detiene anche il 50 per cento delle quote dell’Alba d’oro, la società a responsabilità limitata che tra il 2002 e il 2006 ha realizzato a Tagliacozzo una grossa struttura ricettiva. Di cui è socio, appunto, Nino Zangari. Nel 2002, anno di costituzione, l’Alba d’oro era così composta: con sede a Tagliacozzo, il capitale sociale era di 40.000 euro diviso tra Nino Zangari, con 6.600 euro, Augusto Ricci, 6.800 euro, Achille Ricci, 6.600 euro e la Sirco spa con 20.000 euro (che sono all’incirca il 50 per cento del capitale sociale).
Con il progredire delle indagini, nel luglio 2005 il gip di Palermo sottopone i capitali della Sirco a sequestro preventivo e così, nel Consiglio d’amministrazione dell’Alba d’oro, Lapis viene sostituito da tre custodi e amministratori giudiziali (Antonino Peri, Gaspare Ferri e Nicola Ribolla) che affiancano Nino Zangari e Mariangela Lapis (figlia di Gianni). Il 9 marzo 2007 - con sentenza di primo grado - il Gup di Palermo ha condannato (con il rito abbreviato e con la conseguente riduzione di pena) Gianni Lapis a 5 anni di reclusione per il reato di trasferimento fraudolento di valori, l’avvocato Ghiron a 5 anni di reclusione e Massimo Ciancimino a 5 anni e 6 mesi di reclusione (questi ultimi due anche per la continuazione con il reato di riciclaggio). A parte la nomina dei tre custodi giudiziali nel Cda per le quote della Sirco spa, la società Alba d’oro non è coinvolta nelle indagini, come non risultano indagati gli altri soci. A provarlo c’è quanto accaduto nel gennaio 2007: l’Alba d’oro ha richiesto e ottenuto il rilascio del certificato antimafia necessario per incassare l’ultima tranche di finanziamenti regionali. Quelli stanziati per la realizzazione della megastruttura turistica di Tagliacozzo. ha collaborato Angelo Venti 9 novembre 2007 |