Tra le peculiarità di questa campagna elettorale lo smottamento del voto conservatore: il mondo evangelico non si fida più dei candidati repubblicani. Ma neanche gli elettori democratici si entusiasmano per candidati considerati troppo di sinistra. di Stefano Rizzo
In una recente striscia di Doonsbury, che da trent’anni rappresenta la coscienza critica dei liberal americani, una coppia di professionisti sta discutendo la candidatura di Hillary Clinton. Mentre la moglie, avvocato dei diritti civili, è entusiasta, il marito giornalista è molto più dubbioso. Quando la moglie lo rimbecca indignata, lui risponde: «Ah sì, dimenticavo, è una donna». Sono molte le novità che rendono questa campagna elettorale, che tra un anno porterà alla scelta del 44esimo presidente degli Stati Uniti, se non unica per lo meno atipica nella storia americana. Non solo perché da molti anni è la prima in cui il presidente o il vicepresidente non sono candidati e il presidente in carica, George W. Bush, a causa della sua impopolarità, non svolge alcuna funzione di traino nei confronti del suo successore. E non solo perché la candidata attualmente favorita nei sondaggi è una donna. Ma anche perché accanto a lei tutti gli altri candidati sono atipici per un verso o per l’altro. C’è un afro-americano, il senatore dell’Illinois Barack Obama, non il primo nero a candidarsi nella storia delle elezioni presidenziali, ma il primo a avere concrete possibilità di essere eletto. C’è Bill Richardson, l’ex governatore del Nuovo Messico, che a dispetto del nome yankee ha una madre e una faccia molto messicane e rivendica con orgoglio le proprie origini di “latino”. Il candidato più “normale”, cioè maschio, bianco e Wasp (bianco, anglosassone, protestante) è John Edwards, ex senatore della Carolina del Nord e candidato assieme a John Kerry nelle sfortunate elezioni del 2004, che per le sue posizioni sui temi economici e sociali - oltre che sulla guerra - viene considerato quello più di sinistra (o “populista”) e quindi meno eleggibile da parte di un elettorato che si entusiasma per i candidati di sinistra ma finisce sempre per scegliere quelli di centro.
Sul fronte opposto si affollano quattro o cinque candidati repubblicani, anch’essi abbastanza atipici per l’elettorato conservatore cui si rivolgono. Rudolph Giuliani, che sembra al momento il meglio piazzato, è un cattolico e un italo-americano, il che è ancora oggi in qualche misura un handicap. Il primo e unico candidato cattolico a essere eletto fu il democratico John Fitzgerald Kennedy nel 1960, e la prima candidata italo-americana - ma soltanto come vicepresidente - fu Geraldine Ferraro, travolta assieme a Walter Mondale nel 1984 dal ciclone Ronald Reagan. Giuliani gode di una vasta notorietà in quanto ex sindaco di New York ai tempi degli attacchi terroristici alle Torri gemelle, con un passato di “sindaco sceriffo” e di procuratore distrettuale noto per la sua durezza nella battaglia contro il crimine. Il che piace sicuramente all’elettorato repubblicano, compreso il suo carattere irascibile, eccetto che Giuliani è anche noto per le sue posizioni a favore dell’aborto e delle unioni di fatto e per il controllo delle armi da fuoco - il che piace molto meno. Stesso handicap per le sue posizioni tolleranti sui temi sociali (almeno in passato) lo ha anche Mitt Romney, miliardario ex governatore repubblicano del “liberal” Massachusetts, che per di più è un mormone, cioè appartiene a una setta considerata al limite della cristianità dai buoni elettori protestanti, anche perché imputata di praticare la poligamia. Il candidato con maggiori credenziali politiche sulla scena nazionale è il senatore repubblicano dell’Arizona John McCain. Ex combattente del Vietnam, eroe di guerra per i lunghi anni di prigionia passati nel Vietnam del Nord, McCain è stato spesso in polemica con George W. Bush (ad esempio sulla questione delle torture nei confronti dei prigionieri accusati di terrorismo), contro cui si è anche candidato in passato. E questo coi tempi che corrono è un vantaggio. È stato anche un convinto sostenitore di una riforma per limitare l’influenza dei ricchi finanziatori nelle campagne elettorali. Ma ha uno svantaggio: in un momento in cui anche una parte consistente dei repubblicani è contro la guerra in Iraq, lui da buon soldato dice che bisogna continuare fino alla vittoria, e che invece di ritirare le truppe bisogna aumentarle. L’ultimo della lista e nuova entry nella campagna elettorale è Fred Thompson. Come Ronald Reagan e Arnold Scharzenegger è un ex attore di un certo successo (ha interpretato per la televisione la parte di un rude procuratore distrettuale). È anche un convinto conservatore sui temi sociali, molto ben visto dai neoconservatori fin dai tempi dello scandalo Watergate in cui difese Richard Nixon. Ha però un piccolo difetto, che si chiama Jeri: la sua seconda moglie (dopo varie altre relazioni), quella che i sociologi chiamano una “trophy wife”, una moglie trofeo, più giovane di lui di 25 anni (che di anni ne ha 65). Bionda, vistosa, non corrisponde proprio all’ideale di first lady dell’elettorato religioso repubblicano.
Eh già, perché un’altra caratteristica di questa campagna elettorale è che sembra che i ruoli tradizionali si siano rovesciati. I democratici nell’immaginario popolare vengono considerati edonisti con un atteggiamento molto autoindulgente in materia sessuale, mentre i repubblicani sarebbero gli strenui difensori dei valori della famiglia. Oggi invece i candidati democratici sono tutti sposati senza divorzi alle spalle, all’apparenza fedeli e contenti dei loro ménages pluridecennali: proiettano un’immagine rassicurante di solidi legami familiari con le compagne o i compagni di una vita. Non così i candidati repubblicani. Di Fred Thompson si è detto. Quanto a Rudolph Giuliani, è alla terza moglie, un’infermiera anche lei al terzo matrimonio. Fece scandalo quando la seconda lo cacciò da Grace Mansion (la sede del sindaco di New York) e lui dovette andare a vivere in un pied-à-terre. Se a tutto ciò si aggiungono gli scandali sessuali che negli ultimi anni hanno funestato vari esponenti repubblicani non c’è da stupirsi che i loro elettori siano sconcertati e pieni di dubbi su chi effettivamente difenda i “valori” conservatori, non solo a parole ma nei fatti.
Arriviamo così all’ultima novità delle elezioni che si terranno tra un anno: lo smottamento del voto conservatore e religioso che non si fida più dei propri candidati e del proprio partito. Al punto che a fine settembre i più autorevoli rappresentanti del mondo evangelico, guidati da James Dobson della potente associazione Focus on the Family, hanno minacciato che se il candidato repubblicano che uscirà dalle primarie sarà (come sembra) Rudolph Giuliani, presenteranno alle elezioni un loro candidato. Anche a costo di spaccare l’unità politica della destra religiosa costruita nel corso di un decennio, che aveva portato più volte alla vittoria George W. Bush e il Partito repubblicano, e che veniva considerata un dato acquisito della scena politica americana. E allora per i repubblicani non sarebbe solo una sconfitta, ma una débacle totale. Anche se la prudenza è d’obbligo. Come ha scritto il politologo Eugene J. Dionne: «I democratici sono famosi per sapere trasformare una vittoria quasi certa in una cocente sconfitta». 2 novembre 2007 |