Una famiglia su due spende per il proprio appartamento più di un quarto del proprio reddito. L’emergenza colpisce specialmente chi sta in affitto, precari, giovani coppie, anziani. Viaggio nella nuova povertà, tra occupazioni, liste d’attesa infinite, sfratti appesi a un voto del Parlamento di Emanuele Cascapera
La signora dice di chiamarsi Lina, avrà sessant’anni. Esce dagli uffici dell’Ater di Piazza Sempione, a Roma, con dei fogli protocollati in mano e un sorriso che le illumina il viso da parte a parte. «I capelli sono diventati bianchi per la rabbia e l’attesa. Sedici anni ho dovuto aspettare, sedici anni». Ora Lina ha il suo contratto di locazione. Può ritenersi fortunata: solo a Roma sono 30mila le famiglie che aspettano un giorno come questo, 600 mila in tutta Italia, secondo Federcasa. Non è un giorno di festa invece per i ragazzi che hanno occupato uno stabile di quattro piani al 121 di viale Aventino. Sono tutti giovani. Niente famiglie o anziani. Un’occupazione anomala che ha popolato questa palazzina signorile di materassi e amache fissate nel giardinetto. Le quattro righe sui giornali che ne hanno parlato l’hanno descritta come “l’occupazione dei single”. «Ma quali single – dice Alberto, uno degli occupanti – magari potessimo farcela una famiglia». Sono studenti, lavoratori saltuari, qualche immigrato. «Ma se scrivi precari fai prima», dice ancora Alberto, che studia economia. La palazzina era disabitata da 18 anni. Ora loro vorrebbero realizzare degli spazi abitativi e laboratori culturali. Altro che “bamboccioni”: «Abbiamo deciso di occupare all’improvviso e l’abbiamo fatto in centro, dove ci sono solo aziende e ministeri. Per i giovani avere un tetto è impossibile». In mezzo a queste due storie c’è la questione casa: la realtà del un ceto medio impoverito da quel trita-reddito dell’affitto. Lo scorso 14 ottobre è scaduta la proroga fissata dalla legge 9 che congelava gli sfratti nei comuni sopra i 10mila abitanti. Cifre da capogiro secondo le Prefetture: 1.120 sfratti a Roma, 239 a Milano, 789 a Napoli e 178 a Firenze. Dati tra l’altro al ribasso, perché provenienti da solo 88 prefetture su 103.
Al numero 34 di via Stevenson, a Roma, c’è un comprensorio di ex case popolari tirate su ai tempi di Mussolini e acquistate in blocco da un privato. E’ una struttura enorme in cui abitano centinaia di persone che, negli anni, hanno assistito alla vendita degli appartamenti piano per piano, scala per scala. Anche la casa della signora Pina, al quarto piano della scala M, è stata venduta. E nel 2002 è arrivato l’avviso di sfratto: finita locazione. Da anni ormai che la signora Pina vive con una delle sue figlie in questa casa coi muri divorati dall’umidità, in attesa dell’ufficiale giudiziario. Ma lo scorso 23 ottobre l’ufficiale è entrato per l’ultima volta nell’appartamento: la prossima lo sgombero non sarà più rinviabile. Insieme alla signora ci sono anche alcuni esponenti di Action e gli occupanti di altre strutture della Capitale, come il Regina Elena o via Catania. C’è un brutto clima: Pina ha 84 anni e si muove a fatica, i figli non possono aiutarla a trovare una sistemazione alternativa. La tensione sale subito in un misto di rabbia e disperazione. L’ufficiale e il legale dei proprietari dà altri 15 giorni a Pina. Saranno gli ultimi. Il 15 novembre prossimo dovrà lasciare l’appartamento. Manuela di Action prova a trattare: chiede più tempo per trovare un altro tetto per l’anziana signora. Quindici giorni, e poi chissà. La speranza è appesa al disegno di legge che dovrebbe garantire una ulteriore proroga degli sfratti fino al 2008. La soluzione è uscita fuori dal Consiglio dei ministri del 23 ottobre. Ma la proposta sembra non soddisfare nessuno: un disegno di legge al posto di un decreto immediatamente esecutivo. Per la proroga, quindi, servirà il passaggio parlamentare. Fino a quel giorno la signora Pina rimarrà con il fiato sospeso, ma almeno lei una chance ce l’ha. Perché il disegno di legge comprende i casi come il suo - quelli per finita locazione - ma non quelli per morosità. «La montagna ha partorito un topolino», dice Angelo Fascetti dell’Asia RdB. «In questo modo rimarranno fuori gli sfratti per morosità che sono più del 70 per cento». D’altronde gli sfratti oggi hanno quasi un’unica, drammatica giustificazione: la morosità. Gli affitti, insomma, stanno inchiodando le famiglie all’impossibilità di garantire il proprio diritto alla casa. Se negli ultimi vent’anni – si legge nel recente rapporto Nomisma – le disponibilità economiche delle famiglie sono cresciute del 20 percento, i canoni di locazione sono aumentati del 66 percento. Insomma la classe media è con l’acqua alla gola. Le differenze più marcate sono tra chi ha già una casa di proprietà e chi no. Una lotta di classe tra quattro mura.
Bisogna fare un viaggio tra una giungla di numeri per capire cos’è successo negli ultimi anni. Secondo un’indagine condotta da Sunia, Sicet e Uniat Uil a settembre di quest’anno ci voglio 800 euro al mese per mantenere la propria abitazione. Questo vuol dire che il 45 percento delle famiglie investe sull’affitto più di un quarto del proprio reddito. Se si considera che il tetto del “disagio economico” è fissato al 30 per cento del peso della casa sul reddito, sappiamo che in Italia il 23 percento delle famiglie vive una condizione di difficoltà. Nelle grandi città l’incidenza dei canoni sul reddito è ancora più alto. Qualche esempio: a Roma, per 80 mq di casa, un reddito di 30mila euro verrebbe intaccato per il 37 per cento dall’affitto, il 35 per cento a Bologna. E se un altro quinto dello stipendio se ne va per mangiare, farsi due conti è facile. «Classe media sotto sfratto? Sì, di gente che non ce la fa a pagare l’affitto ce n’è tanta», dice Vincenzo Simoni, presidente dell’Unione Inquilini. «Sembra di essere tornati all’800: sono in crisi le basi della società, e una di queste è la casa. Tra chi paga l’Ici e chi paga l’affitto la differenza è abissale. E sono in molti ad essere colpiti. Pensiamo all’impossibilità delle coppie di prendere casa o alle persone separate e costrette a vivere insieme perché la casa è quella. Lo scriva: siamo nella cacca».
Non si fa fatica a crederlo. Oggi l’affitto è la spada di Damocle che non ti fa dormire la notte. Maria Teresa Conti dirige la casa di accoglienza della Caritas di via Casilina Vecchia, a Roma. Un centro moderno che ospita 80 senzatetto. Ma non solo. «Negli ultimi cinque anni chi si affaccia al nostro circuito di assistenza ha assunto diversi profili. Osserviamo la crescita dei cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro. Se una famiglia senza disagi cronici è in difficoltà – dice Conti – prima passa dalla rete familiare, poi dalle parrocchie di zona. E alla fine arriva da noi». La dirigente del centro spiega che non è raro vedere persone “normali” arrivare alla mensa a mangiare o chiedere aiuto per le bollette o per comparare la pasta. «Giorni fa mi ha chiamato una signora dicendo che si era fatta staccare tutte le utenze tranne il telefono perché, altrimenti, non ce la faceva a pagare l’affitto. Sta facendo di tutto per difendere la propria casa». C’è poca retorica in chi difende con le unghie le proprie case. Con l’introduzione delle due tipologie di contratti convenzionati o liberalizzati (legge 431 del ’98) i prezzi degli affitti sono diventati esorbitanti. Oggi i nodi vengono al pettine: la classe media è finita sotto sfratto. Non ha dubbi Fabrizio Nizi di Action, che ha seguito da vicino la requisizione di decine di appartamenti da parte di alcuni presidenti di municipio della Capitale. Una misura “estrema” scattata il giorno dello sblocco degli sfratti. «Le ordinanze emesse dai municipi di Roma non riguardavano solo sfratti per morosità, ma soprattutto l’ex ceto medio, ovvero gente che ha sempre pagato regolarmente l’affitto finché non gli hanno chiesto il rinnovo, con aumenti vertiginosi». Nella sola via Marchisio sempre a Roma - ci spiega Nizi - su 105 appartamenti solo in 7 hanno avuto la possibilità economica di rinnovare, a causa di aumenti, anche del 300 percento del prezzo. Insomma, tra piatti di pasta alle mense della Caritas, giovani che occupano case abbandonate per non finire su un posto letto da 500 euro al mese e signore che preparano il risotto al marito per festeggiare la fine di 16 anni d’attesa per una casa popolare, il quadro è quello che è. Per gli italiani la casa è sempre stato un sogno, un pilastro di sicurezza (il 63 percento la vede così). E se la classe operaia non va più in paradiso, quella media finisce senza tetto. 26 ottobre 2007 |