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I precari dell’ente delle nuove tecnologie sono i nuovi invisibili. Neanche la Cisl ne vuole parlare. I ricercatori scendono in piazza per protestare contro il precariato e la dismissione dell’Ente.
«Avrebbe delle potenzialità enormi, straordinarie, ma è gestita da una classe dirigente passiva, gerarchica, incapace di gestire le cose». Sembra l’Italia ed invece è l’Enea, l’ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente. «Le carriere si fanno solo in teoria per merito, in effetti vige la più assoluta discrezionalità, secondo un vero e proprio mercato dei passaggi di livello che non tiene in nessun conto delle competenza e della dignità delle persone». Ancora una volta non è l’Italia, è l’Enea, questo microcosmo del precariato, della lottizzazione, dei favoritismi che rappresenta una riproduzione in scala del Belpaese, ormai in procinto di farsi superare, quanto a ricerca scientifica e innovazione, anche dall’Indonesia. «Altro che Cina e India, ci farà neri l’Indonesia, ci manca poco». A parlare è Fiorella Carnevali, ricercatrice veterinaria, membro dell’Anpri, l’associazione professionale che tutela e valorizza i ricercatori, e dell’Usi Rdb, il sindacato di base dei lavoratori della ricerca. Ma soprattutto è una scienziata che occupandosi di pecore e capre ha brevettato un estratto naturale che abbatte i pesticidi e garantisce una filiera tessile biologica. Vuol dire che se un giorno i pullover non faranno più venire le bolle al collo, sarà perché grazie a questa signora la lana non sarà stata trattata con pesticidi e altri antiparassitari chimici. Benvenuti all’Enea, secondo centro di ricerca italiano dopo il Cnr, dove il centralino dall’una e dieci all’una e mezza di martedì scorso non ha mai risposto.«Forse stavano in pausa pranzo - suggerisce una signorina dell’ufficio stampa, dove non rispondono neanche al telefono del centro di ricerche Casaccia, vicino al lago di Bracciano, dove lo Stato mette i soldi solo per pagare gli stipendi e la ricerca, se proprio questi scienziati s’intestardiscono a volerla fare, se la devono guadagnare andando personalmente a bussare a quattrini all’Unione europea, non dai privati che sanno benissimo come vanno le cose lì dentro: i precari per esempio, 500 su circa 3mila dipendenti, se finisce il contratto devono uscire dai laboratori e mollare la ricerca a metà. Chi glielo dice all’elettrone che deve smettere di girare attorno all’atomo perché al giovane fisico nucleare di 34 anni, sposato, separato e con un figlio è scaduto il contratto? E che i privati in queste storie i soldi non li buttano.
Ma non dovrebbero essere i dirigenti amministrativi a risolvere questi problemi? A cercare i soldi e armonizzare i contratti con le esigenze di quello che persino in una fabbrica d’inscatolamento del pomodoro si chiama core business? «Qui sta il problema - spiega la Carnevali - in Enea vige un patto fra dirigenza e sindacati confederali che impedisce qualunque soluzione, persino quella del contratto, ormai scaduto. Noi siamo gli unici in Italia a non avere ottenuto l’allineamento al comparto di contrattazione degli enti di ricerca. Però i confederali non vogliono l’ingresso dell’Enea nel comparto che gli spetta. Il punto è che qui dentro la classe dirigente, formata in buona parte di diplomati, gode di contratti privilegiatissimi, si arriva a 80mila euro d’imponibile l’anno, mentre i ricercatori, che sono dei laureati, guadagnano 22mila euro l’anno . In cambio dello statu quo, i diplomati sindacalizzati pretendono di avere un livello superiore al nono, quello d’ingresso dei ricercatori. Questo posto è uno specchio del paese». Lo specchio quindi riflette una situazione di favoritismi e connivenze, in cui i fondi per la ricerca vengono opportunamente pilotati per vie clientelari e politiche e passano per concorsi predeterminati ad hoc. I dirigenti non fanno il loro mestiere, non cercano i soldi, non difendono l’Enea in Europa e non fanno azione di lobbying, non mettono ordine nei profili professionali (che non corrispondono alle competenze), non organizzano un sistema di incentivi. La veterinaria affonda il bisturi: «I fondi europei vengono cercati dai singoli ricercatori e i capi non hanno la minima idea di quello che succede nei laboratori». Quando finiscono gli sghèi, i precari vanno a casa. E adesso si sono un po’ stufati della situazione, così martedì scorso sono scesi sul marciapiede del Lungotevere Thaon di Revel, davanti all’ingresso della sede centrale, e hanno messo dentro un altoparlante Satisfaction dei Rolling Stones. Nessuno s’è interessato, salvo i sette carabinieri mandati lì, un po’ pro forma.
I sindacati naturalmente si difendono dalle accuse. Dicendo che la confederazione si sta battendo in favore dei precari, che sta pensando al contratto, che fa, che si riunisce, che dice. «Ora stiamo chiedendo alla dirigenza un contratto ponte - afferma Antonimo Agati -. Certo, purtroppo neanche questo rientrerà nel comparto ricerca. Di tutto questo però bisognerebbe parlare con il vicepresidente della Cisl-Enea». Ma Moschetti pare non avere gran voglia di chiacchierare. «Ora non posso parlare dei precari, sono in riunione». I precari hanno trenta, trentacinque, quarant’anni, una generazione sfibrata dal gigantesco yoyo dei contratti co.co.co, a progetto, assegni di ricerca, borse di studio. Maria Lelli porta lo stesso cognome del direttore generale dell’Enea, Giovanni Lelli, ma è abbastanza candida per affrettarsi a dire che non è una parente. Specialità in fisica, cinque anni di precariato, ragazza madre di una bambina. Claudio Russo, di Teramo, sequela di contratti dal 2000, lavora sulle tecnologie di filtrazione a membrana per il trattamento di reflui industriali, insomma, cerca di rendere meno sporchi l’Italia, il mondo, l’universo. Mariano Garbanese, 41 anni, spezzino, un figlio, ricercatore in fisica all’Enea di Frascati, è uno dei cinquanta in Europa che studiano una particolare applicazione dei laser, precario da undici anni. Ma sono in pochi sul marciapiede, ci sono più ricercatori con contratto fisso, che si dispiacciono d’essere fra quelli che innalzano la media d’età nella baracca a 48 anni, una statistica che fa sghignazzare l’Europa. «I precari sono venuti in pochi perché giustamente hanno paura di essere sbattuti fuori se protestano», spiegano i regolari. Sono ricattati, insomma, o comunque la loro condizione li costringe alla sudditanza psicologica.
Il futuro? Bah, nessuno vuole pensarci. Per ora, dopo l’uscita di Carlo Rubbia che se n’è andato sbattendo la porta in faccia alla nomenklatura di Lungotevere Thaon di Revel, l’ente da luglio dell’anno scorso è commissariato. Il governo ci ha messo un economista, Luigi Paganetto, docente di economia internazionale all’università romana di Tor vergata che, dice la Carnevali, «qualcosina sta tentando di fare, sta cercando di capire come mettere un po’ d’ordine». Però sembra il classico vaso di coccio fra quelli di ferro, un gentile signore che dice cose così e come tutti i vasi di coccio, si barcamena per non farsi rompere in mille pezzi. «L’esigenza di orientare le politiche energetiche nazionali verso un modello basato su un crescente ricorso alle fonti rinnovabili di energia, richiede interventi per lo sviluppo e l’
introduzione nel mercato di nuove tecnologie. Per fare questo occorrono politiche di incentivazione in grado di stimolare insieme ricerca, innovazione e sviluppo della domanda. Solo così si potrà determinare un circolo virtuoso tra tecnologie, innovazione e sviluppo industriale». Cose che i vasi di coccio dicono quando non vogliono finire in briciole, tritati dall’Enea, come è successo ai suoi predecessori, Tedeschi, Strada, Barba, e anche al fortissimo premio Nobel Rubbia. |