L’inarrestabile marcia del sindaco di Roma. Con la complicità della grande stampa. Che trasuda simpatia e ammirazione per “l’uomo nuovo”, dimenticando i suoi silenzi su temi come la laicità e le politiche sul lavoro di Beppe Lopez
Se si escludono le punzecchiature di Liberazione e gli attacchi del Giornale, la maggior parte dei giornali trasudano, anche involontariamente, simpatia quando non esplicita ammirazione per Walter Veltroni. La sua marcia irresistibile verso l’elezione a leader del Partito democratico è stata accortamente predisposta ed è accompagnata da numerosi servizi e iniziative, da parte dei più importanti giornali nazionali: l’esaltazione del suo buongoverno a Roma, il suo primo romanzo, le illustri critiche letterarie (tutte positive e in alcuni casi addirittura sperticate), le copertine dei magazine, il nuovo saggio politico, il film dal primo romanzo, le interviste, le lezioni di politica, le convention... Il candidato alla guida del Pd e alla guida del governo prossimo venturo non ne ha sbagliata una. E se lo ha fatto, nessuno è stato lì a infierire. Semmai, si è preferito glissare. Insomma, Veltroni ha quella che si dice una buona stampa. Un patrimonio di immagine e di rapporti che riuscirà a trasferire e poi a conservare nella sua nuova, imminente carica di leader del più importante partito del nuovo secolo? Si vedrà.
Di certo, a fronte della crisi di consensi e di credibilità in cui sembrano precipitati il governo Prodi e, con esso, l’intero gruppo dirigente di centrosinistra, Veltroni è riuscito ad apparire come un “uomo nuovo”. A fronte delle gaffe attribuite o effettivamente commesse da Prodi, da Padoa Schioppa o da Mastella, il sindaco di Roma si impone, indubbiamente, con ben altre capacità di comunicazione. Comunque, per grandi capacità di relazione con il mondo della comunicazione. Oltre che sugli organi ufficiali dei Ds (l’Unità) e della Margherita (Europa), il Partito democratico veltroniano dovrebbe poter contare a occhi chiusi su Repubblica. Se non diventerà col tempo (per i poteri forti) inaffidabile e stizzoso come Prodi, la veltronizzazione del centrosinistra e del governo continuerà a essere attentamente sostenuta dal Corriere della Sera di Paolo Mieli. È prevedibile che anche Il Sole 24 Ore, organo della Confindustria presieduta da un veltroniano naturale come Montezemolo e diretto da un apprezzato liberal come De Bortoli, sarà uno stimolante interlocutore per il Pd. E non si capisce perché La Stampa della “socialdemocratica” Fiat di Marchionne (e di Montezemolo) non debba essere della partita. Mettiamoci pure un po’ di Messaggero. Non dimentichiamo i dieci quotidiani locali del gruppo Espresso, le edizioni locali della Repubblica e del Corrierone e i tre milioni di copie dei quotidiani gratuiti (Leggo-Messaggero, City-Rcs, 24 Minuti-Il Sole, E-polis), senza sottovalutare il potenziale apporto di decine di testate minori centro-moderate o sinistra-moderate. Insomma, il Partito democratico di Veltroni potrà iniziare senz’altro il suo cammino avendo dalla sua - o comunque non contro - la gran parte della tiratura complessiva dei quotidiani italiani.
È almeno da un anno che il padrone della testata scalfariana, Carlo De Benedetti, chiede ai moderati del centrosinistra di fare questo benedetto partito “a vocazione maggioritaria”, proponendosi come tessera n.1. Ed è stato, di fatto, proprio il giornale diretto da Ezio Mauro a convincere Veltroni che non era proprio il caso di starsene acquattato sul Campidoglio, in attesa di emigrare in Africa. Oggettivamente in concorso, si deve dire, con le paginate riservate dal Corriere alla inadeguatezza e allo stato confusionale del governo Prodi. Bruciati D’Alema e Fassino con la storia delle intercettazioni, del resto, chi altri poteva scendere in campo per salvare il centrosinistra dalla «deriva radicale» di Prodi, dai suoi «insanabili contrasti interni» e dalla pressoché certa sconfitta elettorale contro il sempreverde Berlusconi? Fassino inutilmente si è agitato, scrivendo prima a Mauro e poi a Mieli, per denunciarne le indebite interferenze. I giornali - ha sostenuto il segretario degli autosuicidatisi Ds - ormai «promuovono campagne, sostengono tesi politiche, influiscono sulle scelte di partiti e governo, condizionano la formazione della leadership». L’informazione «è parte integrante del sistema politico e partecipa direttamente a tutte le dinamiche che lo investono». Spesso «travalica abbondantemente il diritto di cronaca e il dovere di informazione, assecondando invece e talora sollecitando una pulsione distruttiva largamente diffusa nell’opinione pubblica, quasi un desiderio vendicativo di travolgere la politica, liquidare una classe dirigente, demolire la credibilità politica e morale delle persone». Insomma, per Fassino, «i giornali sono un competitore nel sistema politico. Non so sino a che punto ciò sia veramente compatibile con la missione di una stampa libera e indipendente». È stata la prima volta che un segretario di partito, di sinistra, osava attaccare così apertamente l’ammiraglia e la contrammiraglia dell’informazione.
Ma, compatibile o no, questa era ed è la realtà della stampa italiana. E lo stesso Fassino deve prenderne amaramente atto, finendo proprio lui disoccupato, pur avendo dedicato alla costruzione del Pd interamente la propria attività negli ultimi anni, mentre gli altri facevano i ministri o i vicepremier o se ne stavano, fuori dalla rissa e dalle intercettazioni, ad amministrare la città di Roma. Disoccupato e sbeffeggiato. «Fassino e D’Alema si sono convinti ad appoggiare Veltroni», spiegava papale papale all’universo mondo, in agosto, proprio sul Corrierone, Giampaolo Pansa, firma di punta del gruppo Espresso, «dopo aver visto che i due principali quotidiani, Corriere e Repubblica, avevano già scelto lui». Si poteva essere più spudoratamente chiari e arroganti di così? Tutto in discesa, dunque, per Veltroni? Per ora sì. I più grandi giornali italiani - e, in ricaduta, tutti gli altri - parlano quotidianamente di “primarie”, mentre è in atto solo una procedura congressuale per la nomina di un leader e di un gruppo dirigente di partito. Ma, si sa, Veltroni ama le americanate e vuole prendere il posto di Prodi, e allora si chiami pure “primarie” questo anomalo congresso del Pd (peraltro oligarchicamente predeterminato), che non deve formalmente eleggere alcun candidato a una carica istituzionale. Se non nelle legittime ma informali intenzioni di Veltroni, De Benedetti, Montezemolo, Mieli, Mauro e, probabilmente, della grande maggioranza degli italiani moderatamente antiberlusconiani o aberlusconiani.
I più grandi giornali non rilevano l’evasività o il silenzio di Veltroni sulle più grandi questioni politiche sul tappeto (la laicità, la bioetica, il conflitto di interessi, la riforma del sistema televisivo, le alleanze di governo, le politiche per il lavoro, la politica estera, ecc.). Non gli fanno la pelle, alla Mastella, per il film dal suo romanzo prodotto con i contributi del ministero e di Rai Cinema. Descrivono asetticamente se non come gran furbata il suo invito a Veronica Lario a far parte del Pd, non si capisce se come moglie di Berlusconi, come ex
attricetta, come analista sociopolitica o come madre di tre bamboccioni. Insomma, la stampa è con Veltroni. E come se non bastasse la stampa libera e indipendente, diciamo così, Ds e Margherita portano in dote al Pd la bellezza di due quotidiani “di partito”: la storica Unità, forte di 60.000 copie di vendita e di 6,5 milioni di euro in contributi diretti dello Stato, e la più recente Europa, che vanta un’incerta vendita di 5.000 copie e un più certo contributo statale di 3 milioni di euro. C’è da dire che, già oggi, queste due testate continuano a godere di questo privilegio economico pur non potendo più fregiarsi del titolo di organo di un partito con gruppo parlamentare (essendo i Ds e la Margherita scomparsi dalla geografia parlamentare, per far posto all’unitaria formazione dell’Ulivo). In aggiunta, l’Unità, in particolare, è proprietà non di un partito ma di una società privata. Cosa succederà con la nascita del Pd? Di quale delle due testate dovrà fare a meno, consentendo al dipartimento dell’Editoria di Palazzo Chigi di finanziare - come vuole la legge - solo un giornale per partito? Ad oggi, non è ancora chiaro. Si sa solo che coloro che si apprestano a dirigere il Pd non vorrebbero perdere il diritto a incamerare sia i 6,5 milioni di euro dell’Unità, sia i 3 di Europa. Si era pensato, per un momento, di fare dell’una l’organo del gruppo Pd alla Camera e dell’altra l’organo del gruppo Pd al Senato. Ma la soluzione era apparsa subito insostenibile, specie in tempi di assalto alla “casta” e di critica di massa ai “costi della politica”. L’orientamento ultimo degli esperti di partito (e del governo) sembrerebbe quello di sancire il principio: un partito, un contributo. Con l’aggiunta di una clausola: che conservano il diritto al contributo tutte le testate che lo avevano precedentemente acquisito come organi di partito e che si trasformino in cooperativa. Così l’Unità potrebbe diventare organo del Pd ed Europa libera cooperativa di area. Oppure - visto che difficilmente gli ex popolari accetterebbero di farsi rappresentare dal quotidiano fondato da Antonio Gramsci, la cui direzione peraltro non è ritenuta molto organica nemmeno dai dirigenti Ds - ambedue potrebbero trasformarsi in libere cooperative di area. E come organo ufficiale del Pd, percettore naturalmente di un terzo contributo statale, potrebbe addirittura nascere una nuova testata. A quel punto, organicamente e affidabilmente veltroniana. 12 ottobre 2007 |