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Dopo lo scandalo dei depuratori in Calabria, il Laziogate, il caso Saya, viaggio tra gli “spioni” del paese.
Cinquecentomilioni di euro fra il 2000 e il 2005, mille miliardi di lire. È la cifra che i sostituti procuratori di Catanzaro Luigi De Magistris e Isabella De Angelis ipotizzano possa essere stata occultata attraverso la presunta gestione illecita dei soldi che arrivavano dall’Ue per porre fine all’emergenza ambientale in Calabria. L’inchiesta Poseidone (vedi Left della scorsa settimana) - dopo il disastro dell’estate 2005, col mare sempre più sporco e le segnalazioni della Corte dei Conti - sta battendo ogni pista per giungere alla verità. Ora pare essere arrivata a un passaggio decisivo. Conti correnti esteri in Francia, Lussemburgo e Svizzera sono stati individuati e stanno per essere passati al setaccio. Nel frattempo alle dodici persone inizialmente indagate, si sono aggiunti nuovi nominativi e nuove società. Le perquisizioni hanno riguardato: la Global media srl e la Sdi, entrambe a Roma. E inoltre: Antonio Boiardi, Franco Pelizon, Salvatore Di Gangi, Nicolino Volpe, Giorgio Gaetano Maino, Massimo Giannino, Letizia Proietti, Domenico Scarfò, Giovanni Scafò e Stefano Luigi Torda. Pelizon e Di Gangi sono i soci della Data general security, colosso nazionale nel campo delle bonifiche ambientali e telefoniche, società a causa della quale è finito nei guai l’onorevole Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc. Cesa, oggi indagato assieme a Giovanbattista Papello, uomo di An politicamente molto vicino a Gasparri, e a Fabio Schettini, ex collaboratore di Franco Frattini (Forza Italia), aveva una partecipazione nella Spb optikal disk. La loro azienda avrebbe dovuto produrre cd e dvd, e creare una quarantina di posti di lavoro a Mangone, vicino a Cosenza. Per questo aveva ricevuto 5 miliardi di lire dalla Comunità europea. Ma quella ditta non decollò mai.
Quel che è certo, invece, è che Cesa, Schettini e Papello hanno ceduto le loro quote a Salvatore Di Gangi, mentre dalla Data general security sono transitati 200mila euro verso i conti di Maria Assunta Lanzetta, convivente di Papello. Il perché un’azienda che ha la vocazione a trovare cimici e armamentario da spioni negli uffici di importanti clienti su scala nazionale - sia privati che pubblici - abbia voluto acquistare una ditta di cd e dvd, resta un punto interrogativo. Altrettanto misterioso il ritrovamento della trascrizione di intercettazioni telefoniche illegali a casa di Papello. Secondo i brogliacci sequestrati, qualcuno in passato ascoltava presunte telefonate fra il segretario dei Ds Fassino, il parlamentare di Rifondazione Folena e il presidente dell’Anas Pozzi. Chi? Al momento l’unica risposta possibile è: nessuna procura d’Italia. Una risposta inquietante, che apre anche in Calabria - così come a Milano, Roma, Genova e Napoli - la botola del sottobosco di polizie parallele, investigatori privati, funzionari dello Stato sospettati di infedeltà, le cui “imprese” stanno monopolizzando la cronaca nazionale di questo marzo 2006 preelettorale. Il pm De Magistris nei giorni scorsi è volato a Milano, per confrontarsi col collega Stefano Civardi, le cui indagini hanno dato il via allo scandalo Laziogate. Secondo le ipotesi dell’accusa, la campagna delle regionali 2005 nel Lazio avrebbe visto operare nell’ombra una squadra di intrallazzatori, impegnati a favorire Francesco Storace. Attraverso nomignoli mutuati da Walt Disney - Qui, Quo e Qua - Pierpaolo Pasqua della Security service investigation (Ssi), il suo tecnico intercettatore Gaspare Gallo e gli uomini che riuscirono a convertire alla loro causa, avrebbero fatto (o tentato di fare) quasi tutto, pur di azzoppare la corsa elettorale di Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini. Pedinamenti e controllo dei tabulati telefonici, blitz nella sede di Alternativa sociale, collegamenti alle banche dati delle forze dell’ordine, microfoni direzionali puntati sulla vita privata dei due candidati, hacker per penetrare nel sistema informatico della Regione.
Il ministro della Sanità, dopo i sedici arresti eseguiti, si è dimesso: protesta la sua innocenza, afferma di essere all’oscuro di quanto accadde. I pm Civardi, Letizia Mannella e Fabio Napoleoni avevano già chiesto nell’ottobre del 2005 i 16 arresti eseguiti la settimana scorsa, ma all’epoca furono bloccati da un improvviso cambio di giudice. Secondo il gip Paola Belsito, gli 11 investigatori privati finiti in manette a Milano avrebbero pagato i tre inquirenti pubblici (due finanzieri e un poliziotto) e due dipendenti della Tim per accedere a informazioni e dati in modo del tutto illegale. Parallelamente anche Roma ha aperto un’inchiesta sulla medesima vicenda. I procuratori Achille Toro, Italo Ormanni e Stefano Ciardi vogliono ascoltare quei politici dell’entourage di Storace nominati dai vigilantes finiti in cella, per accertare se quella che è già passata come “la zozzata” fu un’iniziativa partita dal basso, o se ci furono mandanti politici a dirigere le operazioni delle spie di Marrazzo e della Mussolini. Catanzaro, Milano e Roma, dunque. Questa delle spiate inizia ad assomigliare a qualcosa di più di una coincidenza. Scorrendo la cronaca nazionale del medesimo periodo, come ha fatto notare Guido Ruotolo sulla Stampa, ci si imbatte in Genova, luglio 2005. La scoperta del Dipartimento studi strategici antiterrorismo (Dssa) porta agli arresti di Gaetano Saya e Riccardo Sindoca con l’accusa di «associazione a delinquere finalizzata all’usurpazione di funzioni pubbliche in materia di servizi di sicurezza». Il “grande orecchio”, come lo definisce Saya, avrebbe dovuto combattere il terrorismo islamico. In un solo anno di vita (tanto è durato) avrebbe potuto contare su trecento fra ex ufficiali dell’Arma in pensione e uomini delle forze dell’ordine.
Data l’abitudine a utilizzare nomignoli, quei Qui, Quo e Qua attribuiti alla Mussolini, a Marrazzo e a un terzo soggetto da tenere d’occhio, evoca Ranocchio, Cicogna e Mortadella: altrettanti nomignoli scelti per definire Lamberto Dini, Piero Fassino e Romano Prodi ai tempi del complotto Telekom Serbia. Due anni prima a Napoli finivano in manette un colonnello, due sottufficiali dei carabinieri e un imprenditore. Il suo nome è Renato D’Andria. Scrivevano il 18 luglio 2001 nella loro interrogazione presentata in Parlamento gli onorevoli Bonito, Cennamo, Carboni, Lumia e Violante: «Nei giorni scorsi Renato D’Andria, noto finanziere ed imprenditore napoletano, è stato arrestato; D’Andria è accusato dalla Procura della Repubblica di Napoli di essere a capo di una “intelligence privata”, di una organizzazione composta da alcuni carabinieri infedeli, da funzionari pubblici corrotti, da faccendieri; siffatta organizzazione è accusata di aver raccolto informazioni conservate in fascicoli, che erano utilizzate per ricattare ed estorcere denaro, inquinare indagini, costruire falsi dossier; D’Andria risulta altresì accusato di aver promosso collegamenti con “ambienti di eversione neofascista” e di aver utilizzato la sua organizzazione anche per realizzare “un’articolata
aggressione alle istituzioni per fini destabilizzanti e deviati”».
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