Dopo l’apertura di Deng degli anni Ottanta, e lo sfrenato sviluppo degli anni Novanta, oggi la sfida cinese si chiama “società socialista armoniosa”: il tentativo di ricomporre un equilibrio sociale e politico smarrito di Federico Masini
Dopo l’apertura degli anni ’80, terminata nell’89 con i tragici fatti di Tian’an men, dopo lo sfrenato sviluppo economico degli anni ’90, la Cina del nuovo millennio è un paese che tenta di ricreare un equilibrio economico, politico e soprattutto sociale, completamente smarrito.
Il 15 ottobre si aprirà a Pechino il XVII congresso del Partito comunista cinese e left ha deciso di dedicare la sua copertina non solo alla politica ma soprattutto alla vita dei cinesi nel loro paese. Si sente spesso parlare del colosso asiatico e dei suoi record, sempre così grandi in assoluto, ma così piccoli se rapportati alla sua sterminata popolazione. Molto poco però si legge sugli uomini e le donne che popolano questo paese grande quanto l’Europa, da Lampedusa a Helsinki, da Lisbona a Varsavia. La Cina è, oggi più che mai, il paese delle contraddizioni. Non è un caso che il primo scritto pubblico del presidente Mao, apparso nel 1926, fosse dedicato all’analisi delle contraddizioni in seno alle classi sociali del paese: borghesia e proletariato, cioè funzionari, proprietari terrieri, contadini ed operai. La storia della Cina moderna è la storia del tentativo di comporre queste contraddizioni. Il maoismo azzerò progressivamente, d’ufficio, le differenze fra le classi. Gli intellettuali furono mandati a sarchiare i campi e i contadini salirono in cattedra; era un’uguaglianza perseguita a livello materiale, ma anche intellettuale: nessuno doveva avere un pensiero che potesse prevaricare quello di altri impegnati in altri lavori. La società divenne egalitaria ma nessuno era più libero di alcuna espressione individuale: milioni di donne e di uomini pagarono con il sangue il tributo alla dea dell’uguaglianza.
Nel dicembre del 1978, Deng Xiaoping pose fine a quell’esperimento. La Cina iniziò a crescere economicamente aprendosi al mondo, tutto sembrava procedere nella direzione di una progressiva liberalizzazione della società, e quindi della politica, ma il 4 giugno ’89 il delfino di Deng, Zhao Ziyang, piangente, dovette confessare agli studenti di piazza Tian an men che si erano sbagliati: il paese non poteva permettersi la quinta modernizzazione: la democrazia. L’Occidente mostrò orrore per quella strage, ma la Cina riprese la sua strada verso l’economia di mercato in un contesto sociale marginalmente più libero, nonostante la “guida” opprimente del partito unico.
Lo spaventoso sviluppo economico degli ultimi anni ha prodotto la società più diseguale al mondo, forse seconda solo al Brasile. In un Paese che per trent’anni aveva sostanzialmente eliminato il valore dei soldi come merce di scambio, oggi ogni aspetto è governato dal denaro, inteso nel suo senso più proprio: accumulazione di banconote. Tutta la Cina, dalla sua banca centrale, che ha riserve in valuta come nessun altro, fino al contadino più povero, per tutti il possesso di soldi, più che di beni, appare come l’unica garanzia di successo, l’unico vaccino contro le aberrazioni fisiche e mentali dei decenni del maoismo. Oggi il centro delle grandi città è affollato di Porsche e Ferrari, mentre a pochi chilometri è ancora possibile vedere macilenti contadini trascinare l’aratro a spalla in aridi campi di sabbia. Milioni di contadini vivono ai margini dello sfrenato sviluppo economico, lottando per la sopravvivenza in condizioni che, secondo un recente rapporto, sembrano peggiori di quelle degli anni ’70, quando le riforme di Deng erano ancora da venire. Gli intellettuali nelle grandi università, corteggiati da mezzo mondo, guadagnano come i loro colleghi europei, ma vivono in un paese dove gli operai hanno salari mensili di poche decine di euro. I giornalisti non si muovono se non lautamente pagati da coloro che devono intervistare. I politici approvano faraonici progetti edilizi solo previa abbondante compensazione. La sanità pubblica e gratuita è stata completamente smantellata e non è raro vedersi prescrivere una Tac per un banale raffreddore. Non passa giorno senza che agricoltori o piccoli proprietari terrieri protestino contro gli espropri delle loro terre a vantaggio di speculatori immobiliari. Corruzione e malcostume dilagano in una società dove, per fortuna, si incontrano ancora fini pensatori e amici disinteressati. Per questi motivi il nuovo motto della politica cinese è “creare una società armonica”. Invece della classica “sintesi” marxista, il modello proposto è quello del tradizionale equilibrio confuciano. L’imminente congresso del partito dovrà però non solo fare i conti con i crescenti conflitti sociali, ma soprattutto arginare le tendenze di “sinistra”, cioè il tentativo di coloro che nelle file del partito vorrebbero tornare verso una strada più socialista. All’estero si crede troppo spesso che l’obiettivo dell’attuale dirigenza sia quello di soffocare le richieste di maggiore democrazia e libertà, mentre il problema principale oggi è evitare di tornare indietro, aumentando il controllo dello Stato a favore delle classi meno abbienti e dei diseredati.
Ancora una volta la Cina non mancherà di stupirci per la sua determinazione nel perseguire una strada autonoma per la soluzione del benessere materiale di un quarto dell’umanità. A garantire l’originalità delle soluzioni sarà anche la sua assoluta specificità culturale. Parliamo infatti di un Paese radicalmente ateo, privo del concetto di un male primordiale insito nell’uomo fin dalla sua nascita, come in tutto l'Occidente di tradizione giudaico-cristiana. Priva dei concetti di Bene e Male assoluto, la Cina è l’unica grande nazione al mondo dove non esiste una religione di Stato e dove le credenze religiose sono trattate alla stregua delle superstizioni feudali. 5 ottobre 2007 |