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Il Kosovo vicino all’indipendenza, sotto tutela dell’Unione Europea. Ma la Russia non ci sta
di Cecilia Tosi

Non c’è solo il Libano nel cuore del ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Otto anni fa, da presidente del Consiglio, aveva coronato una guerra che lui stesso aveva voluto con l’invio di una forza di pace in Kosovo. Da allora, il contributo italiano alla missione Nato di Pristina (Kfor) è stato sempre consistente, e anche quest’anno su un totale di 16.169 soldati, 2.219 sono italiani, in gran parte carabinieri. Un bel numero, se consideriamo che in Afghanistan ci sono 2.015 italiani. Per il  contingente balcanico il ministero della Difesa spenderà nel 2007 quasi 145 milioni di euro. Una cifra che negli ultimi anni è diminuita: nel 2005 superava i 200 milioni, lo scorso anno raggiungeva i 190. Il trend farebbe pensare a un buon andamento della missione, e quindi a una sua prossima conclusione. E invece no. La missione non si conclude, ma si trasforma.
Da quasi dieci anni le nostre truppe presidiano il territorio kosovaro, e impediscono che nuovi scoppi di violenza interrompano il cammino verso la stabilità. Ma senza un piano per il futuro è difficile che una regione-Stato, che l’Onu ha accolto sotto la sua ala protettiva, si stabilizzi. La missione delle Nazioni Unite (Unmik) ha acquisito in questi anni tutte le prerogative di un governo, compresi scandali e corruzione. Con una disoccupazione che oscilla tra il 70 e l’80 per cento, i kosovari albanesi non potevano che approfittare dell’assenza di un vero e proprio Stato di diritto per investire nei più svariati traffici illeciti. Non solo. Dal 1999 hanno fatto in modo che i pochi serbi rimasti in Kosovo diventassero ancora meno, “incoraggiandone” l’esodo verso Belgrado. E così, anche qui, si è affermata la politica del fatto compiuto: dopo anni di indecisione, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, il finlandese Ahtisaari, ha ratificato quello che ormai è un dato. Il Kosovo è degli albanesi. Che hanno diritto a reclamarne l’indipendenza («supervisionata dalla comunità internazionale») dalla Serbia.

L’esperienza di Ahtisaari nasce e termina con un problema semantico. L’inviato speciale ha condotto 14 mesi di “discussioni” tra i rappresentanti di Belgrado e di Pristina. Dovevano chiamarsi negoziati, ma i serbi non hanno voluto e il vocabolo è uscito da tutti i documenti. Poi è arrivata la relazione finale redatta dal finlandese, che parla di indipendenza, senza mai pronunciarla. Salvo poi esplicitarla nella lettera di accompagnamento alla proposta che ha ricevuto il segretario Onu Ban Ki Moon, dove si legge l’espressione supervising independence. Allora ci siamo, nonostante tutti i problemi linguistici. Sottovoce, ma ci siamo. I serbi non sono assolutamente d’accordo, ma dal 3 aprile il Consiglio di sicurezza ha tra le mani il rapporto, che legge e rilegge, e a porte chiuse deciderà se approvarlo. L’unico problema è la Russia, che sembra non avere alcuna intenzione di abbandonare Belgrado mentre perde l’ultimo pezzetto di Jugoslavia. Famiano Crucianelli, sottosegretario agli Esteri con delega all’Europa, ha appena incontrato l’ambasciatore russo e ha l’impressione che Mosca non mollerà la presa: «Si dichiarano irremovibili e sono intenzionati a non cedere. La posizione dei russi è determinata soprattutto dal timore che quello del Kosovo costituisca un precedente. Se Pristina conquista l’indipendenza, allora perché non dovrebbero ottenerla le regioni autonome dell’ex impero sovietico, come Inguscezia, Ossezia e Transnistria?». Questa la motivazione ufficiale. Ma ce n’è un’altra, come suggerisce Renzo Daviddi, vice capodelegazione dell’Unione Europea a Pristina: «Non credo che si tratti solo di paura dell’effetto domino. Se la Russia volesse negoziare sul numero di Stati che possono diventare indipendenti sarebbe solo un mercato delle vacche. C’è qualcosa di più in ballo. Putin sembra voler reagire alla politica aggressiva degli Stati Uniti, ai continui sconfinamenti americani in quella che lui considera ancora la sfera di influenza russa. Con la linea dura in Kosovo, Mosca può dimostrare che ha ancora il potere di incidere fuori dal proprio territorio. Anche se non so se il Cremlino voglia tirare troppo la corda, sapendo che la fine della missione Onu è ormai segnata». In effetti, al Palazzo di Vetro i giochi sembrano chiusi: l’Unmik è arrivata al capolinea e c’è bisogno di un passaggio di consegne. Pronta a raccogliere la patata bollente c’è già l’Unione Europea, disponibile a inviare in Kosovo la più importante missione di sicurezza della sua storia. Javier Solana, responsabile della politica estera della Ue, ha incontrato il 29 marzo i ministri degli Esteri degli Stati membri e ha chiarito l’impegno dell’Europa. Non appena il Consiglio di sicurezza approverà la proposta Athisaari, a Bruxelles scatterà la mobilitazione. Entro 120 giorni, durante i quali l’Unmik trasferirà gradualmente i suoi poteri alle autorità kosovare, uomini e mezzi della Ue dovranno essere operativi sul terreno, per garantire la sicurezza della popolazione e il regolare funzionamento delle nuove istituzioni. Christina Gallach, portavoce di Solana, è ottimista: «Forse la decisione non sarà immediata, ma il Consiglio dell’Onu riuscirà ad approvare il piano Athisaari. E noi ci attiveremo immediatamente, anche se, è ovvio, la missione necessiterà di un sostegno finanziario non indifferente. Ci saranno 200 milioni di stanziamenti comunitari, ma sono pochi e l’Unione non può fare di più, gravata dalle spese per Africa e Palestina. Solana ha già detto agli Stati membri che dovranno raccogliere una cifra tra 1,3 e 1,5 miliardi di euro, e i ministri degli Esteri hanno riconosciuto la necessità di investire il massimo in Kosovo. Non credo che ci saranno problemi a raccogliere i fondi». C’è da giurare che D’Alema non si tirerà indietro. Il sottosegretario Crucianelli conferma che «bisognerà spendere. È un investimento lungimirante».

L’Italia contribuirà in modo significativo, come fa adesso con Kfor. Ma a proposito di Kfor, che fine farà la Nato? Christina Gallach non ha dubbi: «Abbiamo bisogno di loro e devono assolutamente restare in questa fase delicata di passaggio dei poteri. Il capo della missione Ue dovrà coordinarsi con il comandante Nato, e tutte le decisioni andranno prese di comune accordo». L’Unione Europea si assumerà tutte le responsabilità in materia di difesa e sicurezza, ma forse sarà nell’interesse di Bruxelles non disfarsi del tutto della Nato. Anche se è troppo presto per dire che fine faranno i soldati italiani, senz’altro il Kosovo ha ancora bisogno di un aiuto militare. In questi giorni il clima a Pristina non sembra ancora troppo teso, ma la pazienza non può durare all’infinito. «Le manifestazioni del movimento indipendentista Vetevendosje! sono solitamente pacifiche», sostiene Daviddi, «ma un mese fa si sono scatenati scontri che hanno fatto due morti. Il leader del movimento, Albin Kurti, adesso è in galera e sta facendo lo sciopero della fame. La situazione è sotto il livello di guardia, ma non può trascinarsi troppo a lungo. Al massimo un anno. Tempo nel quale i serbi devono decidersi a trattare».

6 aprile 2007

 
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