Dopo anni di ipotesi, il dopo Fidel si avvicina. Raul, il fido fratello, potrebbe trasformarsi da leader ad interim a legittimo successore di Aldo Garzia
La lenta agonia di Fidel sembra inarrestabile. Eppure c’è ancora chi spera in un miracoloso recupero. Da L’Avana trapela solo che la salute del líder, a sei mesi dall’operazione a cui si è sottoposto per una verticolite acuta (o forse per un cancro), resta precaria. La diplomazia internazionale è in continuo fermento e cerca di prevedere cosa accadrà a Cuba quando non ci sarà più Fidel, anche se per il puzzle cubano - capace di resistere alle pressioni degli Stati Uniti, a un embargo economico che dura dal 1962 e al crollo del muro di Berlino - gli scenari scritti a tavolino rischiano di somigliare a sedute spiritiche. Tra le ipotesi in campo c’è anche quella di un Castro dalla salute malferma che non esce dalle scene ma rinuncia a ricoprire il ruolo di líder máximo che ha conservato fino a luglio del 2006. Anche in questo caso, dunque, sarebbe lecito interrogarsi sul dopo Fidel.
In attesa della svolta, riaffiora il ricordo di un’estate di sei anni fa, e precisamente del 23 giugno 2001, giorno della prova generale del dopo Fidel. Ore 17.31, l’agenzia Ansa batte un dispaccio proveniente da L’Avana: «Fidel Castro è stato colpito da malore ed è svenuto durante un discorso in diretta tv». La Reuters dà ulteriori dettagli: «Il leader cubano ha avuto quello che è sembrato un collasso, dopo che per due ore aveva arringato la folla nel quartiere avanero del Cotorro». I circuiti televisivi internazionali trasmettono le immagini del malore. Castro barcolla, invoca aiuto, perde conoscenza. A soccorrerlo sono gli uomini della scorta. Si odono grida di smarrimento. L’isola, dopo oltre quarant’anni dall’arrivo trionfante di Castro a L’Avana (gennaio 1959), fa i conti con la possibilità della morte improvvisa di Fidel. L’effetto è scioccante. Oltre il 70 per cento degli 11 milioni di cubani è nato dopo il 1959, il 50 per cento della popolazione ha meno di 30 anni: tutti hanno convissuto con l’immagine onnipresente del leader della rivoluzione. Le notizie sul malore rimbalzano da una sponda all’altra del Golfo della Florida. L’Avana rassicura sulle reali condizioni di salute di Castro. Miami ne prevede la morte imminente e lancia proclami: viene nominato un governo provvisorio, mentre si prepara un ponte aereo e un altro navale per far giungere nell’isola migliaia di anticastristi. Il governo degli Stati Uniti è in allerta, ma non sa cosa fare. Lo shock di quel 23 giugno suggerisce a L’Avana di dichiarare “segreto di Stato” le condizioni di salute di Fidel.
A differenza del 2001 e anche del luglio del 2006, quando si temeva che Fidel potesse morire nel corso dell’operazione, oggi Cuba ha già metabolizzato un primo cambiamento: da sei mesi il governo è retto dal fratello del líder má ximo Raúl. A L’Avana la vita scorre tranquilla, con i problemi economici di sempre e con una serena accettazione da parte della popolazione, che ha messo in conto la scomparsa di Fidel e confida nel pragmatismo di Raúl per avviare nuove riforme economiche che facciano convivere più mercato con il modello “cinese” del partito unico. El Nuevo Herald, il quotidiano di Miami che esprime gli umori della comunità anticastrista che vive in Florida, ha pubblicato di recente un reportage in cui si ammette con stupore che la prolungata assenza di Fidel dalla vita pubblica non ha provocato alcun trauma politico e sociale, come invece avevano previsto i gruppi dell’opposizione più radicale. L’ipotesi di una guerra civile sembra tramontata e i teorici della controrivoluzione hanno pochi adepti nell’isola.
La variabile che resta imprevedibile, oggi come nel 2001, è la reazione del milione e mezzo di cubani che vive negli Stati Uniti: la morte di Fidel farà prevalere i dialogueros o coloro che cercano lo scontro frontale? I primi - pur premendo per il mutamento politico - vogliono salvare l’indipendenza di Cuba dalle mire annessioniste degli Stati Uniti e riconoscono alcune conquiste sociali della rivoluzione (nel campo dell’istruzione, della sanità, della cultura), i secondi sono convinti che il muro contro muro provocherà la caduta del governo di Raúl Castro per mano di una sollevazione interna sostenuta dall’esterno. Per quanto riguarda i gruppi dell’opposizione presenti a Cuba, anche qui c’è una divisione tra quelli più oltranzisti e quelli di matrice cattolica o socialdemocratica. Sono in pochissimi a puntare su un’alleanza con gli anticastristi di Miami, anche perché il predominio di quest’ultimi cancellerebbe il ruolo politico di chi è restato nell’isola battendosi perché il governo aprisse al dialogo. Prova ne è la reazione dell’opposizione all’ultima commemorazione dello sbarco degli 82 guerriglieri guidati da Fidel sulle coste cubane. Durante i festeggiamenti per il cinquantenario, Raúl ha dichiarato: «Questa è l’occasione per tornare a offrire la nostra disponibilità a risolvere con un negoziato il prolungato braccio di ferro con Washington. Siamo disposti ad aspettare pazientemente il momento in cui al vertice degli Stati Uniti si prenderà atto della situazione e prevarrà il buon senso». Parole che hanno il sapore di una mano tesa e che hanno fatto il giro del mondo. A colpire è stata l’autorevolezza con cui il leader ad interim le ha pronunciate, facendo intuire che lui non è un semplice “facente funzioni” in attesa del ritorno di Fidel: è così saldo al comando da permettersi di affrontare il tema cruciale del rapporto con gli Stati Uniti. E gli esponenti dell’opposizione cubana hanno preso sul serio l’offerta di Raúl Castro. Il socialdemocratico Manuel Cuesta Morúa e il cattolico Oswaldo Payá (personaggio di riferimento del Vaticano, una sorta di Lech Walesa cubano) hanno battuto il tasto della “riconciliazione nazionale” e della normalizzazione delle relazioni tra Washington e L’Avana.
Più che a Pechino e al modello cinese, lo sguardo della leadership cubana che ha preso il posto di Fidel è rivolto a quanto di nuovo si muove in America Latina. I rapporti con il Venezuela e il suo presidente Hugo Chávez sono strettissimi fin da quando, nel 1998, si è avviata la “rivoluzione bolivariana”. Soprattutto per via del petrolio che Caracas vende a L’Avana a prezzi politici. Con poche eccezioni (Messico e Colombia), i risultati delle elezioni in America Latina registrano un generale spostamento a sinistra dei governi. È stato così in Brasile, Venezuela, Cile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Nicaragua e perfino in Ecuador. Il dato unificante del nuovo panorama politico latinoamericano è la perdita di egemonia degli Stati Uniti nel loro “cortile di casa”. La priorità data da Washington alla lotta contro il terrorismo internazionale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 ha spostato il baricentro della politica della Casa Bianca in Medio Oriente. Pure gli usuali strumenti politici di controllo - l’appoggio a dittature militari in Cile, Brasile, Argentina e Uruguay o a governi reazionari - sono entrati in crisi. I processi di globalizzazione che hanno coinvolto anche l’area latinoamericana hanno
sollecitato i detentori di capitali a cercare forme di protezione in leadership politiche autonome (fa scuola il caso del Brasile, dove i due consecutivi successi elettorali di Lula nel 2002 e nel 2006 si spiegano con il mix di voto popolare e di consensi della borghesia imprenditoriale). A tutto ciò si aggiunge il fallimento delle politiche liberiste che nell’intero decennio dal Novanta al Duemila sono state attuate in America Latina. Le ricette della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale non sono state in grado di favorire democrazia e svluppo. Ed è sparita l’illusione che il debito estero di questi Paesi potesse azzerarsi con il forte ridimensionamento dell’economia pubblica e senza contraccolpi politici. Da qui l’urgenza per la quasi totalità dei governi latinoamericani di individuare percorsi alternativi al neoliberismo per alcuni più soft (Brasile, Argentina, Cile, Uruguay) e per altri più hard (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua), ma accomunati dalla ricerca di nuove forme di integrazione politica ed economica.
L’Avana può seguire la scia di questo processo, cercando di consolidare le relazioni con i partner della sua area geopolitica? Cuba è convinta di sì e questo rende più arduo l’obiettivo di chi, a Washington e a Miami, punta alla semplice destabilizzazione dell’isola una volta privata del carisma di Fidel. A dimostrare che Cuba sopravviverà a Fidel ci ha già pensato Raul, un personaggio che gli storici hanno sempre fatto fatica a etichettare. Nato il 3 giugno 1931, per la maggioranza degli analisti è il “duro” e il “cattivo” del gruppo dirigente.
In pochi lodano il suo carattere gioviale, il rapporto cameratesco con i collaboratori e soprattutto la capacità di riconoscere e dare risposta per primo ai malesseri della situazione interna. La sua biografia, vale la pena ricordarlo, non è solo quella del “fratello minore di Fidel”. Nel 1953 si iscrive alla Gioventù socialista (il partito comunista dell’epoca). Nel marzo dello stesso anno visita Praga e Mosca. Al ritorno in patria, è arrestato ed espulso dall’università. Quando rincontra Fidel, il progetto di assalto alla caserma Moncada di Santiago (26 luglio 1953) è in fase avanzata e Raúl non ha tentennamenti: parteciperà all’attacco. Alla fine del 1956 Raúl è tra gli 82 uomini che tornano a Cuba a bordo del piccolo yacht Granma. Poi è tra i pochi superstiti degli primi scontri con l’esercito del dittatore Fulgencio Batista. Dopo la vittoria delle forze rivoluzionarie, da ministro delle Forze armate, Raúl ha fin dal 1959 il compito di costruire la rete di protezione militare del regime, conquistandosi la nomea del più filosovietico dei dirigenti cubani.
Quanto alla fama di “inflessibile”, lo stesso Raúl ha spiegato in alcune interviste l’origine di questa diceria: «Alla mia immagine di duro hanno contribuito le parole pronunciate da Fidel all’inizio della rivoluzione. Disse che se lo uccidevano la situazione sarebbe diventata ancora più tesa, perché io avrei preso il suo posto». Interrogato più volte sui rapporti con il fratello maggiore, ha sempre risposto allo stesso modo: «A volte abbiamo opinioni differenti, è ovvio. La differenza fondamentale tra noi è che Fidel dev’essere considerato un fuoriclasse». Il futuro di Cuba è ora nelle mani di un Castro di sicuro meno mitico e “fuoriclasse” di Fidel ma forse proprio per questo più pragmatico. Accanto a lui, ci sono quarantenni e cinquantenni come Felipe Pérez Roque (ministro degli Esteri), Carlos Lage (ministro dell’Economia) e Abel Prieto (ministro della Cultura) che possono imprimere un nuovo corso alla rivoluzione cubana senza rinnegarne il passato. 30 marzo 2007 |