La sentenza italiana contro cinque golpisti riapre la ferita dei rapporti Roma-Buenos Aires tra gli anni Settanta e Ottanta. E delle responsabilità degli industriali italiani che investivano nel regime di Daniela Dalerci
Ci sono responsabilità italiane nel ritardo con cui la comunità internazionale affrontò il dramma dei 30.000 desaparecidos nell’Argentina dei militari (1976-1983), oppure il nostro governo fece bene a mantenere il low profile contro la giunta golpista, per conservare la possibilità di trattare per i suoi detenuti e i suoi scomparsi? Gli ergastoli emessi lo scorso 14 marzo dalla seconda Corte di Assise di Roma contro cinque militari golpisti riaprono il caso dei rapporti Roma-Buenos Aires negli anni della dittatura. Pagine ancora non scritte del nostro recente passato. Piene di intrecci oscuri. I cui protagonisti sono, in molti casi, ancora sulla scena politica ed economica. Innanzitutto la vicenda della P2. È nota la presenza della Loggia in Argentina sin dagli anni di Peròn. Licio Gelli è sull’aereo che riporta il dittatore dall’esilio spagnolo a Buenos Aires, nel giugno del ’73. Fratelli affiliati sono due militari della giunta, l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera e il generale Carlos Guillelmo Suarez Mason e circa sessanta membri dell’esercito. Di recente lo stesso Licio Gelli ha aggiunto nuovi dettagli. Nella sua ultima biografia, Parola di Venerabile (Aliberti editore), intervistato da Sandro Neri, racconta di aver favorito l’incontro fra Massera, in visita in Italia, e l’avvocato Giovanni Agnelli, il presidente Francesco Cossiga e l’ammiraglio Giovanni Torrisi. Significativamente, però, il Venerabile sorvola sui rapporti fra Massera e il mondo dell’impresa. Parla genericamente di un incontro avvenuto al Grand Hotel Excelsior di Roma «con alcuni industriali italiani, per pianificare progetti imprenditoriali sul territorio argentino».
È l’aspetto meno noto di tutta la vicenda. L’imprenditoria italiana prosegue e moltiplica i suoi affari con l’Argentina golpista. È la legge del mercato, secondo Maria Rosaria Stabili, studiosa dell’America Latina e docente all’Università Roma Tre. «Negli anni Sessanta e Settanta in Italia si parlava molto di Latinoamerica. Ma dell’Argentina si sapeva molto poco. Dal punto di vista politico-culturale, il peronismo era un grande sconosciuto. Quando nel ’76 avviene il golpe, dentro e fuori l’Argentina, per una buona parte della pubblica opinione non rappresenta una rottura, ma anzi una speranza. Si pensa che metterà ordine in una realtà caotica e per noi del tutto incomprensibile». Così i rapporti economici dall’Italia non si interrompono. «Anzi, gli operatori - spiega Stabili - sentono garantito un periodo di ordine. Per questo alcune presenze industriali si consolidano. E altre arrivano». La dittatura conviene all’economia: i dati Istat mostrano in quegli anni la crescita delle importazioni e delle esportazioni fra l’Italia e l’Argentina, con un picco positivo fra il ’76 e il ’79. Anche l’industria prospera, almeno nel primo periodo. Gli imprenditori italiani sono molti: Falk, Magneti-Marelli, Ansaldo, Eni-Iri, Impresit, Pirelli, Impregilo. Fiat ha 90.000 operai, Olivetti 15.000. Il management italiano intrattiene un fitto dialogo con i militari. Nell’81 l’allora amministratore Fiat Cesare Romiti incontra il generale Eduardo Viola, presidente dell’Argentina. In quell’anno il dramma dei desaparecidos è ormai noto in Italia. Dalle fabbriche italo-argentine scompaiono molti operai. Come da tutte le fabbriche del Paese, del resto. La repressione colpisce innanzitutto la classe operaia argentina, 7 milioni di persone. La giunta militare cancella subito i diritti più elementari. I primi proclami, i famigerati “comunicati”, e le prime leggi cancellano lo sciopero e stabiliscono pene durissime per le azioni sindacali. Secondo i testimoni sopravvissuti, sono le stesse aziende a “passare” ai militari gli elenchi dei sindacalisti scomodi. Altri testimoni hanno ricostruito l’esistenza di un luogo di tortura a Campana, poco fuori Buenos Aires. Un luogo che sarebbe stato nel perimetro dell’azienda Dalmine Siderca-Techint, nei locali del Club Villa Dalmine, a due passi dagli stabilimenti.
Quindi alcuni industriali italo-argentini non si limiterebbero a chiudere gli occhi, ma collaborano con il regime. «Fu la presidenza di Arturo Frondizi (1958-62, ndr) ad aprire l’Argentina ai capitali stranieri, con un attenzione speciale con l’Italia», spiega Miguel Angel Garcia, sociologo dell’immigrazione ma all’epoca sindacalista della Fiat argentina. «Le ragioni di questa attenzione sono diverse: frequentava il Vaticano, conosceva i capi della nostra industria». Il risultato di questa operazione è che negli anni Settanta in Argentina ci sono almeno 600 aziende italiane. «A cui vanno aggiunte le imprese argentine vincolate al capitale e al management italiano. Un esempio tipico è Techint, nata in Argentina. Un altra è l’Editorial Avril. Agostino Rocca e Cesar Civita, i rispettivi fondatori, erano nostalgici del fascismo». In questo scenario la P2 penetra nelle banche e nell’esercito. «Il piano della loggia è fare un blocco fra due interessi in competizione: quelli del gruppo imprenditoriale militare, paladini dell’industria di Stato, e quelli del capitalismo italiano. Almeno una quindicina di aziende aderiscono al progetto piduista». Il caso delle lotte degli anni Sessanta alla Fiat è emblematico, con i suoi due forti sindacati Sitrac, del ramo dell’automobile, e Sitram, del ramo del materiali ferroviari. «L’azienda si trovò con una contestazione operaia più forte che a Torino. E che con Torino aveva relazioni intense. I militari decisero di stroncare ogni protesta. E la Fiat fu d’accordo». I governi occidentali sapevano e tacevano. È la certezza di un testimone speciale, il console Enrico Calamai, che in quegli anni dall’ambasciata di Buenos Aires salvò un centinaio di perseguitati politici. Ci spiega: «In Italia si diramava la presenza della P2 nei principali quotidiani e nella tv, oltre che nel mondo della finanza, dell’industria e negli organi dello Stato. I rapporti commerciali passavano attraverso Gelli, nominato dai militari argentini loro consigliere commerciale a Roma. Quella dell’Italia verso l’Argentina era una politica estera a doppio binario, con un’ufficialità che fingeva di non sapere e la P2 che dettava le scelte attraverso i suoi aderenti. In Argentina l’Italia aveva una delle più grandi collettività all’estero, colpita nei suoi rappresentanti più giovani, che si trovavano con le porte dell’ambasciata sprangate». Conclude Calamai: «Privilegiare il mantenimento dei buoni rapporti con i militari rispondeva alle pressioni del nostro sistema produttivo: avrebbe permesso consistenti ritorni economico-commerciali.
Interesse economico e interesse politico coincidevano: vi si poteva rinunciare per pochi sovversivi?». 23 marzo 2007 |