Per l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini la pace in Iraq passa da Teheran. La proliferazione delle atomiche va interrotta, ma i persiani non sono i nemici: non hanno mai attaccato nessuno di Cecilia Tosi
Presidente del Consiglio tra il 1995 e il 1996, a capo della Farnesina dal 1996 al 2001, oggi Lamberto Dini è presidente della Commissione esteri del Senato, posizione dalla quale difende strenuamente una politica di pace e di negoziato con i Paesi del Medio Oriente. In particolare con l’Iran.
Presidente, è l’Iran, oggi, il nemico da combattere? In questo momento l’Iran è importantissimo, perché può dare un contributo costruttivo al problema Iraq. Teheran può convincere gli sciiti iracheni a trovare un giusto accordo con i sunniti, che garantisca un’equa distribuzione delle risorse petrolifere. A quel punto l’Iraq potrà diventare una federazione e raggiungere la stabilità. Perché nasconderci che l’Iran è una potenza regionale, il più grande paese sciita, con 70 milioni di abitanti e grandi risorse naturali e umane? Per non parlare dei mille chilometri di confine con l’Iraq.
In questi giorni si è aperta una conferenza di pace per l’Iraq alla quale partecipano sia i membri permanenti del Consiglio di sicurezza - tra cui gli Usa - che i Paesi della regione, come Siria e Iran. Quale sarà il ruolo di questi ultimi nella risoluzione del conflitto iracheno? La loro partecipazione sarà fondamentale. In Iraq ci sono 150.000 soldati americani impantanati in un conflitto senza fine. È necessario coinvolgere tutti i Paesi della regione in modo che le varie componenti irachene si sentano garantite da un accordo che goda del consenso di tutte le nazioni islamiche del Medio Oriente, sia quelle sunnite che quelle sciite. Compresi Arabia saudita, Giordania e Egitto.
Ma gli Stati Uniti sono ancora disponibili a trattare con Teheran? L’amministrazione americana fa resistenza, nonostante che il rapporto Baker-Hamilton, commissionato dallo stesso Bush, abbia sollecitato un dialogo diretto con Siria e Iran. Tuttavia la conferenza di pace di questi giorni segna una svolta, perché per la prima volta gli Usa accettano un dialogo diretto con Iran e Siria. Mi auguro che Washington apra all’Iran come ha fatto con la Corea del Nord. Fino a poco tempo fa Condoleezza Rice aveva escluso di aprire un negoziato con Pyongyang e invece adesso la Corea si è seduta al tavolo delle trattative. Certo, con l’Iran la situazione è più complessa, perchà Ahmadinejad non ha nessuna intenzione di abbandonare il programma per la produzione di energia nucleare.
Si può scindere la produzione di nucleare civile da quella a scopo militare? Tutto si gioca sul grado di arricchimento dell’uranio necessario per le centrali elettriche. Se si completa il ciclo ecco che arriva l’arma nucleare. Ma è possibile scindere i due settori, civile e militare, anche se le autorità iraniane hanno sempre sostenuto che il loro è un programma a uso civile.
Cosa farà Ahmadinejad? Mi auguro che gli iraniani accettino i controlli internazionali sul loro programma nucleare e che si fermino all’arricchimento di uranio a scopo civile. Se questo non avviene sanzioni finanziarie ed altre più stringenti si rendono necessarie, per indurli a desistere dal costruire un’arma atomica. Non tanto per il possibile utilizzo di quest’arma - l’Iran non ha mai attaccato nessuno, semmai è sempre stato attaccato - quanto per il rischio proliferazione nucleare nella regione.
È possibile che Israele intervenga nella crisi con un attacco “preventivo”? Non sarebbe una decisione saggia. La mossa migliore sarebbe piuttosto la denuclearizzazione di Israele e del Pakistan. Ma non mi pare che ci siano le premesse. Credo che l’idea di bombardare i siti nucleari in Iran sia stata scartata: l’Iran non resterebbe certo a guardare e nella regione la tensione salirebbe moltissimo, con grandi rischi per tutti i Paesi dell’area.
E l’ipotesi di un attacco Usa? Non c’è nessun base politica per una guerra in Iran. Negli Stati Uniti, come in tutti Paesi del mondo, ci sono esperti strategici pagati per elaborare ipotesi e opzioni e quella dell’attacco all’Iran è una di queste. Io ricordo che durante la guerra nei Balcani gli stessi che adesso parlano di attaccare l’Iran proponevano un’invasione del Kosovo con 100.000 soldati americani. Si chiama overplanning, pianificare anche la soluzione più drastica. Ma visti i pessimi risultati dell’intervento in Iraq non c’è motivo per creare un’altra situazione esplosiva in Medio Oriente.
Un programma globale di denuclearizzazione è possibile? In un mondo delle anime belle, sì. Anche il processo di riduzione delle testate nucleari concordato tra Usa e Russia è in stallo. La Russia ha ridotto notevolmente il suo stock di missili, ma adesso gli americani hanno adottato una nuova politica, annunciando l’installazione di un sistema antimissile a poche centinaia di chilometri da Mosca, e cioè in Polonia e Repubblica Ceca. Per i russi, è come mettergli un dito negli occhi e Putin non l’ha presa bene, è ovvio. Sono stato a Mosca da poco e le autorità russe mi hanno riferito di essere convinte che oggi le fonti da cui scaturiscono maggiormente le tensioni globali risiedono soprattutto in Occidente.
La politica estera americana preoccupa di più di quella russa? Beh, non è la Russia ad aver attaccato l’Iraq. Né a mettere missili ai confini con la Polonia. Ma non credo a una nuova guerra fredda. La Russia ha avviato un processo di integrazione, anche grazie ai corridoi energetici che la attraversano e che legano Asia a Europa. Mosca ha rapporti sempre migliori con la Nato e con l’Unione Europea, è impensabile un nuovo muro di Berlino.
E sulla questione dei finanziamenti di Putin al programma nucleare iraniano? La Russia ha fornito materiali perché il programma potesse procedere, ma certo non si può dire che abbia contribuito alla fabbricazione di un’arma atomica. Secondo la Iaea l’Iran, nonostante gli allarmi lanciati dalla comunità internazionale, è ancora lontano dal completare il processo di arricchimento necessario alla costruzione di un ordigno nucleare. Si parla di altri 6-8 anni, c’è chi dice addirittura dieci. Bisogna tenere presente che l’Iran non ha risorse energetiche vaste come quelle dell’Arabia Saudita e dell’Iraq. Il programma nucleare dovrebbe servire a sostituire gli idrocarburi tra venti o trent’anni.
L’Italia ha rapporti molto stretti con l’Iran ed è il suo primo partner commerciale. Cosa sta facendo per contribuire alla risoluzione della crisi? Certo, noi abbiamo buoni rapporti con l’Iran, rapporti economici ma anche di amicizia. Io stesso, da primo ministro, ho contribuito a creare questi legami con l’allora governo Khatami. Ma gli accordi commerciali sono venuti solo in seguito alla costruzione di buoni rapporti diplomatici. Sulla questione nucleare siamo perfettamente allineati con la posizione dei paesi europei: se l’Iran si rifiuta di
collaborare, approveremo l’inasprimento delle sanzioni. Cerchiamo di migliorare i nostri rapporti con i Paesi del Medio Oriente, per Siria e Iran gli Stati Uniti non gradiscono che ci siano rapporti diretti tra governi, a meno che non lo facciano loro. Fortunatamente i contatti che non si possono allacciare a livello governativo si possono instaurare a livello parlamentare. La nostra Commissione esteri ha già programmato, ad esempio, una visita in Siria.
E' preoccupato dall’inasprimento della contrapposizione tra sunniti e sciiti? Non molto, perché penso che in fondo sono tutti musulmani e le loro divisioni non sono così diverse da quelle tra cattolici e protestanti all’interno del cristianesimo. Ma penso anchea che gli sciiti necessitino un riconoscimento paritetico ai sunniti, che finora hanno dominato i paesi arabi. Perchè sono 113 milioni e sono sempre stati discriminati dalle altre componenti dell’Islam.
L’Iran esercita un’influenza importante anche sull’Afghanistan , specie nella regione di Herat, dove è stanziato il contingente italiano… Sì, in questa regione hanno giocato un ruolo positivo. Quando ho parlato con il presidente Karzai mi ha confermato che il suo governo può contare sulla collaborazione dell’Iran per il contenimento delle fazioni talebane. è difficile, ora, il rapporto con il Pakistan che condivide con le milizie talebane l’appartenenza etnica pashtun. Musharraf non riesce forse a controllare l’area occidentale del suo Paese, dove trovano rifugio i guerriglieri.
Il 27 il Senato voterà sull’Afghanistan. Perché le truppe devono restare? In Afghanistan la Nato e l’Italia stanno combattendo una battaglia di civiltà, per rimuovere il feudalesimo e portare nel Paese i nostri valori. Non è pensabile un ritiro, che consegnerebbe gli afgani alle forze oscurantiste. Siamo lì su mandato Onu e non ce ne andremo finchè non sarà ben avviato il processo di democratizzazione in tutto il Paese. Il nostro sforzo è massimo nonostante i problemi che abbiamo in politica interna, problemi che non ci consentono un impegno maggiore, come invece chiede il segretario generale della Nato.
Accanto allo sforzo militare, quali azioni politiche sono necessarie? Bisogna favorire un dialogo tra gli attori afgani, ma per ora non ci sono le condizioni. Il presidente Karzai non è ancora diposto a sedersi al tavolo con quelli che lui definisce terroristi, i talebani. Il 20 marzo il ministro D’Alema presenterà alle Nazioni Unite a New York la nostra proposta per una conferenza di pace. Dovranno essere coinvolti tutti i Paesi della regione e gli Stati Uniti, che però adesso hanno altro a cui pensare. Come la campagna di primavera in Iraq. 16 marzo 2007 |