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di Massimo Fagioli La chiamano così. A me, negli ultimi giorni, viene in mente la storia di Mosè e Aronne, la storia di Sodoma e Gomorra e Lot che se ne va e Sara trasformata in statua di sale perché si era voltata indietro. Compare l’immagine del grande e povero Nietzsche che abbracciò un cavallo e si firmò Dioniso. I fascicoli di Liberazione celebrano gli anni Settanta. Celebrano la libertà del desiderio, e il desiderio non c’era; non c’era perché il desiderio è funzione dell’Io. Ma non è l’Io della ragione cosciente. L’identità razionale non ha desiderio. Come Zelig, ogni volta, mi sento un altro: questa volta la fantasticheria sine materia è Simon del desierto e la voce di Buñuel mi dice di stare attento alla figura manifesta del frate e della bella donna perché in verità, è il diavolo che ti trascina nella gioia e libertà, ma è fatuità ed euforia; e poi viene la depressione. E mi sembra di vedere che gioia e dolore, come Castore e Polluce, si alternano da migliaia di anni.
C’è ribellione contro l’ingerenza del papa e vescovi cattolici sullo Stato perché impongono di fare le leggi e decidono comportamenti privati perché vietano agli individui di fare certe cose. E allora tornano le voci che urlano libertà; ed è giusto, è vero. Vado anch’io alle manifestazioni di rivolta. Ma poi, come al solito, dalle gonne della donna a seno scoperto con la bandiera della rivoluzione francese, fa capolino la testa di un ragazzino impertinente che, sembra, ridacchi. Sorpreso, forse un po’ incerto nella percezione, sembra che mi somigli. Infatti ha, sul petto, la maglietta con un nome: identità. È vero, sono corso dietro a quella donna che non era sempre felice come l’altra che si chiamava libertà; bella e seria, quasi con espressione severa, aveva un fascino che quasi ipnotizzava perché era misterioso, forse inconoscibile, forse irraggiungibile. Nel mio lavoro, per quattro giorni, faccio ricerca e cura. Poi, forse, la terza parola, formazione, invade gli altri tre giorni della settimana.
Leggo Rina Gagliardi che parla dell’antipolitica di sinistra; a me torna il ricordo dell’incontro con Bertinotti del luglio 2005 alla libreria Amore e Psyche. Si disse: la politica chiede compromessi di comportamento; risposi subito: «ma nessun compromesso nelle idee e la ricerca e lo sviluppo del pensiero». Tornavo da Chieti dove, alla nuova facoltà di Scienza della formazione; avevo tenuto, per il sesto anno, la prima lezione: ricerca sul pensiero cosciente e non cosciente, della realtà umana. Il preside, Bonetta, voleva mettermi accanto delle donne ed io vidi subito che si chiamavano psichiatria, medicina, filosofia, psicologia, ed altre che, mi sembrò, si chiamassero sociologia e politica; e non so se, nelle due ore di lezione, ho vissuto il conflitto sulla politica e ricerca teorica (antipolitica?). Tornando da Chieti sono andato a piazza Farnese alla manifestazione per i diritti civili per tutti. Passavo dallo studio dell’inconoscibile umano ad una prassi politica (senza ricerca?) ma non mi sono sentito scisso. Ora penso che, evidentemente, bisogna fare la separazione dal tempo e dal luogo, per trovarsi in un altro tempo e in un altro luogo; ma, forse, bisogna guardare la parola trasformazione.
Ora ricordo quando, nel febbraio del 2006, ci fu un editoriale di Left: dicevano di riprendere le tre parole di duecento anni fa, Libertà, Uguaglianza, Fraternità; io dissi che erano rimaste parole vuote ed era necessaria una ricerca. Ora ricordo che, nel lavoro di cura e ricerca, è emerso un pensiero e una scoperta. Da Bertinotti che vuole perseguire un ideale di comunismo, alla realtà della Cina che sembra essere giunta al contrario del socialismo. Ma se il comunismo non c’è più, si può, questa fu la ricerca, creare qualcosa dal nulla? Allora, osservai, si può comprendere perché si ritorni alla rivoluzione francese. Si ritrova la libertà anche se le altre due parole, uguaglianza e fraternità, rimangono nel sonno che sembra non finisca mai. Ed anche la prassi politica diventa lotta per i diritti civili. E penso che, forse, anche Vicenza e le lotte sindacali sono dei diritti civili, per la soddisfazione dei bisogni. Cerco il ragazzino impertinente come il matto di King Lear e mi ossessiona la parola identità. Divento sempliciotto come un contadino perché penso che il pensiero come ragione non è più identità umana. Ripenso alla lezione di Chieti e ricordo che dissi di una vita di lotta politica contro il potere della cultura che ha imposto la fede dicendo che tutto ciò che non è ragione è animalità, assenza dell’uomo. Corro dietro a quella donna che è nascosta dal burqa della ragione e religione; so che si chiama identità non verbale, quella dei bambini. Ricordo il ’68 “la fantasia al potere”. Ma hanno detto, non hanno fatto. Sono stati vecchi ingenui come Lear: credevano che, nell’Inconoscibile, ci fosse solo desiderio. |