Crescono gli allarmi. E anche i nostri soldati sono a rischio attentati. «Siamo sempre in giro, ma abbiamo meno protezioni dei nostri alleati» di Sofia Basso
I militari italiani in Afghanistan sono a rischio di attentati. Lo dice il capo del Sismi Bruno Branciforte al Copaco, il comitato parlamentare che monitora i servizi segreti, e lo ribadiscono i protagonisti sul campo. Anche perché i nostri soldati sono spesso meno protetti di quelli degli altri Paesi. E gli americani si muovono senza consultare nessuno. «C’è preoccupazione, i talebani stanno penetrando anche in zone nuove», dichiara Massimo Brutti, vicepresidente del Copaco. «Si teme un attacco in primavera contro le forze occidentali. La sicurezza riguarda anche i nostri soldati, perciò il lavoro della nostra intelligence s’è fatto più intenso». Un maresciallo in missione a Kabul rientrato da qualche mese ci conferma che «il rischio è alto: ogni anno, alla fine dell’inverno, il pericolo cresce perché salgono le temperature, si sciolgono le nevi e si liberano i passi. In Afghanistan la situazione è peggiorata». Gli italiani, precisa, non sono in una situazione agevole: «Pattugliamo il territorio come gli altri, siamo sempre in giro. Per noi c’è più simpatia, ma siamo sempre militari, l’unica categoria di lavoratori contro i quali è lecito sparare».
Le nostre truppe in Afghanistan (1.000 a Herat e 900 a Kabul) non possono svolgere operazioni di combattimento, salvo brevi missioni di soccorso. Ma, ci raccontano fonti militari, le minori risorse a disposizione dell’esercito italiano si traducono spesso in meno sicurezza: «Gli irlandesi girano solo con le macchine blindate, noi con quelle normali così se prendiamo una mina saltiamo in aria. I soldati tedeschi all’estero hanno diritto alle stesse risorse e strutture sanitarie che in patria: il loro ospedale da campo è un policlinico. Noi abbiamo carri più economici e un equipaggiamento meno consono, perché ci sono giubbotti e giubbotti, fucili e fucili, elmetti ed elmetti, come quelli americani che ti salvano la vita». Il contingente italiano è sotto il comando Nato, composto da 20.000 soldati ai quali si aggiungono gli americani, che hanno anche una missione separata. «Gli Usa sono un po’ i padroni di casa - aggiunge il maresciallo - ti informano delle loro operazioni e basta. Certo non chiedono il tuo parere. A torto o a ragione, si fidano solo di se stessi. Non è però sempre vero che l’escalation Usa aumenti il pericolo. Se le loro operazioni hanno buoni risultati c’è un effetto di deterrenza. È vero, gli americani hanno il grilletto facile. Anche quando ero a Kabul gli sono scappati dei colpi che hanno ucciso dei bambini e noi abbiamo dovuto sedare la rivolta dei civili aiutando la polizia locale a tenere il controllo. Noi preferiamo farci tirare i sassi addosso piuttosto che reagire». L’obiettivo principale della presenza italiana in Afghanistan è la «messa in sicurezza del territorio». Che significa fare pattuglie ma anche assistere i tecnici che costruiscono strade e scuole.
A criticare la conduzione della missione in Afghanistan è la senatrice dei Verdi Tana de Zulueta, che è andata sul posto ad agosto. In particolare contesta la scelta americana di non consultare gli alleati: «In Afghanistan c’è una situazione di crisi e la gestione del conflitto desta grande preoccupazione. I bombardamenti di questi giorni che hanno ucciso intere famiglie sono inaccettabili. Dobbiamo richiamare Washington ai principi della collegialità Nato: ci vuole unanimità. Persino durante l’operazione in Kosovo per ogni azione c’era un passaggio al Consiglio atlantico. Invece in Afghanistan i comandanti mi dicono che non c’è alcuna consultazione. È una situazione pericolosa e fuori norma. Ci vogliono regole molto più chiare. Altrimenti siamo corresponsabili».
Obiezioni alla gestione a stelle e strisce arrivano anche dal senatore Ds Giorgio Tonini, vicepresidente della commissione Esteri: «Gli americani e la comunità occidentale hanno dirottato risorse economiche e militari in Iraq. Senza un vero impegno, è difficile venire a capo dell’Afghanistan». In linea con il ministro Massimo D’Alema, Tonini chiede una conferenza di pace internazionale che coinvolga anche Paesi musulmani e asiatici, come già succede in Libano: «L’Occidente da solo, e pure a scartamento ridotto, non può risolvere la situazione». Persino il buon rapporto dei nostri soldati con le popolazioni civili per il senatore della Quercia potrebbe essere un rischio: «Chi non tollera la presenza straniera potrebbe vedere male il nostro successo e trasformarci in un bersaglio. Sia come commissione Esteri che come centrosinistra siamo molto preoccupati».
9 marzo 2007 |