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Cultura potere, virus mortali Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Forse è uno stupido sentimentalismo, forse è la percezione delirante che fa credere qualcosa che non è la verità. Non ho, forse, la certezza della percezione sensibile, perché mi è sembrato di vedere un dramma che potrebbe finire in tragedia. Sono  grandi ombre come se il cielo si fosse diviso, perché nuvole grigie si sono fuse in due grandi e una diventa sempre più chiara e una diventa sempre più scura. Ed io, forse con difetto di vista o di mente, leggo le parole: sinistra riformista e sinistra radicale ma vedo che le consonanti e le vocali si muovono e si trasformano e leggo buoni e cattivi. E so che questa idea e immagine, che sono parole che definiscono il bene e il male, si può diffondere come il virus dell’aviaria. Tanti disporranno l’animo a ciò che viene presentato come bene, perché tale è il potere dell’immagine che viene costruita, che è riformismo gentile che non cambia niente e si sentiranno bene. Altri, disposti al rifiuto, si sentiranno definiti radicali sinistri e, forse, non si sentono bene. A me viene in mente la parola identità. La cerco, anche se la nuvola scura scende e annebbia la mente.

Ma sento i miei urli che cacciano il gabbiano arrabbiato che vuole distruggere il telo che impedisce all’acqua di entrare nella veranda; sento gli urli che il Comune fa per cacciare gli stormi di storni che sporcano le strade e gli alberi che diventano grigi e marroni e mi ricordano Antonioni che, in Deserto Rosso, aveva dipinto strade  e alberi perché voleva parlare di schizofrenia. Ma forse sono fuochi sulla spiaggia che cacciano il buio che tanta cultura vuol fare, chiudendoci gli occhi quando leggiamo. Una luce forte è l’articolo su Le Monde del 26 gennaio. è lungo, non posso citarlo tutto. Dice di Heidegger, l’enigma; nonostante il palese nazismo comportamentale e mentale detto da cento studiosi, ha goduto e gode di un fascino inspiegabile da sessanta anni; ruolo determinante è stato quello di Sartre che ha ridotto il nazismo di Heidegger ad una debolezza di carattere e, quindi, ha ratificato la validità del pensiero. Ma, poi, bello e rasserenante l’articolo di Livia Profeti su Il Riformista.

Vedo le gote gonfie di Eolo che spazza via le nubi nere della menzogna che genera confusione. L’articolo è un film che evidenzia agli occhi il declino di un corpo che si irrigidisce inesorabilmente come nei parkinsoniani: si susseguono cartelli con parole finite, tragicamente, senza vita: medicina, psichiatria, psicoterapia, psicoanalisi, filosofia; ma forse non sono mai nate. Il nome è counselors; sono filosofi che cercano la loro identità in una professione che procede ad una «cura dell’anima». E la parola cura si estrae dalla parola medicina dove è terapia per tornare, forse, all’antico significato greco: preoccupazione, forse interesse, forse angoscia per il destino dell’altro, che è la morte. Poi, non so, colpisce forte la testa, la parola anima. Mi sembrava che quella dizione fosse stata sempre degli unti dal divino. Ma qui, l’ossimoro nasce dal pensiero di Heidegger, Jaspers, Binswanger. E poi, per la siccità, i sassi rotolano giù, talvolta saltando, e compaiono i nomi di Foucault, Galimberti, Rovatti, Basaglia. Non c’è cura-terapia, non c’è più guarigione, è perché non c’è più malattia: infatti l’anima non si può ammalare perché è di origine divina. Non ci sono più persone da cui togliere la malattia, ci sono solo corpi diversi che, razionalmente, vanno eliminati: sono il Male e non malati. Ma, ora, ricordo che la medicina del corpo era coltivata per gli ariani; penso allora che la «diversità» stava nella mente: annullare il corpo della persona che porta la malattia mentale, perché è eresia.

Torna la parola rivolta-nichilismo e ricordo che, su Liberazione, Tonino Bucci dice: «Il filosofo francese (Foucault) immaginava la morte dell’uomo e la nascita di una nuova soggettività. E invece oggi prevale il conformismo mediocre… cadute le identità religiose, politiche, di classe, famigliari… l’Occidente sprofonda nella grande marmellata piccolo-borghese. Ha ancora senso… immaginare un soggetto capace di inventarsi liberamente, sopportando la propria differenza dagli altri?». Grazie Bucci, hai detto che Foucault immaginava la morte dell’uomo ed io aggiungo che non pensava a nessuna altra soggettività; pensava l’essere per la morte come Heidegger. Scusa Bucci, ma tanti mi dicono che sono riuscito a pensare liberamente quando ho visto e poi scritto che la nuova soggettività sta nell’organismo umano che crea il proprio pensiero perché reagisce al rapporto con la natura non umana, non soltanto con la pulsione, ma con la fantasia ricordo delle sensazioni prenatali; non nasce cioè nazista ma con un corpo che è vivo e umano, non soltanto perché respira ma perché è, simultaneamente, capacità di immaginare.

 
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