Tra gigantografie di Nasrallah, bancarelle che vendono ritratti del leader, macerie di palazzi e tavolini di bar alla moda di Achrafieh. Viaggio nel cuore della capitale libanese dove si levano anche voci critiche verso il Partito di Dio. Che però sta lavorando attivamente alla ricostruzione. di Monica Ellena da Beirut
I confini dello Stato-parallelo si attraversano già nella capitale. Lasciati alle spalle i café e le boutique di lusso di downtown Beirut, il comitato di benvenuto ti accoglie nei sobborghi sciiti di Dahiya. Gigantografie di Hassan Nasrallah, guida di Hezbollah, e di Ali Khamenei, leader supremo in Iran, coprono interi palazzi: barba curata, turbante nero, grandi occhiali quadrati e sorriso benevolo. Benvenuti nella terra del Partito di Dio.
Più a sud, oltre Tiro, attraverso i villaggi di Wadi Jilou, Jouaya, Tibnin, Bassouryeh - che vanta le origini di sayyed Hassan - comincia la scalata alle colline verso Israele dove ogni edificio mostra le ferite della guerra. Su fin verso Bint Jbeil, capitale della Liberazione.
Entrando, un Nasrallah ormai famigliare continua a sorriderti: accanto a lui, al centro della rotonda, un carro armato. L’ospitalità si rinnova nella piazza centrale, tra le bancarelle del mercato, dove una più compatta mitragliatrice ha preso il posto del mezzo pesante. Israele è a una manciata di chilometri al di là delle colline, oltre le bandiere gialle e verdi del Partito di Dio dove una mano agita un rassicurante khalashnikov. Sotto il sole di un inverno indulgente, Bint Jbeil appare sicura di sé, forte delle sue armi e della sua fede. Le case rase al suolo, la scuola in parte distrutta, la moschea demolita, i palazzi trivellati di colpi non sono ferite, perché qui la guerra contro Israele della scorsa estate l’hanno vinta loro. Sul sito internet del villaggio, la lettera d’intenti è una sola parola «Resistenza!».«Nasrallah ci ha portato alla vittoria», dice un Ali nemmeno ventenne a una delle tante bancarelle del mercato che vende ritratti in cornice del leader. Anche se solo il 15 per cento è stato ricostruito, Bint Jbeil è il simbolo dell’efficienza del movimento sciita in guerra come nella quasi-pace monitorata dai militari Onu della missione Unifil a guida italiana.
L’influenza del Partito di Dio in Libano corre lungo una strada lastricata di banconote. Tempo due settimane dalla fine dei bombardamenti le compensazioni avevano già raggiunto 30.000 famiglie con case distrutte o seriamente danneggiate: 12.000 dollari per i sobborghi a sud di Beirut, 10.000 per Tiro e le campagne. In contanti, banconote croccanti, nuove di zecca. In un Paese dove lo stipendio medio è di circa 6.000 dollari l’anno, è un’incredibile somma di denaro.
«Durante la guerra i nostri volontari segnavano i danni casa per casa, quando la guerra è finita avevamo già pronta una mappa della distruzione, sapevamo quanto dare a chi e per cosa». Bilan Naim, membro del Consiglio esecutivo di Hezbollah, è un oratore calmo e tranquillo. L’appuntamento con lui è alla tenda, nel cuore di Dahiya. Nella grande tenda messa in piedi tra i palazzi rasi al suolo dei sobborghi roccaforte di Nasrallah, si ricevono giornalisti e ingegneri, sfollati e architetti, a distribuire soldi o informazioni. Tra fax e televisore - rigorosamente Al-Manar, la tv di Hezbollah o Al-Alam, tv in lingua araba che trasmette da Teheran - squillano cellulari, si muovono computer portatili. E mappe: Beirut, i sobborghi, Tiro, le campagne verso il confine con Israele, gli edifici distrutti indicati in rosso, quelli parzialmente danneggiati in verde. Merito di Jihad al-Bina’a (Costruzioni Jihad) ovvero Hezbollah ramo costruzioni. Dalla fine della guerra Jihad al-Bina’a ha lavorato a tamburo battente: ha spedito 1.700 volontari tra ingegneri, architetti, elettricisti, idraulici a sgombrare le strade, scavare fossi, costruire ponti provvisori. In ogni villaggio, ha disegnato mappe, valutato danni, compilato formulari, comprato materiali. Mentre il governo ancora discuteva su come stilare una stima dei danni, Costruzioni Jihad aveva già radiografato il Paese. «Con quella mappatura in tre giorni eravamo in grado di avviare i pagamenti per ciascuna famiglia», spiega l’ingegnere poco più che quarantenne.
Lo scorso ottobre il dipartimento del Tesoro americano stimava che il Partito di Dio avesse a disposizione un budget annuale di circa 200 milioni di dollari proveniente direttamente dalle casse di Teheran. «In sei mesi abbiamo speso circa 300 milioni», precisa Naim. Denaro che parla farsi? Nulla da nascondere, almeno in apparenza. «Non è un segreto che parte dei nostri fondi arrivi da Teheran - dice - uno dei doveri di noi sciiti è il khomos, ovvero l’obbligo di versare il 20 per cento del salario in beneficenza per sostenere la comunità. I fratelli iraniani ci stanno aiutando nella difficile ricostruzione». Mehdi Khalaji, accademico iraniano ora a Washington al Centro studi politici per il Vicino Oriente ha scritto che «quando la leadership iraniana guarda a Hezbollah vede se stessa». Del resto la radice del Partito di Dio l’hanno seminata proprio loro, i Guardiani della Rivoluzione di Khomeini: era il 1982, la guerra civile straziava il Libano da sette anni, Israele aveva appena invaso il Paese e le Nazioni Unite dispiegata la forza multinazionale dell’Unifil per contenere la violenza. Durante l’occupazione nel sud - chiusasi dopo 18 anni nel maggio del 2000 - Hezbollah è stata la guida nella guerriglia contro Israele. Due anni fa il governo adottò un documento nel quale definiva Hezbollah «un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana», ancora in atto sulle Fattorie di Sheeba, un’area a sud-est del Paese a ridosso del confine siriano. Con l’aiuto di Teheran, gli hezbollah - unico partito politico con un vero braccio armato - costruiscono scuole e ospedali, distribuiscono acqua potabile, raccolgono i rifiuti nelle aree dimenticate dal governo. In 20 anni hanno migliorato la qualità della vita di oltre un milione e 200.000 sciiti libanesi, da sempre i più poveri tra i 4 milioni di abitanti.
L’aiuto milionario sembra comunque essere una goccia nel mare. «Abbiamo calcolato oltre 2 miliardi di dollari tra danni a edifici, infrastrutture ed economici come la perdita di circa 12.000 posti di lavoro per effetto diretto della distruzione». Circa 130.000 case sono in rovina, le bombe hanno colpito gran parte dei ponti e delle strade al sud del Paese, l’aeroporto, una centrale elettrica e 14 unità di distribuzione locale, due ospedali e varie fabbriche. L’impatto economico è impressionante. Secondo Marwan Barakat, direttore del centro ricerche della Banque Audi di Beirut, il secondo principale creditore libanese, i danni all’economia potrebbero lievitare a circa 9 miliardi di dollari contando le perdite in turismo, esportazioni e vendite in generale.
«Ora stiamo lavorando alla terza fase - continua Naim - con la Fondazione per la ricostruzione dei sobborghi, che dovrebbe essere ultimata a marzo. Nelle campagne le famiglie possono provvedere a riparare o ricostruire la propria casa, ma dove palazzi a 10, 12 piani sono stati buttati giù il processo è molto più complesso. Il governo si è impegnato economicamente con 53.000 dollari per famiglia, Hezbollah coprirà l’eventuale differenza e la Fondazione si occuperà di fondamenta e interventi strutturali».
Pubblicamente il governo
libanese afferma che l’efficienza di Hezbollah è complementare all’attività del governo. In realtà da più parti si avverte quanto la rete capillare danneggi l’esecutivo, aumentando le critiche verso un gabinetto già traballante. «La guerra contro Israele è stata una prova di forza interna - spiega un osservatore che non vuol essere nominato - temendo un colpo di mano improvviso per disarmarli, Hezbollah ha voluto dimostrare che il Libano e più in generale il Medio Oriente non possono fare a meno delle sue armi». Le armi che arrivano e raramente riescono a essere intercettate - come è successo la scorsa settimana - preoccupano l’Occidente. Il presidente francese Chirac nel corso di Parigi III, la conferenza dei donatori che si è svolta tre settimane fa, ha sollecitato i Paesi arabi del Golfo ad aiutare la ricostruzione del Libano contro “Forze radicali”.
Ma il supporto a Hezbollah da segni di debolezza. «Hanno tenuto testa a Israele e alla sua forza militare» si dice tra i tavoli dei bar alla moda di Achrafieh, quartiere cristiano risparmiato dalle bombe israeliane. «Ma guardati intorno, a che prezzo?». Anche tra gli sciiti circolano le voci “contro”. L’ex leader di Hezbollah, lo sheikh Subhi Tufaili, ha detto che il Partito di Dio «sta portando il Libano e gli sciiti in particolare verso la catastrofe». In un’intervista al quotidiano panarabo Ash-Sharq al-Awsat, Tufaili, a capo del movimento dal 1985 al 1991 quando fu espulso dallo stesso Nasrallah, ha detto che Teheran «sta usando gli sciiti del Libano e Hezbollah per scopi che non servono gli interessi né del Partito di Dio né del Paese dei Cedri». Oussama Safa, direttore dell’Istituto libanese di Studi politici è scettico sul ruolo di Hezbollah dopo la guerra. «Possono contare su una piattaforma forte grazie alla rete di assistenza, soprattutto per educazione e sanità, ma la gente comincia a perdere fiducia nel loro piano politico. Oggi non sono più credibili per la pace nel Paese».
16 febbraio 2007 |