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Delusione, stupore, rabbia e incertezza. Sono i sentimenti che pervadono in queste ore il popolo della sinistra, che trovava nel governo di centrosinistra la sua rappresentanza ed espressione. di Alberto Ferrigolo
Mentre scriviamo e stiamo per andare in stampa il presidente Romano Prodi è salito al Quirinale e ha rimesso il mandato nella mani del presidente della Repubblica. Il governo è stato battuto ed è ufficialmente caduto. La cronaca di una giornata nera e rocambolesca per la Repubblica dice che s’è giocata una partita di elevato valore istituzionale sul filo di una manciata di voti, nel corso della votazione di fiducia sugli indirizzi di politica estera. Una questione di politica estera di indubbio valore e importanza. Determinante per lo sgambetto all’esecutivo, il non voto di due senatori della sinistra (Rossi, Prc, e Turigliatto ex Pdci), l’assenza del senatore a vita Cossiga e l’astensione di Andreotti e Pininfarina, astensione che al Senato equivale a un voto contro. Al di là delle alchimie della politica, dei rattoppi, degli aggiustamenti dell’ultima ora (un possibile governo rinviato dal capo dello Stato alle camere che ne riottiene la fiducia), la realtà dei fatti è che questo centrosinistra è finito, defunto. Almeno politicamente. Il suo programma è oggi carta straccia. E a pagare di più è forse proprio la sua ala sinistra. Ha vinto Casini, che spera ora di sostituirsi alla compagine più estrema dell’Unione dando vita a un centro che più centro non si può.
Tutto è accaduto in pochi attimi, grazie anche ai vizi e ai tranelli di una legge elettorale confezionata ad arte dal centrodestra berlusconiano poco prima di levare le tende per evitare la governabilità e consentire a un qualsiasi “cretino” di potersi alzare e di dire «non sono d’accordo» e mettere di conseguenza il governo in scacco. Una vera pazzia. Tant’è. Questa è la politica e questa è la classe espressa che l’ha finora guidata.
La caduta del governo ha in sé molte ripercussioni legislative e chiude un percorso riformatore appena accennato. Chi sperava nei Pacs o nella loro versione più morbida, i Dico, ora se li può scordare. Sfumano sogni e prospettive. Non tutte rosee ma da conquistare giorno per giorno nella dialettica politica. Sfumano perché? Per intransigenza? Per amor di purezza? Per fedeltà a un istinto etico supremo quanto estremo? Non è lecito saperlo. Forse chi ha votato no, chi non ha votato o s’è astenuto quest’oggi sarà più in pace con la propria coscienza, ma rischia di restituire un Paese alla destra. E la pace nel mondo che cosa ci ha guadagnato? Come sempre il problema sta a sinistra. Una sinistra divisa, frazionata, che non sa stare insieme, che ama i distinguo, che parla di unità ma che questa parola - alla resa dei conti - se la mette sotto i tacchi. Chissà, alla fine non ci resta che sperare nelle “lezioni della Storia”, che - almeno lei - è sempre maestra. E che ci insegni qualcosa. Dandoci magari un nuovo leader capace di parlare alla gente. Che apra la strada, magari, a Veltroni. Forse questa volta può toccare davvero a lui. Left n. 8 dal 23 febbraio in edicola |