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Catania da primato Stampa E-mail
I record della città siciliana: maggior numero di analfabeti, di delinquenti minorenni, peggiore qualità della vita. Ecco dove sono nati e cresciuti gli assassini del Massimino.
di Luciano Mirone


Che legame c’è fra l’assassinio di un ispettore di Polizia durante il derby Catania-Palermo e le parole pronunciate nei giorni scorsi da un ufficiale dei Carabinieri («Le frange del tifo organizzato sono nelle mani della cosca Santapaola»)? Che legame c’è fra le minacce - «rispedite al mittente», secondo quanto dichiara l’interessato - che il presidente del Catania calcio, Antonino Pulvirenti, avrebbe subìto da certi tifosi legati alla criminalità organizzata (per essersi rifiutato, secondo quanto si dice, di soddisfare determinate richieste: dai biglietti per entrare allo stadio, ai viaggi gratis per le trasferte con gli aerei della Wind Jet, compagnia dello stesso presidente) e la guerriglia “mafiosa” scatenata venerdì 2 febbraio fuori dallo stadio Massimino? Perché Cosa nostra si è mossa con un’azione così “scientifica” ed eclatante? Quali messaggi vuole lanciare? Contro chi e perché?

Intanto la morte di questo poliziotto riapre in maniera eclatante il “caso Catania”, una città del profondo sud dove la guerriglia allo stadio non è la stessa che si verifica altrove. Per la semplice ragione che qui la presenza di certi boss, durante le partite in casa, è palpabile. Quella dei Piacenti, per esempio, il cui capo, latitante e collegato al clan Santapaola, è ricercato per la morte del funzionario di Polizia.

Eccola Catania, la nona città d’Italia, la seconda della Sicilia dopo Palermo, che non è riuscita a venir fuori dal giogo mafioso e dal degrado, malgrado i duri colpi assestati ai boss più in vista. Una presenza, quella di Cosa nostra, che non si avverte solo allo stadio. È percettibile sia nel ventre della zona storica, San Cristoforo (il quartiere dove è nato Nitto Santapaola), la Civita, via Plebiscito, u cursu, sia nelle banlieue delle tante città satellite, Librino, Monte Po, Trappeto nord, Zia Lisa, San Giorgio, Villaggio Sant’Agata, fabbriche senza fine di un primato detenuto da sempre: la più alta percentuale di criminalità minorile d’Europa. Fabbriche senza fine di quegli stessi ragazzini che allo stadio picchiano i poliziotti con le spranghe di ferro e lanciano le pietre, i bulloni, le bombe carta, di quei ragazzini che a otto anni spacciano, a dodici fanno gli scippi, a quindici le rapine, e a diciassette gli omicidi. Di ragazzini - come dice un funzionario della Polizia di Stato - arruolati dalla criminalità organizzata perché c’è bisogno di gente incensurata al servizio dell’organizzazione (è un caso che dopo l’omicidio Raciti, su 22 persone arrestate, 9 risultino minorenni? E uno di loro potrebbe anche essere l’assassino?). Potrà sembrare retorico parlare di ragazzini quando muore un poliziotto allo stadio. Però se è vero che, come asseriscono gli inquirenti, le frange di delinquenti che occupano le curve sono formate da persone di giovanissima età, allora bisogna dedurre che un nesso deve pur esserci fra la presenza della criminalità organizzata, questi fenomeni di violenza, e una serie di cifre da fare rimanere attoniti. L’ultima quella di poche settimane fa. L’ha stilata il Sole-24 Ore. Catania all’ultimo posto fra le città italiane per qualità della vita. Il dato ha fatto infuriare il sindaco Umberto Scapagnini che davanti ai giornalisti ha dichiarato: «Ora mi sono rotto i coglioni».

Eccola Catania, detentrice di altri due primati: città più analfabeta d’Italia e città più dedita alle “fuitine” (le fughe fra ragazzi e ragazze dai dodici ai sedici anni che culminano nel matrimonio), mentre con altri centri (tutti del meridione) divide la supremazia dell’evasione scolastica, dei “senza casa” (si calcola che 12.000 catanesi privi di alloggio dormano nelle abitazioni di parenti, in macchina o alla stazione), degli usurai, e degli iscritti alla massoneria, un dato quest’ultimo che riguarda la medio-alta borghesia. «A Catania - dice Antonio Di Grado, docente di letteratura italiana all’Università della città etnea - esiste una plebe senza coscienza che è rimasta uguale, come cultura e come istinti, a quella di alcuni secoli fa. La classe dirigente ha responsabilità gravissime perché ha destinato poche risorse alla crescita sociale dei  meno abbienti generando una inevitabile sudditanza al potere». «Da dieci anni - afferma Grazia Giurato, figura storica del volontariato catanese impegnata nei quartieri degradati - in questa città c’è una caduta di etica molto rilevante. Molti politici, con la loro cultura dell’illegalità e dell’impunità, danno esempi fortemente negativi al giovane analfabeta col padre in carcere. Da molti anni il Comune si disinteressa dei minori a rischio: se vai ai servizi sociali e chiedi cosa si sta facendo per i quartieri degradati, sapete cosa rispondono: “Non ci sono soldi”». Ecco allora che, di fronte a fatti del genere, forse non è retorico dire che l’uccisione di un poliziotto durante una partita di calcio è solo la punta dell’iceberg. 

Eccola Catania. Queste strade ancora inondate dalla cera lasciata durante la processione di Sant’Agata, potrebbero raccontare tante cose. La storia di Vincenzo che a sedici anni, dopo aver dedicato l’adolescenza ai furti e agli scippi, decise di passare all’omicidio. Accadde quando suo padre fu ucciso dalla cosca rivale. Poche settimane dopo fece la stessa fine. La storia di Alfio che, uscito dal carcere minorile per rapina, decise di mettersi sulla retta via, e quando Papa Wojtyla venne in visita a Catania, in parrocchia decisero che doveva essere lui a rappresentare il quartiere. Il gesto, all’interno di Cosa nostra, non passò inosservato perché Alfio era diventato un simbolo che poteva essere emulato. Il suo cadavere fu ritrovato due giorni dopo, crivellato di colpi, in mezzo alla campagna. La storia di Salvatore, 14 anni, venditore ambulante di panini e parente di un affiliato, ucciso per una vendetta trasversale al cimitero di Catania mentre pregava sulla tomba del cugino, ammazzato poche settimane prima. E poi la storia dei quattro ragazzi trucidati perché si erano permessi di scippare la madre di Santapaola. O la storia di Nico Querulo, sette anni, rimasto cieco perché coinvolto involontariamente in un conflitto a fuoco fra bande rivali. Storie di infanzie spezzate. Storie che vengono ingoiate e metabolizzate da questa città cannibale. Più o meno le parole che vengono puntualmente ripetute in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario: il presidente del tribunale per i minorenni che snocciola i dati dei ragazzi arrestati e il sindaco Scapagnini che li contesta: «Si vuole criminalizzare la città. Non è Catania a detenere questo triste primato, ma Bologna».

Fino a qualche anno fa il presidente del tribunale dei minori era Giambattista Scidà che forniva i numeri, ma puntava il dito contro le istituzioni per aver causato «la ghettizzazione di migliaia di minori in quartieri privi di scuole, di campi sportivi, di sostegni educativi, e diventati in poco tempo facile preda del crimine organizzato». Poi fissava i colleghi: «Anche la magistratura, che non indaga su certi potenti collusi con la mafia, non è esente da colpe». Oggi Scidà è in pensione e al tribunale per i minorenni si è un po’ più prudenti. Non solo lì. Anche il centrosinistra preferisce non prendere posizione. Uno dei pochi a sintonizzarsi sulla linea di Scidà è il deputato dei Comunisti italiani, Orazio Licandro: «Sono preoccupato di ciò che accade in Procura», dice. «Quando so che vengono fuori consulenti legati alle cosche mafiose, quando perfino il presidente della Commissione antimafia si chiede come sia possibile che l’appalto del sistema di intercettazioni della Procura sia finito nelle mani della ditta indagata di aver fornito il telecomando della strage di via D’Amelio, io credo che ci sia più di una ragione per temere che qualcosa di brutto corra dentro le istituzioni di questa città. E allora penso che ci sia l’obbligo, da parte della Commissione antimafia, di prevedere una visita a Catania entro il 2007. Mi chiedo perché nella foga contro i magistrati, l’ex ministro della Giustizia Castelli non abbia mai mandato un’ispezione al tribunale». Licandro va oltre. Parla di brogli e di controllo del voto da parte delle cosche mafiose: «Abbiamo denunciato pesanti irregolarità in merito alle ultime elezioni comunali, quando ha vinto Scapagnini. Il Tar ha fatto ricontare le schede. Ma tutto procede lentamente. Il Comune - continua l’esponente del Pdci - è al dissesto finanziario, non può pagare i dipendenti ma continua a fare un clientelismo pauroso. Recentemente il sindaco e la giunta sono stati rinviati a giudizio per aver rimborsato, tre giorni prima delle elezioni, con 10 milioni di euro i dipendenti comunali per i danni causati dalla cenere dell’Etna. Adesso per far soldi stanno pensando a svendere gli immobili del Comune. Anche in questo caso illegalmente». Cosa c’entra tutto questo con un poliziotto ucciso allo stadio? C’è che Catania sembra davvero una città allo sbando.

9 febbraio 2007 

 
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