Nella classifica mondiale, l’Italia è all’ultimo posto per investimenti in ricerca e università. Ma al settimo per lo shopping in armamenti. Campionario di cifre e frasi celebri. di Marcantonio Lucidi
Persino il Cun, il Consiglio universitario nazionale non ha un euro. Il Cun è quell’organo di governo con poteri consultivi, ma a volte vincolanti, che formula pareri sulla distribuzione dei quattrini, sull’ordinamento degli studi, sulla programmazione e altre varie materie d’interesse generale. Mercoledì 17 si è riunito per la prima volta dopo l’elezione dei suoi membri nel dicembre scorso e c’era pure il ministro Mussi. Di che s’è parlato? S’è parlato del fatto che se il ministero non tira fuori un po’ di soldi, il Cun non solo non potrà operare, fare e decidere niente, ma neanche riunirsi. Come se gli ufficiali di Stato Maggiore si mettessero a discutere non del nuovo caccia multiruolo F35, ma di come pagarsi il biglietto dell’autobus per andare all’Aeronautica la prossima volta che devono sedersi attorno a un tavolo.
Quest’anno i fondi per università e ricerca ammontano a 2 miliardi 756 milioni di euro, con una decurtazione iniziale di 350 milioni di euro, poi recuperati in parte a destra e a manca. Le spese militari invece salgono fino a 21 miliardi, mettendo l’Italia al settimo posto mondiale nello shopping al market degli armamenti. In compenso, il Paese è in fondo alla classifica europea assieme al Portogallo per gli investimenti in ricerca e università, con un impegno dell’1,1 per cento di Pil. La prima della classe, la Svezia, investe il 4,27 per cento. Eppure Prodi in campagna elettorale s’era speso in un crescendo rossiniano su questo tema, a lui caro da sempre, anche quando faceva il presidente della Commissione europea e da Bruxelles urlava quattro volte alla radio francese Rtl il 22 aprile 2004: «Ricerca, ricerca, ricerca, ricerca». Una settimana prima della vittoria elettorale di aprile scorso, il futuro premier lanciava l’allarme rosso: «Alla miseria, il livello della ricerca è ormai alla miseria completa. In questo modo l’Italia non potrà andare avanti». E un mese dopo la vittoria: «Con appena l’1,1 per cento del Pil si va solo indietro». Non è proprio così - la percentuale di Pil essendo invariata - ma il premier può sostenere che si sta fermi.
Il fatto è che se uno guarda le cifre, incomincia a sospettare che esista un piano segreto trasversale e preordinato per distruggere il sistema universitario e la ricerca scientifica nazionale. Manca solo la risposta alla domanda: cui prodest? Anzi, cui Prodi? Altrimenti non si spiega il declino, anzi la frana, che già nel ’98, tempi di centrosinistra, l’allora ministro dell’Università Ortensio Zecchino denunciava: «La spesa italiana per la ricerca, dopo avere raggiunto l’1,30 per cento del Pil nel triennio ‘90-’92, è scesa all’1,12 nel 1996 mentre nello stesso anno in Francia, Germania e Regno Unito è stata superiore al 2 per cento. In Giappone è stata pari al 2,78 per cento e negli Usa al 2,55». Il ministro proseguiva con una lamentela che oggi appare comica, ossia che l’obiettivo del 2 per cento fissato dal Documento di programmazione economico - finanziaria (il Dpef) per gli anni 1999-2001appariva lontano. L’incredibile ostinazione, la stessa denunziata da scienziati di fama e sconosciuti ricercatori stakanovisti, da professori universitari non baroni, intellettuali e cervelli in fuga, a sfasciare sistematicamente la ricerca italiana è ormai il dato che accomuna governi di centrosinistra e di centrodestra. Berlusconi dal 2002 al 2005 ha abbattuto i finanziamenti del 10, 48 per cento (pari a 750 milioni di euro, 1.500 miliardi di vecchie lire). Nella sua ultima Finanziaria, quella per il 2006, l’uomo di Arcore, il civilizzatissimo homo arcorensis, ha maciullato i fondi ordinari all’università per circa 75 milioni di euro. All’edilizia universitaria è andato il 40 per cento in meno, con l’abbassamento del capitolo di spesa per la semplice conservazione del patrimonio immobiliare universitario a 90 milioni (pari a 50 euro a studente). Il finanziamento per la ricerca di base veniva mutilato del 15 per cento per portare il taglio, nel progetto del governo polista, al 100 per cento nel 2008, ossia a fare sparire la voce dal bilancio dello Stato. Quindi in teoria, si dovrebbe esultare all’operato del governo Prodi che evita di staccare la spina alla comatosa comunità degli scienziati.
Nel frattempo che si esulta, i cervelli esportati sarebbero, secondo alcune stime, addirittura trentamila l’anno, per un costo intorno agli 8 miliardi di euro (quanto è costato formarli). In Italia restano 52.000 scienziati, i peggio pagati d’Europa, gente che per fare ricerca in fisica delle particelle, in molti casi prende appena 800 euro al mese per tre mesi rinnovabili se va bene. Poi si scopre che i giovani fisici italiani, formati in quella Roma che si gloria nei ricordi della scuola di via Panisperna, emigrano all’estero: non solo alla volta di laboratori decenti e decentemente finanziati, ma verso gli uffici studio dei broker londinesi a fare calcoli matematici sugli andamenti di Borsa per stipendi da 15.000 sterline ogni trenta giorni. Quindi si spiega facilmente il fatto che il famoso “piano di rientro dei cervelli”, pensato dal centrosinistra nel 2001 e confermato con vari decreti ministeriali dalla Moratti, si sia sgonfiato con il ritorno di appena 466 sperduti temerari. Proprio avant’ieri, 31 gennaio, scadevano i termini delle domande per la loro chiamata diretta da parte delle università. Pochi avranno la possibilità di restare in Italia, se ne avranno voglia per giunta, visti gli scontri e le delusioni subite: una realtà di baronie, clientelismi e nepotismi (le stesse che ormai quasi ogni settimana scoppiano come bolle infette sotto forma di scandali sui giornali e nelle inchieste giudiziarie), precariato a due lire anche per loro, antimeritocrazia istituzionalizzata, arbitrarietà vergognosa dei concorsi nostrani. In più l’ostracismo del Cun che sostiene la necessità per i rientranti di possedere anche il titolo di ordinari o di associati. Altrimenti se valesse la documentazione dell’attività di ricerca svolta, si finirebbe per allestire una via di reclutamento parallela, senza concorsi, con il risultato di gravi sperequazioni fra chi è rimasto e chi se n’è andato. Ovviamente tutto ciò assume l’andazzo della guerra fra poveri: vari cervelli espatriati hanno denunciato pubblicamente gelosie e angherie da parte dei ricercatori stanziali, non disposti naturalmente, dopo anni di umiliazioni, precariato, sfruttamento, emarginazione, a farsi pure superare da gente che ha avuto la possibilità e la fortuna (ma anche il coraggio) di andare all’estero.
Marzo dell’anno scorso, Walter Tocci, ex responsabile per l’Università e la Ricerca dei Ds, che s’è dimesso dall’incarico quando ha visto cosa Palazzo Chigi combinava in Finanziaria: «Un’intera generazione di ricercatori è stata tenuta fuori dalla porta. Un Paese che tratta così i suoi giovani migliori è solo destinato allo sfacelo». Prodi, un mese prima: «Vareremo un grande piano nazionale per la ricerca e l’innovazione. Bisognerà farlo subito, subito, subito. Altrimenti siamo perduti». E aggiungeva: «Ormai la maggior parte dei ragazzi mantiene contratti precari per
anni e anni. Così stiamo rovinando un’intera generazione».
La generazione rovinata lavora in strutture e laboratori da robivecchiato delle ampolle e fa circolare descrizioni esilaranti delle condizioni attuali: all’Istituto italiano di astrofisica hanno pensato di chiudere su tutto il territorio nazionale i telescopi con specchi di diametro inferiore ai 2 metri. Però in Italia non esistono telescopi con diametro più grande di 1,8 metri. I diffrattometri a raggi X più recenti in dotazione ai laboratori di ricerca pubblici sono stati comprati cinque anni fa di seconda mano. Negli archivi i computer non ci sono oppure mancano le prese elettriche. Quando le apparecchiature, spesso costosissime, vengono regalate da qualche pietosa istituzione privata, non ci sono i soldi per il trasporto e il montaggio. Né i quattrini per la manutenzione delle macchine, sicché si perdono i contratti con le industrie vista l’impossibilità di portare avanti le ricerche.
Dal programma elettorale dell’Unione (quello famoso di 274 pagine): «Aumentare e qualificare decisamente la spesa per l’università e per la ricerca, con regole e modalità che la rendano un investimento per la crescita del Paese, anche adeguando le infrastrutture di ricerca (strutture edilizie, strumentazione, biblioteche, eccetera) alle esigenze della ricerca di base tecnologica e più avanzata». Fuffa, direbbero a Milano, pappole in romanesco. «Nonostante il valore dei singoli, non siamo ancora riusciti a dirigerci verso la strada che noi stessi avevamo tracciato - ha scritto Tocci lo scorso novembre nella sua lettera di dimissioni -. Perché accada questo paradosso è complesso da capire e ancor più da spiegare. C’è qualcosa che non funziona nella politica del centrosinistra, che rende difficile il dispiegamento di una proposta chiara al Paese». A tal punto non funziona, che in ottobre Mussi stesso pensò di dimettersi e che Rita Levi Montalcini minacciò di non votare la Finanziaria di fronte all’opera di macelleria scientifico-universitaria che si stava delineando. Non i guerriglieri del subcomandante Marcos ma i signori dell’Accademia dei Lincei si sono rammaricati in un loro documento che dice tutto nella sua fredda enumerazione di fatti: «Di fronte a un piano di 1.000-2.000 ricercatori l’anno per dieci anni si ripiega su 700 ricercatori l’anno per tre anni. I fondi per il reclutamento straordinario dei ricercatori sono decisamente pochi, solo 20 milioni per il 2007. I circa 300 milioni di euro supplementari rappresentano una cifra molto bassa rispetto alla manovra, anzi addirittura negativa. I limiti massimi sulla crescita del fabbisogno finanziario dell’università e degli enti di ricerca sono anch’essi molto bassi (3 e 4 per cento), vicini al tasso di inflazione, e non permettono la crescita del comparto».
Certo, da Palazzo Chigi potrebbero replicare agli accademici che non è proprio così, che in fondo qui si è aggiunto qualcosa, lì s’è rimpinguato un po’, ma sarebbe un’involontaria conferma della parola “beffa” che appare sul documento, il quale procede con la pacata demolizione dell’azione di governo, parlando di “preoccupazione”, “sviste da correggere”, “speriamo che il legislatore rifletta”. Intanto ai direttori di dipartimento e di istituto del Cnr (il Consiglio nazionale delle ricerche) è arrivata il 15 gennaio scorso una circolare interna protocollata, timbrata e firmata dal direttore generale Angelo Guerrini che avverte: «I fondi dal Ffo (Fondo di finanziamento ordinario, ndr) trasferiti agli istituti per il 2007, subiranno una decurtazione complessiva rispetto al 2006 pari a un terzo». Mussi, 12 giugno 2006, appena insediato al ministero: «L’Italia è stata ridotta in una condizione penosa di provincialismo, autarchia e aziendalismo da quattro soldi». Un progetto che continua?
2 febbraio 2007 |