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Alla vigilia del suo ritorno in Rai, Biagi fa il punto sul giornalismo italiano e sulla vertenza contrattuale della categoria, bloccata da due anni. Sempre dalla parte della libertà.
di Sofia Basso


Giovani reporter senza garanzie né tutori, soubrette e calciatori che si trasformano in opinion leader ed editori che i giornali li vedono solo in edicola. Enzo Biagi dice la sua sulla professione e avverte: «La libertà non la si ha per decreto. Ognuno la deve trovare in se stesso». Meno critico di altri, lamenta la mancanza di inchieste, sulla carta come sul piccolo schermo, dove alcuni temi spariscono anche solo per pigrizia dei giornalisti o perché si pensa che facciano ascolti bassi. E così di certe cose parlerà direttamente lui, che in primavera tornerà in Rai dopo cinque anni di esilio: «Sarà un rotocalco settimanale pieno di quello che gli altri non fanno o non danno».
Il grande inviato, 86 anni e una fedeltà alla penna e al taccuino che ancora lo tiene lontano dal computer e dalla macchina da scrivere, parlerà anche di memoria. Sempre, però, con grande attenzione al presente. E ai giovani, che non trovano più nessuno disposto a credere in loro. Da qui il sostegno di Biagi alle battaglie dei colleghi: «Questa volta la categoria è stata chiara nello spiegare ai lettori che lo sciopero non riguarda gli stipendi ma i tanti giovani sottopagati».

È in corso una vertenza durissima tra giornalisti ed editori. Lei cosa ne pensa?
Sono anch’io rimasto sorpreso dai molti scioperi dei colleghi e ho sentito la mancanza dei giornali, dei notiziari televisivi, anche perché per me è un’abitudine vecchia e consolidata cominciare la giornata con la lettura dei quotidiani. Credo però che stavolta la categoria sia stata molto chiara nel raccontare ai lettori il motivo dell’astensione dal lavoro che non riguarda stipendi e aumenti ma pone al centro del rinnovo contrattuale il problema dei giovani, tanti, che lavorano nelle redazioni sottopagati e con un futuro a dir poco incerto.

Che opinione ha dei precari e del ruolo dei giovani nelle redazioni?
I precari mi preoccupano perché so cosa significa non avere la sicurezza del lavoro, sentirsi minacciati dalla disoccupazione, insomma la precarietà della vita. I giovani, poi, avrebbero bisogno non solo di maestri, ma di qualcuno che li mette alla prova, rischia su di loro e dà l’occasione, l’opportunità di “venire fuori”. Tutti noi abbiamo avuto qualcuno che ha creduto in noi e ci ha dato una mano ma mi pare che oggi l’esercizio non sia molto di moda.

Come ha visto trasformarsi in questi ultimi anni l’organizzazione interna del lavoro giornalistico?
Da molti anni non frequento le redazioni e sento parole nuove, per esempio il “desk”: io sono rimasto al capocronista, al redattore capo, all’inviato e al direttore. Poi come lei sa “l’editto bulgaro” mi ha tenuto fuori dalla Rai. Io sono all’antica, non uso il computer, ma neanche la macchina da scrivere come faceva il mio amico Montanelli. Per me solo penna e taccuino.

C’è chi dice che in questo Paese le opinioni si stanno mangiando i fatti. È d’accordo?
Penso che i fatti vengano raccontati, che le cronache siano esaurienti. Certo, poi dilagano le opinioni e ormai chiunque dice la sua su tutto e su tutti. Non è un caso che negli ultimi anni abbiamo visto trasformarsi in “opinion leader” soubrette, calciatori, presentatrici eccetera. Con il dovuto rispetto per le  categorie, mi pare eccessivo.

Che opinione ha dei proprietari di giornali in Italia?
Gli editori ci sono sempre stati e sempre hanno fatto, ognuno a suo modo, i propri interessi. Certo, non esistono più, come si dice, gli editori “puri”, i Rizzoli, i Mondadori, i Rusconi. Ho l’impressione che oggi molti che si occupano di informazione i giornali li abbiano visti solo in edicola, non conoscano la macchina, non si appassionino, non frequentino le redazioni e pensino solo alla loro impresa. Grave è quando associano poi anche la politica.

Perché in Italia non si fanno più inchieste?
Perché si fa fatica, e non aggiungo altro…

Cosa pensa dei giornali italiani? Della loro qualità, soprattutto.
Non sono critico come molti: mi pare che abbiamo giornali ricchi, tante pagine, tante informazioni, quotidiani di più di 50 pagine, immagini a colori. Forse a farne le spese sono stati un po’ i rotocalchi. Soprattutto manca l’inchiesta, salvo rari casi che poi fanno scalpore come quella di Fabrizio Gatti dell’Espresso sul Policlinico di Roma. Insomma credo che il giornalismo vada fatto, quando è possibile, osservando con i propri occhi.

Qual è il suo modello di giornalismo?
Quando ero ragazzo guardavo con ammirazione i grandi inviati, mi pareva un sogno poter diventare come loro. Credo che ognuno abbia il suo modello, ma la regola è sempre una: siamo al servizio dei lettori, dobbiamo dire loro la verità e se sbagliamo deve essere per colpa nostra e basta.

Finalmente Biagi torna in Rai. Ci può dare qualche anticipazione sul nuovo programma?
Penso a un rotocalco settimanale, pieno soprattutto di quello che gli altri non fanno o non danno, casomai solo per pigrizia o perché ritenuto di basso ascolto, invece potrebbe essere molto utile per chi ci guarda, senza tralasciare la memoria, come dice Loris Mazzetti, con il quale torno a lavorare in tv dopo cinque anni. Come potrei non farlo: ho ottantasei anni ed è l’età che ti porta a voltarti indietro. E per quarantuno anni ho fatto la televisione.

Nel suo libro, Quello che non si doveva dire, lei sviluppa i temi che avrebbe trattato se fosse rimasto in televisione. Perché in questo Paese di alcuni argomenti si può parlare solo nei libri?
Forse perché qualcuno, nei giornali, si sente o è condizionato. La libertà non la si ha per decreto, la si deve trovare dentro se stessi.

Come vede il futuro dell’informazione? Lei cosa auspica?
Preferisco dire che cosa mi auguro: che l’informazione sia sempre più libera, perché questo significa vivere in un Paese libero.  

26 gennaio 2007

 
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